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“(…) le leggende ancora abbondavano sulla strada tra Latakia ed Aleppo

Alberto Negri, “Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente”. Rosenberg & Sellier 2017

Non riuscirò, neppure ci provo, a dare una restituzione di questo libro, carico di conoscenza, di amore e poesia, perché le molte cose che narra, le storie, le vite, si muovono e si intersecano, danzano, dentro una bellezza, dentro sogni, dentro desideri millenari, che nel tempo si occultano, ritornano, tessono percorsi, di relazioni, di interessi e di spiritualità: un amalgama, capace di impazzire, ma anche di integrare saperi e sensibilità che non possono evitare il reciproco riconoscimento.

C’è luce, in queste pagine. C’è un comprendere che non allenta l’orrore di ciò che sta avvenendo nel Vicino Oriente, ma ne illumina un significato che è – anche e soprattutto – la realtà, infrangibile, di un millenario colloquio tra loro e con noi. Sempre stato. Impossibile da allentare. Al punto da preferire l’orrore alla separazione.

Così, può essere che ci sia pure speranza – nella dimensione del tempo lungo che riduce, contenendolo, il grande sisma di questo breve oggi.

Alberto Negri ha scritto un libro che consente, aiuta, uno sguardo su quel Vicino Oriente – di cui il Medio Oriente costituisce un’estensione, per geografia, storia e cultura –  che intrattiene legami profondi tra le sue componenti, ramificazioni di una storia e di origini comuni, di cui il nostro Occidente Europa è parte.

Si percorre il tempo, si allunga lo sguardo, e la mezzaluna fertile è ancora là, con le sue risorse, le sue genti, con tutti noi. Si incontrano uomini antichi la cui storia agisce ancora nelle nostre vite. Si trascorre, partendo – perché è un viaggio – dal presente, dalle macerie della città di Aleppo, avendo tra le mani un filo di Arianna che guida all’incontro con importanti snodi di una lunga storia.

Compiremo dunque un viaggio, dentro luoghi e attraverso un tempo, talmente lungo da divenire presentificato, accompagnati da un grande affabulatore, che ci porterà a una consonanza con quel noi-loro e con la nostra-loro ricchezza – di storie, di avventure, di scontri, di lotte, e di un colloquio incessante, mai cessato. Come avviene tra fratelli, che nulla mai veramente separa, che scelgono la lotta ma non l’indifferenza impossibile. Viaggeremo – è l’incipit – partendo da Aleppo.

«La città è morta. Così avevano detto i suoi abitanti in fuga, con poche e desolate parole, senza insistere troppo (…).”

  • Perché vai ad Aleppo?

Ma era lì che dovevamo andare. Anche se la guerra civile già divampava, le leggende ancora abbondavano sulla strada tra Latakia ed Aleppo»

Quel mondo, oggi devastato, coinvolge nella sua caduta, proprio perché ne fa parte – la vicinanza geografica non è un <altro> da una vicinanza storica e culturale: e come potrebbe essere diversamente? – il nostro mondo europeo; mentre anche <Europa>, pur  nella caratterizzazione dei suoi attuali confini (che neppure ci sono chiari) è parola che evoca in noi, deve evocare, una storia più lunga, più estesa, più correlata di quanto non appaia, oggi, al nostro sguardo occidentale reso miope – come fossimo cavalli con i paraocchi – dalla centratura sul nostro piccolo presente, sulla cronaca, e sulla paura; ognuno intento ad appigliarsi al falso sostegno di nozioni mal conosciute sul mondo islamico, vissuto come un <altro da noi> che ci rende difficile accogliere i legami che intrecciano storie e civiltà formatesi nella relazione.

Di questa storia millenaria è parte integrante anche lo scontro: che suppone vicinanza, commistione, interessi comuni. È facile: basta guardare alle nostre vicende di “Vicina Europa” e ai massacri di cui la nostra storia è intessuta e che sono stati la fonte della ancora fragile scelta della Comunità. Vale anche tra noi e loro, che sono stati profondamente fratelli a noi, lungo mille anni – no, lungo almeno cinquemila, non potendo la nostra costruzione di memoria andar oltre.

Partenza da Aleppo, dunque.

“(…) le macerie si assomigliano tutte: ad Aleppo non erano diverse da quelle di Sarajevo, Mogadiscio, Kabul, Baghdad, Belgrado o della roccaforte di Gheddafi a Tripoli. Questi erano i mondi che avevo visto crollare negli ultimi trent’anni: di ogni città ricordavo bene il giorno prima della guerra, quello dell’attesa per la tempesta che sarebbe venuta; (…)”

“(…). Proviamo a riflettere: in quell’elenco troviamo quasi tutte capitali di stati che non esistono più o che resistono in quanto tali soltanto per comodità, come una fiction sulla mappa.”

Il prossimo anno compirà cent’anni quella falsa pace che ha non concluso il grande massacro del 1914- 1918. E si avvierà a compiere cent’anni la caduta degli Imperi Centrali sconfitti – L’Impero di Germania, L’Impero Ottomano, l’Impero austro-ungarico.

Sono nati Stati, costruiti a tavolino, da quella frantumazione, e Alberto Negri non ne ricostruisce la storia – complicato, inutile, già dato; un orrendo passato tanto recente da finire vittima di uno scotoma, di rimozione, nella tenaglia tra la cronaca e una storiografia ancora impossibile.

Alberto Negri

Alberto Negri sceglie di regalarci un accesso a quel mondo, a noi prossimo e ora così alienato dalla nostra comprensione, attraverso la storia degli alauiti, una setta religiosa (sarà il termine giusto?), minoritaria nel mondo musulmano, da sempre marginalizzata mentre, per il loro credo, gli stessi alauiti conservano la regola di tener nascosta sia la loro fede sia i fondamenti della stessa. Una religione separata, dunque, che tuttavia, attualmente, domina la Siria, per l’appartenenza a tale gruppo della famiglia al Asad.

Gli alauiti, chiamati anche “Nusayriti”, seguaci di Muhammad Ibn Nusayr, vissuto nel IX secolo dell’era cristiana, sono sempre stati considerati eretici nel mondo musulmano. Il loro credo comporta la fede nella natura divina di Alì, genero di Maometto – colui che gli sciiti considerano il primo califfo (vale a dire il primo successore di Maometto), non ritenendo valido il titolo dei tre che lo hanno preceduto, mentre i sunniti, maggioranza nel mondo islamico, collocano Alì come quarto califfo.

Nella disputa religiosa che divide sunniti e sciiti, gli alauiti hanno ottenuto il riconoscimento di appartenenti al credo sciita dell’Islam, che si contrappone al mondo arabo sunnita degli Stati del Golfo che ad un certo momento hanno, a loro volta, riconosciuto gli alauiti come parte dell’Islam, di fede in questo caso sunnita: nonostante non preghino rivolti alla Mecca, considerino Alì di natura divina e Maometto, parrebbe, in funzione secondaria; e nonostante non si conoscano, se ho ben capito, i dettami del loro credo che, commistando elementi dello Gnosticismo, dell’Islam e del Cristianesimo, pratica una fede i cui fondamenti restano ignoti anche agli stessi adepti, trattandosi di una religione iniziatica. Scelte intrecciate tra religione e utilità politica.

Alla base, il primo riconoscimento, non religioso, degli alauiti come minoranza perseguitata da tutelare, era venuto da parte della Francia che, nel 1920, aveva assunto il protettorato sui territori che sarebbero divenuti gli Stati di Siria, Libano e Israele: fini politici (non lungimiranti, come si vede) del tempo in cui le potenze vittoriose davano origine a una nuova carta geografica e decretavano l’esistenza di nuovi Stati, impropri. Ci si illuse ciecamente di cancellare, a tavolino, una storia che il tempo e le generazioni avevano costruito, che nella sua grande vitalità ha espresso, nei secoli, ricchezza intellettuale, saggezza politica, esperienza di convivenza tra fedi e culture, di tolleranza, di intreccio di pensiero e studio che l’hanno e ci hanno arricchito: pur con i momenti del conflitto, di cui l’attuale è forse il più terribile, quando propone una maschera dell’Islam che ne distorce la storia, lo rende <nemico> non è chiaro di chi: di se stesso e di noi, che non siamo, come crediamo, un <altro da>.

Aleppo: città con cinquemila anni di storia, la sua Cittadella è Patrimonio dell’umanità: distrutta. Andiamo alla ricerca della tomba, creduta perduta, di Husayn al Khasibi, di colui che, nel X secolo dell’era cristiana scrisse il testo fondante (secondo alcuni) del credo alauita; in un percorso che segue le vicende di questo testo, e della storia degli alauiti, dei tentativi di incontro e degli scontri, mai guerra, tra fedi islamiche.

Incontreremo la figura, centrale, di Soleyman Effendi, che nel 1863 pubblicò testi di al-Khasibi, proibiti ai non iniziati; grande studioso e pensatore, poliglotta, che migrò, da origini alauite, attraverso l’appartenenza a vari credo religiosi, dal credo sunnita alla fede ebraica e al cristianesimo di diverse confessioni. Per tornare alauita.

Incntreremo il libanese Musa al Sadr, colui che, nel 1973, al vertice dello sciismo, riconobbe la fede alauita come partecipe dello sciismo e che nel 1978, mentre la sua opera di mediazione apriva nuovi spazi al dialogo, scomparve, in Libia, ucciso sicuramente senza che se ne sia mai potuta accertare la fine.

Ho detto all’inizio: impossibile restituire questa storia in forma di recensione, in forma di sintesi. È movimento, storia che si fa, ricchezza plurale e condivisa. Leggendola, se ne ricava, con il piacere di una prosa chiara, scorrevole, un sentimento di comprensione sincretica. E di bellezza, in tutti i suoi significati. Con dolore, certo, e con speranza. E luce.

Lo si rilegge. Lo si sfoglia nuovamente, pur se si tratta di un’opera di dimensioni contenute. Si prova il piacere, raro, della comprensione, che non richiede spiegazioni. Che è là. Che appare.

 

 

2 commenti su ““(…) le leggende ancora abbondavano sulla strada tra Latakia ed Aleppo

  1. Alessandra
    maggio 30, 2017

    Interessante. Anche se dici che è scorrevole, sembra un testo ricco di informazioni. Mi trovo d’accordo su tutta la linea con il tuo pensiero (e con quello dell’autore). Invece che giudicare sbrigativamente e superficialmente una società (qualunque essa sia), sarebbe non solo giusto ma direi indispensabile indagarne prima i costumi, le tradizioni, i riti e i trascorsi più antichi, in modo da farsi un’idea più chiara sugli attuali problemi che la travolgono. Troppo spesso il pregiudizio ci impedisce di capire “veramente” chi è diverso da noi.

    Liked by 1 persona

    • Ivana Daccò
      maggio 30, 2017

      E’ un bel libro, capace di farti uscire dalla notizia limitata al “fatto”, spacciato per oggettivo, del telegiornale e aprire un orizzonte di pensiero. L’autore è uno studioso ma anche un giornalista, e accomuna una ricchezza di vocabolario e di saperi con uno stile, in effetti, scorrevole, colloquiale. Sono poco più di centoventi pagine, di cui ho riportato ben poco. Lo consiglio davvero.

      Liked by 2 people

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