Le letture lasciate, interrotte. Le letture conosciute, ora o in un altro tempo, e non amate; o non più.

Parlano, a chi legge e di chi legge. Non solo, o tanto, per ciò che il libro narra, lungo i suoi diversi sentieri.  È ancora, ne avevamo parlato, “la struttura che connette” (qui)

Poi ci sono i libri che ci deludono. Profondamente. Scritti da quell’autore che adoravamo e che non è detto possa ottenere da noi un’altra possibilità. Quasi un’offesa personale.

Leggere, scrivere, far di conto. Di quali altri strumenti abbiamo bisogno, in effetti, per condurre la nostra vita? Estendiamoli pure ma, all’osso, di questo si tratta: di saper prendere in noi, ascoltando, leggendo, le vite degli altri, le conoscenze, il pensiero, il “mondo” in cui ci troviamo “gettati”, nel quale, scambiando relazioni, costruiamo il nostro essere un discorso: che è tutto ciò che siamo, tutto ciò che esiste alla voce “Io”. E non è poco.

L’altra faccia di questa costruzione ci chiede di restituire ciò che abbiamo raccolto, nella relazione agli altri, pena la caduta del discorso che ognuno di noi è. Ascoltare e parlare, dunque, leggere e scrivere, condividendo uno sguardo che si va costruendo e, insieme, costruisce il significato di quell’<altro da noi>, fuori di noi, di cui siamo parte: il mondo, la realtà fattuale che, abitandola, trasformiamo, che condividiamo nella corresponsabilità, di ognuno per e con tutti.