Tre anni sono trascorsi dall’avvio di questo blog. Non so, per la verità cosa pensavo, davvero, allora, quando ho iniziato a “giocare” ad essere una “Libraia”, che legge e propone libri, che costruisce un catalogo per lettori speciali; a trascorrere finalmente le mie giornate in una libreria speciale, dove importi quali, non quanti, libri si venderanno – anzi, dove neppure occorrerà venderli, essendo questa la parte fondamentale del gioco, quella che si chiama “giocare a far finta” – cosa totalmente diversa dal banale “fingere”, come sanno bene i bambini che, essendo saggi, conoscono quanto questo modo del gioco costruisca la realtà.

Libraio per casoOrmai quasi due anni fa, avevo scritto qualcosa sull’andare in libreria, provando a riflettere sulla quantità e qualità del lettori italiani, sul diffondersi degli e-book e degli acquisti online dei libri, anche cartacei (che sono e restano “I LIBRI” ma che non necessariamente costituiranno, in futuro, lo strumento per fruirne). È bene, è male, possiamo discuterne ma è così.

Le caratteristiche della nostra editoria, il costo unitario dei libri, le vendite scarse, la distribuzione malfunzionante, la presenza maldistribuita di librerie:  sono  tutte variabili che concorrono a fare del libro quello strano bene di prima necessità che si comporta come un bene di lusso, superfluo al di fuori di confini molto precisi: la scuola, gli studi in genere, la documentazione di lavoro per chi ne dipende e, all’altro estremo, un oggetto da diporto per occupare un qualche tipo di tempo libero. Il che va benissimo. Ma non basta.