Il segreto dimenticato della vita

Filelfo, “ L’assemblea degli animali. Una favola selvaggia”

Disegni di Riccardo Mannelli – Einaudi 2020

Da tempo non scrivo; prendo tempo nel desiderio e nella difficoltà di condividere questa favola, ormai datata e che, come avviene per ogni favola che si rispetti, non contiene una sola parola non essenziale, che possa venir trascurata.

Favola per adulti ma non solo, buona per ogni tempo ma particolarmente per gli anni maledetti che abbiamo trascorso e che stiamo vivendo; una favola che trovo difficile proporre, per la quale non so trovare parole; come ovvio: se non una sola parola è in eccesso; se non un riferimento risulterà eccedente il bisogno, la sola soluzione non potrà essere che leggerla – ascoltarla; e perdercisi dentro, tra tutti i rimandi che contiene, che costituiscono il mondo in cui ogni cosa si svolge e trova un senso. Per ognuno di noi. 

Una lunga favola. Quando sarà finita non si saprà lasciarla, e ci si ritroverà a vagare alla ricerca di storie, antiche e non, – perenni?

Abitandola, il tempo scomparirà, permanendo la vita del mondo che, in lui, si è consumata. Una vita che dovrebbe avere – che avrà? – un futuro.

Ci ritroveremo a ricercare, a rispulciare, vecchi libri, ricordi, oralità; a ricercarli e ritrovarli, magari incerti, non del tutto presenti a noi, o che credevamo di aver dimenticato, che basterà narrare ai bambini per scoprire che già – loro – sapevano. Che quel mondo, per loro, era casa.

Una favola in due parti.

Parte Prima: Incipit

“Ultimo viene il corvo: così aveva scritto quell’italiano in un suo libro” 

“(…) “Affannato e preoccupato per il ritardo, il corvo cercava di volare più velocemente possibile per raggiungere il luogo dell’appuntamento, quel luogo segreto, lo stesso da milioni di anni, che tutti gli animali conoscono perché lo imparano quando vengono al mondo. Tutti, nessuno escluso, sanno con certezza due cose: il segreto della vita (ma di questo non è possibile fare parola qui) e dove si trova il luogo nascosto della grande assemblea degli animali per essere pronti nel caso sia convocata. Si dice che anche gli uomini un tempo conoscessero entrambe le cose e che anzi proprio a loro fosse stato concesso di custodire il mondo e proteggere il suo equilibrio. Ma poi si sa come  andò a finire…”

In quel luogo, in rari momenti della storia dei viventi, quando un pericolo pone a repentaglio la vita di tutti, rappresentanti di tutti gli animali si recano per dar luogo ad un’assemblea nel corso della quale informare e venir informati dello stato delle cose; e decidere i provvedimenti da prendere per evitare la catastrofe.

Un tempo, lontano, anche l’uomo conosceva il tempo e il luogo dell’assemblea ma, essendosi separato dal mondo animale per costituire se stesso come una specie a sé, ha dimenticato la propria appartenenza ai viventi tutti, fino a farsi nemico e distruttore di una vita cui anche la sua specie appartiene.

Quando il corvo arriva, i delegati di ogni specie sono già là. Insieme. In pace. L’assemblea è già in corso. 

Tutto inizia, o ci viene raccontato, a partire dal suo arrivo.

Gli animali parlano, a turno, ed esprimono, ognuno per la propria specie, l’impossibilità di continuare a convivere con la specie umana che è in via di distruggere la vita di tutti; compresa la propria; e dunque…

Tra i delegati, ci sono voci che conoscono meglio degli altri l’uomo, per antica familiarità. Ne conoscono i problemi, i limiti, la fragilità, il dolore. E pure l’amore. 

C’è il topo, che vive nel mondo degli uomini.

C’è l’ape regina, che conosce bene la specie umana.

C’è il cane (Montmorency, abbreviato in MoMo) e c’è il gatto – la gatta bianca. Ambedue hanno, da sempre, un patto di lealtà con l’uomo, che non vogliono né, per la verità, possono tradire. 

Parlò, alla fine, la balena – i rappresentanti di  tutto il mondo animale la ascoltarono.

Essendo chiaro a tutti che il regno animale era perfettamente in grado di distruggere la specie umana, ma che da sempre aveva ritenuto tale opzione come inaccettabile, il consesso ritenne di doverne accogliere il monito: “La specie umana non doveva perire, ma imparare da una lunga pena”.

Fu interpellato il topo, che aveva già proposto una sua soluzione al problema. 

Una decisione fu presa. Gli animali lasciarono il luogo dell’incontro per rientrare, ognuno, alla propria casa.

Il corvo “si alzò in volo tra i primi, e non perché dovesse portare messaggi – l’esito dell’assemblea era già noto in quel momento a tutti gli animali della terra – ma per evitare la grottesca parata delle flotte di pipistrelli che avrebbe gremito il cielo entro breve, man mano che arrivava il crepuscolo e il rosso diventava violetto e poi cenere (…)”

Vide un vecchio uomo seduto su una panchina, che ammirava il cielo al tramonto e, per quanto stanco, decise. 

Da sempre lui era un messaggero; era suo compito avvertire gli uomini di ciò che stava per accadere. Con fatica, allungò il percorso per attraversare in volo il cielo, davanti agli occhi del vecchio, da destra a sinistra; per avvertire che una grande sventura stava per accadere.

Gli passò davanti agli occhi e attese il lampo che incrociava nello sguardo degli àuguri, gli antichi lettori del volo degli uccelli. Niente, Il vecchio non lo aveva neppure visto. Cosa stava guardando nel cielo deserto? – È troppo tardi, – si disse. Gli uomini non sanno più cogliere i presagi e non impareranno più (…), Mai più. E se ne volò verso il suo tetto prima che arrivasse la notte.

Parte seconda

“Racconta un’antica leggenda babilonese che quando l’uomo e la donna furono cacciati dall’Eden avanzarono tra le schiere immobili degli animali come tra le ali di un esercito di statue, (…) condannati per sempre alla legge di natura: nascere, sopravvivere, sopraffare, essere sopraffatti, soffrire, morire. I due bipedi con la testa china, tenendosi per mano, implumi e rosei, i fianchi coperti di foglie, si avviavano verso le porte del paradiso (…).

“Fu allora, secondo la leggenda, che due quadrupedi balzarono via dalle file silenziose e si unirono a loro.

Erano il cane e il gatto. Avevano preso quella decisione senza sapere il perché.”

Era il mese di novembre 2019 quando si seppe del primo caso di Covid – o se ne ebbe notizia in seguito, ma tant’è. In breve tempo la notizia della pandemia in atto raggiunse il mondo intero e le autorità sanitarie tutte si attivarono, mentre gli studi sul virus e la ricerca di vaccini suscitavano speranze, incertezze, dubbi, opposizioni.

La vita animale proseguiva la propria vita. Il cane affiancava i giorni del suo compagno umano con dedizione, con qualche difficoltà, con alcuni vantaggi, tipo l’aumento delle sue passeggiate, affidate a umani diversi  per dar loro la possibilità di uscire un po’ all’aria aperta.

Erano tuttavia, anche per il cane, giorni molto difficili. Gli umani morivano, a migliaia – alla fine a milioni, impossibili da contare con certezza sia pur relativa – e il cane viveva nel timore di non veder rientrare  il proprio umano.

“E MoMo ricordò allora quello che si dice sempre: nessun cane dovrebbe sopravvivere al padrone”

La gatta bianca se ne stava tranquilla, in casa, ad ascoltare le notizie che i diversi dispositivi trasmettevano.”

Se ne andava a passeggio e ascoltava, si informava, sui mutamenti in corso nella vita degli uomini, degli animali.

Il re dei topi era intento a costruire il suo regno.

Gli uomini…

I lunghi giorni della pandemia. Ma di questo non è il caso di narrare ancora. Sarà necessario leggere. 

Infine, il regno dell’unione del tutto. Dove le specie si incontrano. Che da sempre ha guidato la vita del pianeta. 

Al giungere della notte, ecco la voce delle stelle, che non era stata ancora udita. La vita delle costellazioni che ordinano il tutto.

I bambini lo sanno. I bambini sono “animandri”, in attesa di trasformarsi negli uomini e nelle donne del nostro assurdo tempo. Tra i quali, pure, mai, anche tra gli adulti, sono mancati gli animandri. E con loro la speranza. La certezza?

Dalla quarta di copertina: L’autore si presenta. 

«Cantami o musa. No, cantami o muso, di cane, gatto o cavallo, tigre, orso o scimmia, asino, mucca o cammello, l’ira funesta della Terra contro l’uomo. Chi sono io? Chiamatemi Filelfo. Si può credermi? Non ha importanza. Non dico nulla di mio. Ripeto, come nei tempi ai quali con umiltà mi ispiro, parole altrui. Dettate non dalle muse, ma da una progenie altrettanto antica: gli animali. Sono stati loro, abitanti delle foreste, del cielo e dei mari, a parlarmi della natura, dell’anima del mondo, dell’arca che l’uomo ha dentro di sé. Di come ritrovarla. È una storia vera? È un racconto morale, un mito, una fiaba? Giudicate voi. Al nessuno che sono, nell’Anno del Topo, le bestie hanno affidato un messaggio: semi e raccolti, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno – ma solo finché dura la Terra». 

Il libro, che contiene, dalla prima all’ultima riga, rimandi letterari, di ogni tempo, rinvii a miti, diversi e simili, ci regala, in chiusura,  anche un riepilogo delle fonti, e commenti bibliografici.  Una splendida bibliografia e non solo. L’indicazione di una strada che attraversa i millenni senza perdere mai di vita il percorso e lasciando la meta alla responsabilità di ogni vivente.

Le illustrazioni di Riccardo Mannelli impreziosiscono il tutto.

Da parte mia, avrei voluto scrivere molto altro, ma non è il caso. Forse lo farò in seguito. Forse no.

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NOTA:

Da intervista all’autore, di Raffaella De Santis – Venerdì di Repubblica. qui

D. Perché uno pseudonimo? È una strategia di marketing alla Elena Ferrante? 

R. “Non uso il mio vero nome perché Filelfo parla non per sé ma per altri, cioè gli animali, e con voci di altri, cioè usando spesso le parole di chi, nella storia della letteratura, lo ha preceduto”.

Filelfo è un nome collettivo. Deriva dalla Partecipanza dei Filelfi, un’antica corporazione di mestieri quasi estinti. Quando è stata l’ultima volta che ha sentito parlare di un maniscalco o di un maestro d’ascia? I mestieri, come la lingua, le tradizioni e le sapienze popolari, si estinguono. Come gli animali”.