Avevo variamente e vagamente riflettuto sul fatto che “la lettura non è separabile da un “dove”, da un luogo – e soprattutto non da quel “dove” assoluto che è il mio ubi consistam, che viene con me ovunque io vada e che non mi può lasciare, con i connessi legami alla mia terra, alle mie relazioni, alla mia lingua.” (qui, e scusate l’autocitazione)

Ora, credo di non essere sola nel sentire un pericolo, l’attesa di un disfacimento dei nostri giorni, intesi come storia, lingua, cultura, comunità che si riconosce e, a partire da questo, riconosce e incontra altri.

La domanda non ha a che fare con un qualsivoglia confronto di <realtà>. Ha a che fare con un <racconto> che solo, se condiviso, può dar luogo ad un Noi, ad una comunità in cui vi sia reciproco riconoscimento. Vale per il singolo e vale per il gruppo: ciò che importa è, sempre, il racconto condiviso da trasmettere quale immagine di sé e di noi. Scegliendo, in coerenza, comportamenti e obiettivi che lo confermino. Sta tutto qua, credo.

Jorge L. Borges, “Rimorso per qualsiasi morte” e “Assenza”.

In: “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi 2010

Traduzione di Tommaso Scarano

 

La poesia parla di ciò che non dice. È monca, come il dolore dell’ignominia.

Questo fa, sempre, la poesia. Evoca, tace, dice, chiede silenzio.

Ogni volta, un seme metterà radici nel tempo di ognuno.

Ogni volta, ci ritroveremo a tendere l’orecchio, ad ascoltare l’immenso non detto.