Avviso ai naviganti n° 20

Con ottobre la libraia virtuale è entrata nel quarto trimestre del suo decimo anno di vita. 

Avrei voluto festeggiare  il decennale, a gennaio prossimo, prendendomi un periodo “sabbatico” (forse un trimestre, forse meno, forse non so) per  godermi con agio la scrittura altrui, e quella che chiamo la mia “scrittura improduttiva”, privata e personale. Per ripensare questo spazio: cosa che mi propongo sempre e non riesco a fare mai, finendo catturata dalla voglia di scribacchiare, nella relazione e dentro un dialogo che vivo come amicale, con i blog che seguo e che a loro volta frequentano questo spazio.

Sono trascorsi dieci anni da quando “La libraia virtuale” ha aperto i battenti:  nelle intenzioni, vorrebbero essere “i primi” dieci anni,  e tuttavia.

Desidero una musica che mi accompagni, che parli al posto mio. Eccola. Potreste leggere ascoltandola in sottofondo, che ne dite? Tema: Prolegomeni al secondo decennio?

C’è un mondo cambiato, là fuori, e anche la sottoscritta ha dieci anni aggiuntivi sul groppone con tutto il loro carico di cose non sempre buone ma pure buonissime, persino eccezionali; tra cui lo scambio che queste pagine le hanno regalato, da cui esce sempre ben decisa a mantenere aperta la libreria

Una sosta, tuttavia, mi si impone: da compiere ora.

Da non protrarre a lungo; e magari pure non del tutto. 

In questo periodo non mancheranno, per me, nel mio tempo, la scrittura e, soprattutto, la lettura. Potrebbe dunque accadermi di bussare alla vostra porta, per prendere un virtuale caffè chiacchierando di libri e dintorni o, perché no, di tutt’altro: capiterà sicuramente qualche fuori programma – per un libro che mi ha catturata; per un accadimento, o un pensiero, particolari; più probabile, per la sola voglia di condividere qualcosa.

Dopotutto, la porta della libreria rimarrà sempre aperta – e naturalmente, chiunque potrà entrare a scegliersi un libro, o per due chiacchiere: sicuramente troverà, all’interno, qualcuno con cui scambiarle. 

Tocca ad ognuno di noi ammettere che no, non ci può venir concesso, e soprattutto nessuno di noi desidera veramente, trascorrere con i propri libri, e con la propria scrittura, tutto, proprio tutto, il proprio tempo. Mentiremmo ai nostri libri illudendoli che, avanti a tutto essi, e non altro, costituiscano le priorità della nostra vita. 

Avanti a qualsiasi libro c’è, per l’appunto, la nostra vita. Ci sono la famiglia, gli affetti, il lavoro, le relazioni e, perché no, il dover, quasi imperativamente, dedicare del tempo a noi stessi.  

Anche i libri, a ben vedere, hanno bisogno della vita, dei giorni di ognuno di noi, per esistere: e dunque, bene così. 

Mi necessita prendermi una pausa dalla scrittura sul blog: non mi prenderò alcuna pausa-lettura da ciò che scrivete voi. Anzi: conto sul poter, così, anche godere maggiormente dei vostri post.

Nel frattempo, mi accorgo che, al solito, chiacchiero e non so mettere il punto al tutto.

Dovrò farlo. Ma ruberò ancora un piccolo tempo, se avrete pazienza, per un breve tuffo dentro la lettura del momento: vittima, a lungo, di un desiderio misto a rifiuto, ho finalmente iniziato a leggere “Il re pallido”, l’ultimo libro, rimasto incompiuto, di D.F. Wallace

Ho sempre faticato, confesso, ad accettarne la pubblicazione: comporta la necessità di dover credere che, davvero, Wallace abbia voluto uccidere, con sé, la creatura che aveva in gestazione. Ha comportato una manomissione delle sue pagine, per quanto prudente, amorevole, attenta possa essere stata, inevitabile. E non so che fare di questi pensieri.  

È così assurdo pensare che l’abbia creduta “morta”? O destinata al fallimento? Che l’abbia voluta portare con sé nell’oblio? E che dunque abbia <scelto> di non portarla alla vita? 

Come, tuttavia, non raccogliere quelle pagine; di un lavoro forse completo, se non per un’operazione di editing ancora mancante?

In questi giorni ho ripreso – a spezzoni, lasciando il libro, riprendendolo – anche la biografia di D. F. Wallace scritta da D. T. Max: non so, forse desidero, ma piano, arrivandoci di pagina in pagina, spiare un po’ (impossibile!) il processo di scrittura di “Il re pallido”, che il perfezionista Wallace trascinava da tempo – non poteva certo, lui, scrivere storielle veloci, trame da trasporre in serie televisive; un suo “romanzo” avrebbe costituito un mondo, aperto strade alla letteratura, irripetibili e tuttavia tali per cui, dopo di lui, nessuno avrebbe potuto più scrivere: cosa? i libri che leggiamo? Che apprezziamo? Che oggi sembrano chiedere, per venir pubblicati, di essere destinabili a diventare film, serie televisive; che invitano a non discriminare tra lettore e spettatore?

Oh, niente da dire, chiaro – molto, in realtà, diciamolo.  Ma sarà per un’altra volta.

Ho dunque iniziato la lettura dell’ultimo David Wallace: ed è stata subito meraviglia. Tema: la noia – ma non una noia qualunque; la Noia che costruisce la Vita, in ogni nostra ora. La Noia di cui non si parla, perché <È>, perché <siamo>.

Contesto: un lavoro presso l’Agenzia delle Entrate. Cos’altro.

Vi saluto, per ora, con un assaggio – no, dai: due assaggi.

Incipit:

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua della foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero stramonio, menta selvatica, soffione (…). Uno strale di storni scoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Suoni elettrici di insetti indaffarati. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli. (…) Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

Soliloquio. (Pensieri in libertà del protagonista – tante cose frullano nella testa – noia (ma davvero?) intramezzata da pensieri oziosi, durante un viaggio aereo. Problemi giuridico burocratici, normativa e modulistica di lavoro, altri passeggeri, un esame da sostenere per passare di grado, ragazze, ancora ragazze, il collega e le ragazze. Cose così.)

Facci caso, ragazzo. Appena ti ritrovi a fare due chiacchiere con la persona giusta, interrompiti all’improvviso a metà del discorso, guardala dritto negli occhi e di?: “Cosa c’è che non va?” Dillo in tono preoccupato. Quella dirà: “In che senso?” E tu “Qualcosa non va. Si capisce. Che cos’è?” E quella ti guarderà sbigottita dicendo “Come fai a saperlo?” Non si rende conto che c’è sempre qualcosa che non va, in tutti. Spesso più di una cosa sola. (…)

Le persone sono fatte così. Chiedi di punto in bianco cosa c’è che non va e, che decidano di vuotare il sacco o neghino fingendo che sei fuori strada, ti considereranno intuitivo e perspicace. Due reazioni che hanno una loro utilità, come vedremo. Puoi giocartela come meglio credi. Funziona il novanta per cento delle volte.”

Leggete e scrivete, dai, così chiacchieriamo. Attendete, se vi va (io ci spero). 

A presto – tanto, il tempo vola; ed è composto da molti tempi; che chiedono ancora una musica, capace di scandire il tempo del tempo.