E se fosse meglio non ricordare?

Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito. 

(Qoelet 1:11) *

Mentre tutto accade il pensiero vaga; cerca appigli. 

Nel paradosso – perché è sempre bene chiedersi, di qualcosa che sia unanimemente condiviso: e se non fosse così? E se fosse bene il non ricordare?

Brutta bestia il doverci riconoscere impotenti. Brutta bestia il sapere che non lo siamo: che c’è invece, in ognuno di noi, quel tanto di ignavia che ci porta a parlare, a deprecare; al più, al partecipare ad una manifestazione, dove urlare in compagnia di quasi perfetti sconosciuti, se non per quei momenti, e sentirci giustificati.

Ci armiamo, più o meno tutti, di slogan, urlati…

  • Non è il momento dei distinguo! – che per star a giocar d’analisi si muore! 

…taciuti, partecipati con riserva.

  • Non dovrei essere qui? Dovevo scegliere l’altra manifestazione? Dovevo starmene a casa?
  • È per la pace! 
  • Dici? Tra chi? Per chi? 

Pace. Parola vaga, indicante un concetto dal significato ondivago, quando non equivoco. È ancora in uso dire “Pace a Varsavia”? 

Con la fine del secondo conflitto <mondiale>, la mia generazione è stata la prima, nel novecento, ad aver trascorso la propria vita in pace; l’ultima ad avere avuto padri, nonni, zii, in guerra.

Circondati dalle guerre, ci sentivamo profondamente coinvolti, capaci di darci obiettivi, di perseguirli.

Finita – da non crederci! – finita per davvero la guerra del Vietnam ma poi, subito subito, c’è stato il tempo della speranza morta – era il ‘73, e in Cile cadeva Salvador Allende, la grande speranza. 

Non è guerra! ci dicevano. Non è NOSTRA! E poi, È FREDDA! 

  • Si è mai vista una guerra FREDDA? La guerra è fuoco, e dove c’è, ovunque sia, È casa NOSTRA!  

Anni di piombo: li hanno chiamati così – e non eravamo, non più, semplicemente noi ragazzi, illusi e anche no. Era altro, era un male diverso, vero, che si era infiltrato. 

Prima di ciò, il miracolo economico aveva nascosto macerie, sepolte senza farne storia, mai rimosse. Il colonialismo moriva, stava morendo: non del tutto, non proprio.

Si era finto che fosse finita: Era nato Israele. Le popolazioni africane erano libere (beh, non proprio, c’era ancora qualcosa, più di qualcosa; c’erano rigurgiti  colonialisti, diciamo pure a casa nostra: la Francia era alle prese con la guerra d’indipendenza algerina, 1954 – 1962).

Guerra di Indocina, 1946 – 1954, combattuta per l’indipendenza del Vietnam dai francesi; combattuta, contro i francesi, dai Viet Minh, comandante Ho Chi Minh: ebbene sì, anche la storia del Vietnam ha radici europee. Si chiuse con la perdita francese delle sue colonie e la nascita del Vietnam del Nord, del Vietnam del Sud, della Cambogia e del Laos. Il seguito è noto.

Vent’anni dopo, la guerra nel Vietnam era finita, e ancora non tutto andava bene: gli strascichi del male-guerra che intride l’anima e il corpo non cessano con una bella festa nelle strade. 

E da noi? Dove la guerra era finita? Dove c’era la pace?

  • li vediamo ancora quei genitori, quei nonni. Sono i nostri, gli uomini e le donne che hanno cresciuto la mia generazione, figlia di gente devastata, di uomini cui era stato imposto di farsi assassini.

Nessuno è mai riemerso dall’esperienza della guerra indenne, nessuno è tornato alla vita di prima, tanto più se si è ritrovato dalla parte sbagliata, perdente, colpevole di una nuova, impensabile conoscenza di sé. 

Per farsi assassini i nostri uomini hanno dovuto diventarlo, spezzarsi in mille pezzi in vista di una futura impossibile ricostruzione di sé e del proprio mondo. 

I “Mati de guera” cresceranno figli urlando, aggredendo, violentando per silenziare, dentro, nella testa, invincibile, il tuono del cannone, i corpi fatti a pezzi del nemico e dei compagni, le donne stuprate; un’irredimibile disperazione da contrastare con la violenza (con quale altra arma?), incontenuta incontenibile, a vita: dopotutto, sarà sempre possibile, ancora e sempre, picchiare la moglie, tormentare la figlia, al minimo spaccare tutto in casa. 

Le urla dentro sono state impossibili da tacitare; e non c’erano sufficienti parole per dirlo.

Le donne silenzieranno il tutto tacendo – e romperanno i giochi parlando: da cent’anni ormai avevano cominciato a farlo.

Nel frattempo, in un mal compreso <là> – lontano? dov’è lontano? – la speranza non era mai veramente nata; ogni suo vagito veniva, ancora e sempre, silenziato nell’orrore. 

Guerra di Corea (1950/1953), Guerra del Vietnam (1964/1973), Guerra arabo-israeliana dei Sei Giorni (5 – 10 giugno 1967), Guerra del Kippur (6-24 ottobre 1973), Guerra Iran-Iraq (1980-1989), Guerra delle Falkland (1982, lasciamo perdere), Guerra russo-afghana, (1979 – 1989: perché sì, anche la vecchia URSS come oggi la nuova Russia, faceva parte del nostro mondo, non stiamo a giocare a far finta; la sua parte in commedia era prescritta nel commercio delle armi) Guerra del Golfo (1990/1991), Guerre jugoslave (1992/1995).

Un elenco impossibile da completare, mentre diciamo che una generazione di figli di “mati de guera” ha vissuto nella pace.

Ho sentito alla TV un generale – tema: la guerra russo-ucraina – dire che i nostri ragazzi, i giovani di oggi, non sono adatti alla guerra, non sono cresciuti avendo la guerra nel proprio orizzonte: e tu, inesistente dio, fa che sia vero, magari solo un pochino ma vero. 

Il generale sorrideva, pareva contento di ciò che diceva. 

La generazione dei figli non ha vissuto la pace: ancora e sempre l’orizzonte su cui si dipanava la loro vita mostrava la guerra, solo per finta <degli altri>, che stava sempre in un <altrove>.

Le guerre: abbiamo imparato a esportarle. Di nostro, in quegli anni di pace, abbiamo vissuto attentati, ferimenti, stragi. Può esistere una Pace Parziale?

La nostra ultima guerra è stata definita “mondiale” – il nostro pezzo di mondo peccava di un qualche egocentrismo ma insomma…; e per dirla tutta, si è trattato di una lunga passeggiata nell’orrore in due tempi, con intermezzo coloniale di mantenimento lì, con un po’ di Spagna qui. 

Con  – l’imprevista? Di cui nessuno sapeva? – Shoah: alcuni giochi sfuggono di mano, c’è poco da fare.

Da bimba, a seconda guerra mondiale appena terminata, giocavo (anch’io che, in quanto femminuccia, venivo sgridata – maschiaccio!) con i soldatini e i carri-armatini. Uno dei miei nonni, vedendo tra le mani di mio fratello una pistola di legno, proiettile di sughero trattenuto alla pistola da uno spago, si arrabbiò moltissimo. Ne fece un dramma. Tutti, grandi e piccini fummo investiti dalla sua furia: “Non si insegna ai bambini a giocare con le armi! Non le dovranno conoscere. Mai!”

E la memoria? Quella che dovrebbe preservarci dal ricadere nella bestialità? Dovremmo/dobbiamo preservare la memoria dei fatti e delle armi? Di più: dovremmo/dobbiamo produrle, incrementarne la produzione, renderle sempre più letali, solo modo per dissuaderci dall’utilizzarle?

E se arriva il matto? Perché porci limiti: due, tre, cento matti?

Che ce ne facciamo della memoria: lo dico guardando ai risultati, non altro.

Non sarebbe meglio, alla De Gregori, cantare…e quando sarà finita fa che non la ricordi nessuno?

Il nuovo millennio prosegue, se possibile, in modo ancora peggiore: guerra in Iraq del 2003, nuova guerra in Afghanistan iniziata nello stesso anno, guerra (civile?) in Siria dal 2011, conflitti che potremmo chiamare prescritti tra Israele e il mondo arabo, cavia la Palestina. 

Guerra in Yemen dal 2015 e il terrore delle guerre combattute contro il terrore dagli Stati Uniti con tutti noi in affiancamento in diversi paesi (qui)

Guerra russo-ucraina: da cui dovremmo distrarci, ora, in presenza del nuovo conflitto arabo-palestinese? E no, non lo chiamerò israelo-palestinese.

Provo vergogna per le guerre, per il fatto che pure me ne scordo – perché ci sono e no, perché non tutti i morti, non tutte le sofferenze che tutti noi umani causiamo sono presenti alla memoria; non tutti i figli morti sono, nella nostra coscienza, nel nostro dolore, figli di qualcuno: possiamo dirlo? Mentre intere popolazioni scappano, terrorizzate-confuse da un luogo all’altro della comune madre-terra. Che, pure lei, è stanca oltre il limite. 

C’è qualcuno tra noi che può dire di non essere solo un fortunato sopravvissuto, per il solo caso di trovarsi a vivere sempre un po’ più in là? Basterà dichiarare tutto il nostro amore per gli sfortunati vicini, per  tutti gli po’ meno vicini, per quelli del tutto lontani (che va meglio) pregandoli tuttavia di farsi ancora un po’, e se possibile un po’ tanto, più in là.

Nel frattempo, in mancanza di meglio, i maschi del mondo – tutti, impazziti, irretiti, non da oggi, nei loro giochi di potere affaristico-guerrafondaio – in mancanza di meglio ammazzano le donne: cos’altro fare in assenza di una guerra, proprio sotto casa, proprio in casa nostra, o in casa del nemico nostro, dove dedicarsi in modo prescritto allo stupro e alle uccisioni di massa?

Il mondo non ha mai avuto, nella propria storia, ottant’anni di pace. Neppure noi – i fortunati, vanagloriosi della propria supposta civiltà costruita sulla morte altrui.

Ci rimane un illusorio farci più in là, scordando che il mondo è rotondo e, che, a forza di farci più in là, ci ritroveremo (e ormai ci ritroviamo) tutti e ognuno proprio lì dove crollano le città e i villaggi, dove si ergono i nuovi cimiteri dei vivi. 

Che fare? La domanda non è nuova, lo è il fatto di pronunciarla priva di riferimenti a una proposta, a un progetto per un domani.

Mentre tutto accade, conosco solo il rifugio e l’arma dei nostri libri, la possibilità di farli ancora e sempre parlare, anche solo con la fantasia, anche solo per diporto; me ne resto in ascolto, ad accogliere pensieri e storie e fiabe, se possibile da raccontare: nello sforzo di accogliere anche qualche speranza, mentre lì fuori dei giovani, ancora, si battono: per quale mondo?

Neppure lo sanno, forse. Hanno dimenticato? Mai saputo?

Starà in questo la speranza? 

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* In esergo a un interessante articolo di Matteo Bortolini, in “Le parole e le cose” (qui:) dal titolo “A cosa serve ricordare? Di memoriali, guerre e, si parva licet, angeli della storia.

*Immagine da Wikipedia: Bansky, 2002, Scale del Waterloo Bridge sul lato di South Bank, Londra

LEGGE 20 luglio 2000, n. 211 – Istituzione del «Giorno della Memoria» in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. 

Articolo 1 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, «Giorno della Memoria», al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. 

Articolo 2 1. In occasione del «Giorno della Memoria» di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.