Mi sono regalata quattro giorni a Venezia. Da “turista”. E ho fatto una piccola scorta di libri.
Ora: io abito a Treviso, 20 minuti di treno da Venezia, città che conosco bene (per quanto lo si possa dire di un luogo di vita che, più lo conosci più ti sorprende), dove ho fatto l’università, dove ho girovagato, tra una lezione e l’altra, trattenendomi ogni giorno dalle otto del mattino alle otto di sera, chitarra in spalla, amici e altre chitarre intorno a me: erano quegli anni.
Ho frequentato Venezia, a seguire, per lavoro, con una certa frequenza; nonché per i fatti miei, perché lì c’erano le mie librerie di quel tempo; la Cafoscarina e la Toletta dove, al tempo, catturavo i miei amati Adelphi e molto altro a prezzo scontato; la libreria di Calle della Mandola, e luoghi da ritrovare, in compagnia. Per ancora vagabondare tra calli e campielli, senza meta; avendo la giusta compagnia per ritagliarmi un tempo al di fuori del tempo.
Più avanti con gli anni non ho resistito e ho pensato bene di reinfilarmi (scusate il verbo) da studentessa-lavoratrice nelle aule di Ca’ Foscari.
Sono stati ancora anni segnati da ore vagabonde – non occorre girare il mondo, in effetti, basta un luogo segnato dalla bellezza, non importa di quale genere; dalla libertà, non importa per quanto tempo; basta sapere che quel luogo c’è e ci si può tornare; che è là; segnato da un cambiamento lento, dove il tempo è tuo, ed <È>. Sempre uguale a se stesso. Senza vera durata.
Strano, in effetti. Venezia, un luogo appena fuori della porta di casa, invaso da turisti, e vabbé, ma perché non avevo mai pensato di fruirne, anch’io, per l’appunto, da “turista”? Ovvio, perché, a Venezia, non sono tale: rimaneva il perché della scelta.
Io e marito avevamo in programma un fine settimana lungo, per noi, di cui godere il tempo, i luoghi, ringiovanire i ricordi, riattualizzarli. Ed è stata meraviglia l’idea – potremmo regalarci qualche giorno a Venezia.
È stato un amarcord? Forse. Un ritorno a casa? Anche; ai luoghi della mia/nostra prima vita, del mio/nostro primo tempo di libertà: dalla famiglia, dal mondo adulto che ci controllava, dentro un mondo di giovani, coetanei, impegnati a farlo nostro, per un futuro diverso, da immaginare, costruire.
Dovrei parlare di giorni, ore, in cui abitare la meraviglia. Dove tutto era vero.
Venezia è stata, per anni, per me, una specie di casa interiore; il luogo, lo spazio, del tempo lento al modo giusto; il luogo delle relazioni che, di breve o di lunga durata, segnano la vita.
Perché Venezia è tale, se si sceglie il girovagare lasciando che i piedi e la loro memoria scelgano da sé il percorso – i piedi ricordano e ti guidano – magari canticchiando, di calle in calle, di campo in campo; e a un certo momento c’è fame, c’è sete e dunque, di bacaro in bacaro, o giù di lì.
Girovagando, di ponte, ponticello, ponte, svoltando calli e memorie – di libreria in libreria, ed eccola: “Libreria acqua alta”. Calla lunga S. Maria Formosa, Campiello del tintor.
Un luogo che conoscevo solo di nome, che non era appartenuto alla mia giovinezza. Un luogo che tuttavia – non chiedetemi come – c’è sempre stato. È meraviglia, è la casa dei sogni, è tempo fermo, e, davvero, libri – e ne avrei voluto di più ma anche no; è un luogo che va assorbito poco a poco e poi ne ho già acquistati troppi; è luogo cui tornare, e tornare. Un luogo da abitare.
Era una bella giornata di sole, ma ho la certezza che anche il tempo brumoso ne avrebbe segnato l’incanto.
Ed ecco il piccolo bottino – ma chissà, forse riuscirò a tornare prima di Natale, magari decidendo di portarmi a casa solo un libro alla volta, anche qualcosa di vecchio, come ora:
Voltaire, “Dizionario filosofico”, Einaudi 1950 – Prima edizione 1764
Un po’ maciullato ma non perde ancora le pagine. Un po’ più giovane di me, ma poco, praticamente un compagno di strada. Non potevo lasciarlo là.
Uno di quei libri che – quasi ovvio – non si leggono, come dire, dalla prima pagina all’ultima. Anche sì, volendo proprio, ma certamente dovendo inserire, tra la lettura, si fa per dire, di un tema e di un altro, qualcos’altro.
È un dizionario, dopotutto: ma che dizionario! Strano che dopo il buon Francois Marie Arouet, in arte Voltaire – 1694/1778 – non sia stata scritta un’altra opera similare, che ne abbia rinnovato, o anche contraddetto, modificato, i “lemmi”, che ne abbia aggiunti, che abbia collegato i tempi con gli universali: che esistono? Non certo per Voltaire che, nel suo assegnare ad ogni lemma il dovuto significato – per lui e per la Weltanschauung del tempo – attinge al presente socio-culturale e politico del proprio tempo a man bassa; dove l’ironia dell’autore si dispiega; con il nuovo spirito dell’Illuminismo da certificare, in contemporanea, con le uscite dell’”Encyclopédie” curata da Denis Diderot e Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert.*
L’opera maggiore di Voltaire è, diciamo, un anomalo Dizionario di “Filosofia” – E la voce “Filosofia”, al suo interno, descrive il significato che Voltaire assegna al sostantivo.
Che dire. In effetti, quando si comincia a leggere quest’opera è faticoso lasciarla, pure facendosi portare, di richiamo in richiamo, a saltare tra voci senza certamente seguirne l’improbabile ordine alfabetico – sicuramente necessario a costruire, per ogni lettore, un personale percorso.
Che ora lascerò, non c’è scelta. Senza rinunciare a un “lemma”, dalla descrizione breve, a mo’ di esempio; pensando che, perché no, potrei, di quando in quando, richiamarne qui l’uno o l’altro, ad libitum (mio, certo, ma ove pensi che potrebbe essere un piacere condiviso).
Tipo:
Pregiudizi religiosi”
“Se la vostra nutrice vi ha detto che Cerere presiede ai grani, o che Visnù e Xaca si son fatti uomini parecchie volte. o che Sammonocodom è venuto in terra a tagliare un bosco, o che Odino vi aspetta nel suo salone là verso il Jutland. o che Maometto o qualcun altro ha fatto un viaggio nel cielo; e se poi il vostro precettore viene a scolpir bene nel vostro cervello quel che la vostra nutrice vi ha impresso, voi ne avete per tutta la vita. Il vostro giudizio vorrà insorgere contro questi pregiudizi? Ed ecco i vostri vicini, e specialmente le vostre vicine, che gridano all’empio, e vi intimidiscono: il vostro derviscio che, temendo di veder calare le sue rendite, va ad accusarvi presso il cadì, e quel cadì vi farà impalare, se può, perché egli vuol governare degli sciocchi, essendo persuaso che gli sciocchi obbediscono meglio degli altri. E tutto ciò durerà fino a che i vostri vicini, e il derviscio e il cadì, non cominceranno a comprendere che la stupidità non serve a nessuno, e che la persecuzione è una cosa abominevole.”*
Al Voltaire ingiallito si è accompagnato un delizioso libricino.
Louise Glück, “Marigold e Rose. Una storia”, Il Saggiatore 2023. Traduzione di Massimo Bacigalupo
Ed è stata pura delizia. Con una, necessaria, vena di tristezza.
L’autrice – 1943 / 2023 – Premio Nobel 2020, è stata una poetessa, anche in questo suo unico libro di fiction in prosa – un racconto lungo, romanzo breve, in cui racconta una fantasticata (ma quanto vera!) primissima infanzia di due gemelle, dai caratteri opposti e inseparabili, tali da fare di loro due un’unità.
Marigold, che, con la sorella, sta per compiere un anno, e conosce più o meno quattro parole, non ha fretta di conoscerne altre ma ha già scoperto che, dentro ogni persona, c’è un libro. E ama i libri.
Rose, che vuole imparare a parlare, uscire di casa, e conoscere tutto il là fuori.
Cercherò di raccontare (forse, se ci riuscirò; o non appena ci riuscirò), le emozioni di questa composizione, di questo scavo che vorrei, davvero, poter far leggere a una io-Marigold piccolina, così come a una io-Rose che cattura parole e esperienze. Io-loro penso che sapremmo comprendere le loro esperienze senza difficoltà alcuna; mentre io-e basta mi perdo, rimanendo comunque catturata da un io- bambina che legge e legge e non conosce né parole né scrittura, ma sa bene di aver già scritto il proprio libro, di essere il proprio libro; e dall’altra io-bambina che invece ama appropriarsi delle parole, e del mondo della vita fuori di casa, nel bisogno di scoprirlo e viverlo. Due bambine inseparabili.
Ho letto di getto questo lavoro – di cui ho compreso a sprazzi i temi, la storia narrata, mentre ogni frase risuonava, dentro di me, attraverso strane forme di condivisione, come se, per la prima volta, non vi fosse necessità alcuna di conoscerne le parole, pur venendo travolta dalle parole. Parole interiori? Parole che precedono l’essere?
Il Saggiatore ha in corso, a cura di Massimo Bacigalupo, la traduzione dell’intera opera di Louise Glück. E dovrò far bottino di poesia.
Ora, ho ancora tre libri, uno dei quali è:
“Sono nato”, di Georges Perec, Bollati Boringhieri 2024.
Avevo già parlato di questo autore in una Chiacchierata, come questa, e mi accorgo di essere debitrice di almeno una proposta di lettura (qui)
Spero proprio di rimediare prossimamente, anche se ci vorrà un po’ di tempo.
per il momento, mi riservo di leggerlo, con altri due libri del bottino, già abbondantemente spulciati ed essendo già loro grata per la compagnia che mi faranno.
Sono diversi, ma interessanti. Per ora mi limito ai titoli: Daniele Derossi,
Decidono le femmine. Evoluzione e bellezza maschili. Einaudi 2025
Chiara Valerio, “La matematica è politica”, Einaudi 2020
A presto, spero. Quantomeno per scambiarci auguri di fine anno. Per il prossimo resta solo lo sperare, contro ogni ragione.
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- Diderot-D’Alembert, Enciclopedia – 1751 -1772; (nel 1751 uscì il primo tomo. Per l’opera i due creatori si avvalsero dell’opera, dicono, di 200 collaboratori.
- Voltaire, in molte occasioni, tratta con ironica svalutazione la religiosità islamica. Va tuttavia detto che non tratta meglio la religiosità cristiana. Difficile, tuttavia, in ambedue i casi, confutarlo.



