Il mondo fa le guerre: e non è vero che c’è chi se ne sta al di fuori.
Guerre. Ce ne sono state sempre, altre, altrettanto maledette.
Vero: “c’era una volta” chi riusciva, chi poteva, starne fuori, almeno un po’. Chi poteva persino non saperne nulla.
Se mai lo è stato, oggi e ora non è così.
Nel contempo, si continua a vivere, a compiere le azioni fondamentali per la sopravvivenza individuale di ognuno – mangiare, evacuare, dormire e, certo, anche se sempre meno, generare.
Si intrattengono relazioni; sempre meno. Si prendono posizioni – senza che ciò comporti necessariamente un fare, diverso da un rituale, intendo. C’è chi lo fa, certo. Vicini all’impotenza – ma che ci consente di sperare.
Nel mentre – è fare qualcosa? – si legge; si scrive.
Nel tentativo, bisogno, desiderio, di leggere-immaginare un passato, di fantasticare un futuro, mentre leggiamo, scriviamo, comunque e sempre, del nostro oggi. Non uno dei tanti, possibili, desiderati, temuti. Uno. Il nostro. Attuale: possibile, desiderato, temuto, immaginato.
Scaramanzia? Qualcosa da cui neppure il più fedele associato al CICAP* riuscirà mai a liberarsi.
Vale leggere il passato con gli occhi del nostro oggi? (illudendoci di) riconoscerlo; di riconoscere un percorso; di riconoscere permanenze. Soluzioni che possano mutare il nostro essere come siamo?
Vale, per ognuno di noi leggere il futuro con gli occhi dei nostri timori; con la fatica delle proprie speranze? Con una rinuncia a sperare? Se si è vecchi, il rischio è una confusione tra la nostra fine e quella del futuro fuori di noi?
Come pensarlo di chi amiamo. Dei figli; dei nipoti; delle tante persone care, per cui dobbiamo avere speranza e oltre; in cui abbiamo fiducia. Delle persone, delle genti che potrebbero, avrebbero potuto, se fossero vissute, fare qualcosa di buono per il nostro mondo, anche qualcosa di piccolo, niente di che; tipo mettere al mondo figli fiduciosi di un proprio futuro; di cui aver cura, da amare; sperando per i nipoti, per i loro figli sperati, futuro anche nostro, dopo che ce ne saremo andati.
Sarà che, nel nostro cosiddetto Occidente, c’è sempre più gente sola. Vecchia. Gente che non vede i ragazzi combattere, sperare.
Ascoltiamo numeri di morti senza volto, migliaia e migliaia; decine, centinaia di migliaia, indifferenziati – ignorando il loro essere ognuno tutta la vita di chi resta, madri, padri, figli, compagni dei loro giorni; ognuno unico e irripetibile come il dolore che lasciano. E l’odio, montagne di odio irredimibile.
Leggiamo. Scriviamo. Alla ricerca di una via di fuga; della via di un riposo dalla vergogna della quotidianità, da speranze prive di fede nella infestante specie umana (rappresentata dagli altri; non nostra; noi, a qualsiasi parte del mondo il caso ci abbia impegnato a vivere, noi, gli uni e gli altri, siamo i buoni!).
Scrivere, ripercorrendo il passato, rimpiangendolo o deprecandolo, riconoscendovi le costanti che conducono al nostro qui e ora.
Scrivere immaginando un futuro. Scrivere ancorandoci al nostro oggi, individuale, familiare, e su e su fino a comprendere mondi – come sempre ipostatizzando personalizzazioni del bene, del male, della saggezza, della bontà, del mondo…futuro?
Vale ancora scrivere, rinchiudendosi nel proprio personale vissuto, che altri leggeranno riconoscendovi il proprio; o stupendo di altre possibilità, altre sorti; il tutto, per ognuno, per un sé rinchiuso in una bolla; pure quando ci sembra – vorremmo? – immaginare il futuro del pianeta e della nostra specie, il futuro delle nostre società – facendo permanere un presente in cui cose accadono e hanno, o non hanno, un desiderato, ma anche no, lieto fine. Rassicurante. In ambo i casi? Ci può stare.
Scrivere costruendo personaggi immaginari che diventeranno amici – nostri, per altri – la cui compagnia verrà ricercata da chi legge, nella sicurezza che non ci deluderà (più o meno).
Rileggere, riscrivere, in un gioco al giorno della marmotta con varianti che lasceranno il plot (desiderato) sempre uguale, assente il rischio del malessere di un pensiero non atteso e non voluto.
Le fiabe, così come le serie, fiabe per adulti; i grandi romanzi: Vladimir Propp insegna.
Dimentichiamolo. In assenza, o quanto meno nella fragilità che ormai, lentamente ma anche no, sgretola il reale dei nostri giorni e delle nostre relazioni, evitiamo di rovinarci il gioco.
Ancora leggere. Scoprire che quel personaggio, quelle storie che ci avevano tanto appassionato, non hanno retto il tempo e oggi non possiamo amarli più.? Anche no. Leggere dopotutto non fa male.
Leggere – e informarci sul reale – consente di vivere, dentro fuori dalle nostre pagine, anche affrontando la realtà per via di negazione: sto nella mia cucina, cuocio una cena, ascolto un telegiornale, un talk show; perdo qualche battuta, pezzi di conversazione (chi sta parlando? Voci sovrapposte. Che non parlano, gridano).
Fa nulla, nessuno chiede davvero a quelle voci di avere un senso; per ben che vada un’appartenenza da stadio.
In tutto questo ci stanno le nostre comunità di lettori, le nostre librerie (naturalmente indipendenti? Da cosa? Ma come non apprezzare la loro fatica).
In tutto questo ci sta una resistenza – dell’illusione, chi può dirlo? – un fronte che sostiene una improbabile permanenza del reale, individuale, di gruppo, nazionale, del mondo, che, in ogni sua diversità, finge se stesso e parla parla, scrive, legge.
Ricordo con assoluta presenza il primo “libro”, quello che ho guardato-letto e “riletto” a lungo, ritornando e ritornando a quel disegno di “dea”, “principessa”, “aurora”, colori pastello, lunghe vesti, fiori tra i capelli, biondi, scomposti in lunghe onde che facevano percepire il vento, leggero, primaverile, un sole dal tepore alleggerito dalla brezza.
Era – è – meraviglia. Ancora. Il ricordo e l’emozione permangono. Quanto vorrei riaverlo! Sapendo bene che mi distruggerebbe un ricordo. Poche pagine, cartoncino grezzo, una favola senza importanza, bastava la figura (sicuramente niente di che) per leggervi tutto ciò che è, nella vita, bello e fiabesco.
Dovevo essere molto piccola, non leggevo ancora, ma leggevo. E non credo ci sia stato un prima di ciò, non ci credo proprio. Non ricordo il passaggio alla lettura alfabetica. Nel continuum tra mamma che mi leggeva le fiabe e io che leggevo le figure, non c’è stata separazione alcuna. Non ricordo l’assenza della scrittura, solo la sua forma “sgorbiata” – voce del verbo “sgorbiare, dice Treccani, definendo il verbo “ant.”, nel significato di “Macchiare d’inchiostro; riempire di sgorbî, scarabocchiare: un foglio, un quaderno.” Neppure stavolta mi è uscito di tastiera (avrei voluto poter dire: di penna) un neologismo.
L’editoria (non solo italiana) sforna storielle, intrattenimento banale, scritture che si apprezzano perlopiù solo in quanto grammaticalmente corrette – ormai non è poco, e conviene ringraziare. Anzi: premiare.
E perché no, dopotutto. Al contrario di quanto si crede, molti leggono; le librerie strabordano di titoli. Per non parlare di Amazon; di copertine (attuali) da fotoromanzo d’antan – che non credo esistano più ma tant’è: esistono i corrispettivi, soprattutto video. Persino gradevoli, di buona fattura.
A posteriori, anche i fotoromanzi hanno avuto una loro funzione.
Nella foresta dell’editoria mondiale – e italiana – esistono buoni libri; futuri capolavori (se ci sarà un futuro per la scrittura, la lettura, del tipo che oggi amiamo). Ricordando che non esiste il tempo per un buon libro: scritto oggi o nel passato.
Da molto tempo mi ripeto che, almeno, dovrei rileggere un libro che anticamente ho letto e riletto. Da ragazzi non si teme il dolore; ci si permette di piangere; e di capire.
Oggi ne ho un po’ di timore. Non lo desidero e lo desidero: almeno per non sentirmi in fuga.
Erik Maria Remarque. “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.
Mentre mi accorgo di non aver mai letto tutta la trilogia: da completare dunque con: “La via del ritorno” e “Tre camerati”.
L’ho scaricato su Kindle. Non voglio riprendere in mano il cartaceo. Deve riposare, rimanere quello del tempo. Non può rischiare di venir lasciato.
Almeno questo. Pure se non cambia nulla.
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- CICAP: Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze; fino al 24 settembre 2013 Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale[2]) è un’organizzazione educativa senza fini di lucro, fondata nel 1989 per promuovere un’indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell’insolito, con l’obiettivo di diffondere la mentalità scientifica e lo spirito critico. (https://it.wikipedia.org/wiki/CICAP).
