Wolfram Eilenberger, “Il tempo degli stregoni. 1919 – 1929. Le vite straordinarie di quattro filosofi e l’ultima rivoluzione del pensiero”, Feltrinelli 2018

Traduzione dal tedesco di Flavio Cuniberto[i]

 

È stata una lettura lenta, godibile e goduta. È stata pure una lettura che mi ha suscitato un qualche disagio, una qualche riserva mal chiarita, anche mentre mai avrei lasciato la pagina che, lungo tutto il libro, mi teneva avvinta.

È stata una lettura che ha provocato in me una vera e propria urgenza di altri libri da leggere; che ha provocato la riemersione di testi abbandonati da tempo e di testi mai letti, da recuperare.

È stata dunque una lettura fruttuosa. Segnata tuttavia da una riserva, unita al timore di scoprirmi ingenerosa, di scoprirmi a volere la luna. Capita, quando un libro suscita speranze eccessive, per qualche motivo indecifrabile, anche solo per un buon incipit, come questo:

Ingeborg Bachmann
Ingeborg Bachmann

Parlare delle opere di Ingeborg Bachmann è arduo se non si è messa a fuoco una storia, un contesto di vita di questa grande scrittrice.

Ma come – mi dico da sola – non basta la sua scrittura a giustificarla?

E mi rispondo, devo rispondermi, che la sua scrittura si giustifica da sé, qualunque sia stata la sua vita, eppure: qualcuno potrebbe immaginare Virginia Woolf senza il Gruppo di Bloomsbury? La vita, per alcune autrici, è un <luogo> della loro arte – ecco, credo valga, in modo particolare, se non solo, per le donne. Dovrei pensarci meglio, ma mi pare sia davvero così. È qualcosa che ha che fare con la loro posizione nella società, con il loro essere ingabbiate in ruoli e status assegnati, per i quali la donna e l’artista, nella stessa persona, richiedono una forma di rottura con il contesto di vita. Qualcosa del genere.