Umberto Eco, “Il fascismo eterno”, La nave di Teseo 2017

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco tenne un discorso presso il Dipartimento di Italiano e Francese alla Columbia University, per celebrare il cinquantenario della liberazione dell’Europa dal nazifascismo.

Pochi giorni prima, il 19 aprile, ad Oklahoma City era stato compiuto un grave attentato dinamitardo che aveva causato – leggo, per recuperare il ricordo -168 morti e 672 feriti. L’attentatore veniva, come si dice, dall’interno: si trattava di un veterano della Guerra del Golfo. Impazzito. Che in seguito fu condannato a morte tramite iniezione letale.

Avevo variamente e vagamente riflettuto sul fatto che “la lettura non è separabile da un “dove”, da un luogo – e soprattutto non da quel “dove” assoluto che è il mio ubi consistam, che viene con me ovunque io vada e che non mi può lasciare, con i connessi legami alla mia terra, alle mie relazioni, alla mia lingua.” (qui, e scusate l’autocitazione)

Ora, credo di non essere sola nel sentire un pericolo, l’attesa di un disfacimento dei nostri giorni, intesi come storia, lingua, cultura, comunità che si riconosce e, a partire da questo, riconosce e incontra altri.

La domanda non ha a che fare con un qualsivoglia confronto di <realtà>. Ha a che fare con un <racconto> che solo, se condiviso, può dar luogo ad un Noi, ad una comunità in cui vi sia reciproco riconoscimento. Vale per il singolo e vale per il gruppo: ciò che importa è, sempre, il racconto condiviso da trasmettere quale immagine di sé e di noi. Scegliendo, in coerenza, comportamenti e obiettivi che lo confermino. Sta tutto qua, credo.