Ci sono i molti modi dell’autobiografia, nella scrittura di Aimée Bender; e ci sono i molti modi dell’osservazione che la protagonista di questo romanzo agisce: degli altri, dei familiari, (in questo caso); estranei, vicini di casa, colleghi, incontri casuali o quasi (nel suo precedentemente romanzo, “Un segno invisibile e mio”, la cui recensione si trova qui).
C’è – tratto inconfondibile nella narrativa di questa autrice – un disvelamento dei personaggi reso, confessato, dai gesti, dalla traduzione in sensorialità dei bisogni, delle emozioni, dal sapore dei rapporti, che produce, nel lettore, il disagio del ritrovarsi nudi di fronte allo sguardo altrui, potenzialmente palesati nel nostro intimo e nella nostra quotidianità; nell’andare per la strada, nel presentarci, richiedere, offrire, salutare, stringere una mano; nel preparare del cibo per altri; nel mangiare cibo che altri hanno prodotto per noi e ci offrono.
