A immagine e somiglianza di Dio: uomini e libri

C’è una grande confusione sotto le stelle del mio cielo di lettura. C’è una lista dei desideri, di fatto abbandonata perché sommersa da voglie improvvise, da qualche acquisto inconsulto, da desideri di rilettura che mi assalgono per rivelarsi poi non proprio tali, del genere di palo in frasca.

La mano si allunga sui miei scaffali, di sua volontà, ad agguantare quel libro, l’altro libro, cose vecchie, a portata di mano – appena terminato ciò che sto leggendo, ecco, sì, lo leggerò, da tanto non ci frequentavamo, ricordo… – per poi scordare tutto e abbandonare il libro nel disordine, fuori scaffale, ad aggiungersi ad altri libri fuori posto, risultato di desideri incompresi; a loro volta travolti da sensi di colpa per l’abbandono di altri libri, acquistati – una bancarella, una visita in libreria, mi hanno chiamato, neppure hanno dovuto insistere.

C’è il quaderno nero, la benedetta lista dei desideri – altro comparto – composta, ovviamente, di libri che non possiedo, di nuovi autori da scoprire: un fatto di cui i vostri blog portano tutta la responsabilità, diciamolo.

Nipotino lettore

Ma prima ancora, per poterla individuare, sarebbe necessario esaminare i fondamentali, per così dire: perché si legge? Perché si scrive? A quale bisogno risponde la lettura? Chi siamo noi lettori? In questo nostro tempo multimediale?

La voglia di scrivere soffre invece di una qualche stanchezza – fa caldo; temi si accavallano. Scrivo. Abbandono. Perché mai dovrei scrivere? Tutto pare governato dal caso: fa caldo, certo. Io non lo amo. E tuttavia.

È solo una mia convinzione, ma ferrea: anche, e forse soprattutto, quando si agisce a caso, ci dovrà pur essere una, vogliamo chiamarla aristotelica causa efficiente a giustificazione del tutto?

Domande dalla risposta ovvia, forse banale. Domande che toccano realtà, individuali, sociali, complesse; fonte di possibili sorprese.  

Varrà forse la pena di fare qualche provvisorio tentativo per una messa a fuoco di un tema: vediamo vivere, oggi, i figli, e i libri, di un mondo nuovo? Che avrà un suo sviluppo, dando luogo a un salto culturale che da cui deriverà, oppure è già derivata, una mutazione, nella forma, certo anche nei contenuti, della scrittura e della lettura? All’interno di una mutazione antropologica? Del genere che, quando accaduta, nessuno saprà più chi eravamo noi, venuti prima?

Altre cesure, altri grandi salti, sono avvenuti nella storia della nostra specie: di alcuni/pochi/molti neppure sappiamo. Non ci si pensa; al meglio, li si considera solamente <passaggi> (non <salti>, cambiamenti evolutivi), <alla civiltà>, al raggiungimento, per la specie umana, della propria forma definitiva; vale a dire la nostra, presente; che, a seguire, dovrebbe – avrebbe dovuto rimanere se stessa in eterno: siamo o non siamo figli di Dio? Fatti a <Sua> immagine e somiglianza? Al maschile, peraltro. Ma questo è un altro discorso.

Resiste, parrebbe, una tale aspettativa per quel punto di arrivo che, temo, noi crediamo, come specie, di rappresentare. Ce lo ha assicurato IL LIBRO, per antonomasia.

Bibbia di Gutenberg

Forse abbiamo divinizzato pure i libri, oltre a noi stessi.

Dovremmo provare a riportarci a quel grande momento in cui, in Grecia, è stata sdoganata la scrittura, nella forma in cui la conosciamo oggi – ciò che è seguito sono stati, a tutt’oggi, cambiamenti di primo livello, dove la struttura del modello, di massima, permane: papiri, pergamene, carta (invenzione cinese, peraltro); scribi e amanuensi.

Invenzione della stampa: il grande salto; denso di conseguenze.

Da quel momento in poi, sarebbe divenuto possibile consentire a ogni uomo l’accesso alla scrittura, e alla lettura (vogliamo dire dei testi sacri? Diciamo l’accesso alla conoscenza, che costituiva la pietra fondante del potere; alla condivisione delle idee; che avrebbe reso possibile agli uomini la liberazione dalle diverse forme di schiavitù operanti nella società).

È iniziata la lunga strada verso la caduta dei poteri assoluti; quel percorso che ha portato a rivoluzioni; la strada che, nel tempo, e attraverso conflitti sanguinosi, ha portato a identificare come possibili forme democratiche del vivere comune alla cui base non sta, come spesso si dice, l’idea di <una testa un voto>: sta l’informazione, la conoscenza, la possibilità che questa fornisce di conoscere ciò che avviene e ciò che i governanti fanno – in nome del popolo che governano. La possibilità di immaginare, nel bene o nel male, un Mondo Nuovo. E di scegliere, in conseguenza.

Non si è forse compreso, invece, come la stampa, e la massificazione della capacità di scrivere e leggere, avrebbe mutato i contenuti della scrittura e della lettura, la loro natura, la loro funzione.

Scrittura era stata il teatro greco, i grandi poemi epici, la poesia; opere fatte per essere lette dalla voce umana, ascoltate anche da chi non sapeva leggere e scrivere. Fondamentali per la trasmissione culturale e la connessa coesione sociale.

Lettura aveva significato ascolto e condivisione di un sapere – mitico, storico, scientifico. Aveva avuto poco o nulla a che fare con un pensiero da coltivare e fruire per se stessi, nell’intimità; eludendo il controllo della e sulla conoscenza.

Scrittura significava le opere dei filosofi, degli scienziati che, nel tempo, si interrogavano sulle origini del mondo, sulla natura, sulla forma dell’universo. Gli “Elementi” di Euclide, scritti intorno al 300 a.C., hanno costituito, fino al 1900 d.C., e potremmo dire costituiscono tuttora, le basi su cui ancora si insegna la geometria ai nostri scolari e fino alle scuole superiori.

Il cambiamento non avvenne, tuttavia, all’improvviso; pure se oggi possiamo fissare una data: 23 febbraio 1455, pubblicazione a stampa della Bibbia Gutemberg.

L’inizio, come da tradizione, vide la diffusione a stampa della Bibbia ebraico-cristiana: a ciò servivano scrittura e lettura, a trasmettere, per l’appunto, normatività condivisa. Ma poi!

Con la stampa a caratteri mobili il genere novella, già esistente, ha potuto evolvere nel genere romanzo – una narrazione in prosa finalizzata ad un piacere-conoscenza del lettore da coltivare individualmente, talvolta mascherata sotto la veste di insegnamento morale ma insomma, diciamolo, quasi solo “per finta”,  quasi come alibi.

Perché sì: all’inizio di questa storia, la lettura non era individuale: si leggeva ancora a voce alta, in gruppo. È stato il romanzo a far crescere, e “abilitare” la lettura privata, silenziosa, in solitudine.

La cosa ha colpito per (più di) un sospetto di immoralità – in particolare per quanto attiene alla lettura femminile, ovviamente: ma anche questa è un’altra storia. Che bisognerebbe raccontare.

Illustrazione dall’Hortus deliciarum, una delle Enciclopedie che nel Medioevo costituivano la summa della cultura sapienziale dell’epoca, concepita come il complesso armonico delle sette arti liberali, qui simboleggiate da sette figure femminili con al centro la filosofia. In: Wikipedia

Pensiamoci bene: solo la sessualità e le funzioni escretive (ambedue comportamenti “necessari” ma, nella morale religiosa, associati alla sporcizia – sinonimo di immoralità in campo spirituale) godevano, tra i comportamenti umani, del diritto/dovere alla riservatezza. Ogni altro comportamento umano – mangiare, bere, cantare, lavorare – era e restava sociale. Da svolgersi, idealmente, alla luce del sole.

Guarda un po’: con l’invenzione della stampa, all’esercizio della sessualità si è aggiunta, tra i comportamenti potenzialmente immorali, la lettura. È interessante.

Oggi, la narrativa, con tutti i suoi generi, con funzione (anche) di intrattenimento, ha a che fare, certo, con la letteratura, ma anche no. Non necessariamente.

Soprattutto, non esiste quasi  più un rapporto necessario tra la qualità letteraria di un’opera e la sua diffusione. La pubblicazione di un libro ha ancora a che fare con la (speranza della) sua sopravvivenza nel tempo?

La risposta va posta in relazione ai cambiamenti che il tempo, e questo nostro tempo in particolare, porta con sé.

Dopotutto, se è vero che opere datate da oltre due millenni parlano ancora con noi, è pur vero che questo vale all’interno delle Civiltà del Libro, per capirci. Non per il genere umano in toto. Non all’interno di ogni sua cultura; che peraltro neppure deve, di necessità, esprimersi, ed esprimere i propri dispositivi culturali, per mezzo della scrittura per come noi la intendiamo.

Se è vero, e lo è, che nessuno di noi è in grado di prescindere dalla propria appartenenza culturale, potendo al massimo tener conto, nei propri giudizi, di questo vincolo, è altrettanto vero che, data l’estensione delle Civiltà del Libro, date le relazioni che storicamente hanno legato i destini dei popoli che vi appartengono, l’eurocentrismo delle nostre radici risulterà un confine insuperabile.

(Ecco affacciarsi il dubbio. Quel fatto per cui continuiamo a crederci, noi occidentali, in senso lato, costitutivi del <mondo>, a crederci <la civiltà> cui <gli altri> dovranno pervenire, magari con il nostro aiuto, se quest’ultimo non li avrà distrutti prima: cosa che confermerebbe noi, in effetti, quale <specie umana>. Ripetiamolo: Fatta a immagine e somiglianza di Dio.

Noi, sempre più vecchi, pochi, gonfi di tutta la nostra autoreferenzialità)

Nel frattempo, il mondo va per una sua strada impensata, o pensata per pezzi e brandelli che, a quanto pare, o come si può sospettare, potrebbero – potranno – a un certo punto, convergere in una sintesi per dar luogo a un mondo nuovo – impensato, sconosciuto.

Potrebbero dar luogo a una cambiamento di paradigma.

Sono andata troppo oltre. Sì, certo.

Tornando al nostro apparentemente piccolo tema: il libro, quella <cosa> che ha dato forma a tutta la nostra civiltà.

Oltre due millenni fa, il buon Socrate, da cui tutto o quasi è nato, si intestardiva (sosteneva Platone) a nulla scrivere del proprio pensiero, ritenendo la scrittura un male, qualcosa che limitava e impediva il dialogo, costringendo in tal modo altri a scrivere per lui.

Oggi, mentre si fa una piccola guerra all’e-book, e mentre una <letteratura da diporto> dilaga, fornendo prodotti anche pregevoli, che spaziano da prodotti di un ottimo artigianato della parola per giungere fino a opere di alta, e fino a eccelsa, qualità letteraria, dentro un mercato che, avendo tramutato il cittadino in consumatore, ha trasformato il libro in merce, con tutte le sue gradazioni di pregio, ecco farsi largo gli audio-libri. Che assommano in sé la privatezza della fruizione – non più demonizzata, anzi – con il ritorno alla parola da ascoltare, anche in gruppo.

Nel mentre, i romanzi di intrattenimento si caratterizzano e hanno successo nella misura in cui si prestano ad essere ritradotti in forma di sceneggiatura, per la multimedialità.

Mi fermo. Sono confusa.

So di dover mettere a fuoco un pensiero da cui, forse, un po’ mi ritraggo; mentre ne subisco il fascino.

Dopotutto, perché no: ho la fortuna di essere un ieri, con la conseguente certezza che niente, nella mia vita, disturberà il mio mondo di libri, mentre posso ben sbirciare in un mondo a venire.

Ma là fuori c’è un mondo che non è quello che conosco io, non più. E non è neppure quello che alcuni credono di poter maneggiare, controllandone e prevedendone le conseguenze.

Magari ci tornerò sopra. Magari farò qualcos’altro. Va a sapere.

Alla prossima. Forse.