C’è il mondo, là fuori.

Version 1.0.0

Wolfgang Herrndorf, “Un’estate lunga sette giorni”, Rizzoli 2012

Traduzione di Alessandra Valtieri 

Quarta di copertina

“Quando Tschick arriva nella classe di Maik non passa inosservato. Zigomi pronunciati, occhi da mongolo, non apre bocca e puzza di alcol. Di sicuro non sembra uno con cui fare amicizia. Ma tutto può succedere quando tua madre se ne va per l’ennesima volta alla beautyfarm, alias una clinica per alcolisti, e tuo padre parte in vacanza con la sua segretaria diciottenne. Se poi Tatiana Cosic, la ragazza di cui sei innamorato perso, non ti invita alla sua festa di compleanno… Può anche darsi che ti ritrovi su un’auto rubata accanto a Tschick, per andare in una terra chiamata Valacchia, che forse esiste, o forse no. L’importante è partire.”

Romanzo scritto alla prima persona; la voce narrante apparterrà a Maik Klingenberg, quattordicenne figlio di una ricca famiglia berlinese in procinto di dover affrontare un fallimento.

La vita di Maik in famiglia era difficile. A scuola non era popolare. Aveva avuto un soprannome, tra i compagni – Psycho –  ma solo per un breve periodo; e chiosa, su questo fatto: 

Wolfgang Herrndorf

“Se non hai un soprannome i casi sono due: o sei talmente sfigato che nessuno si prende la briga di affibiartene uno, o non hai amici. (…) Ma c’è anche una terza possibilità, e cioè che sei sfigato e non hai amici. E temo che questo sia proprio il mio caso”.

Racconta, Maik: della sua famiglia, della villa con grande piscina, della madre alcolista, del padre violento e assente; racconta della scuola, dei compagni e di Tatiana, la compagna più bella, che stava organizzando una festa per il suo compleanno, alla quale avrebbe invitato la classe…ma, infine, non lui: e non, ovviamente, Andrej Tschichatschow (Tschick), il suo imprevisto e imprevedibile amico, un ragazzo che puzzava di alcol, anche se non sempre; malconcio, praticamente senza famiglia, immigrato, socialmente marginale; che della propria situazione non pareva darsi pensiero. Mentre Maik, fino all’incontro con Tschick, soffocava nella sofferenza, nel non sapere di sé. 

“A nessuno frega niente di me. (…) Ma in fondo andava bene anche così. Quella era la mia scuola di merda e quello era il mio rapporto di merda con le ragazze. Non c’era via di scampo. Ne sono stato convinto finché non ho conosciuto Tschick. Dopo, molte cose sono cambiate.”

Il racconto di Maik si avvia, come una riflessione su quanto avvenuto, sulla propria storia, sulle conseguenze che ne sarebbero derivate, alla conclusione di un improbabile viaggio che i due avevano vissuto girando a caso, più o meno intorno a Berlino, a bordo di un’auto rubata: destinazione “Valacchia”, mitica terra d’origine della famiglia di Tschick, luogo che “forse c’è e forse no”.

La storia si è conclusa, per Maik, in una stazione di Polizia. Solo, insanguinato, “pisciato”; terrorizzato e rassegnato. Incerto su dove e come fosse riuscito a scappare Tschick; ma deciso a non far parola di lui con i poliziotti.

… i poliziotti tedeschi non possono torturare nessuno. In Turchia sì che possono torturarti. E anche alla televisione.”

Tschick e Maik avevano vissuto una settimana speciale, a bordo di una vecchia Lada – rubata, certo, ma non proprio; diciamo presa in prestito. Abbandonata da tempo dal proprietario era funzionante, e alla sua assenza forse nessuno avrebbe fatto caso. Tschick sapeva guidare, e pure accendere il motore senza chiavi. Maik, da parte sua, era libero da controlli, dato che il padre era partito per una vacanza con la segretaria diciottenne mentre la madre era ricoverata, per disintossicarsi, nella abituale clinica.

Maik cerca di rassicurarsi pensando. Nel mentre, il poliziotto presente si mostra gentile, in attesa di non si sa cosa. E Maik narra, a se stesso e a noi; ripensa la propria vita, la scuola, l’arrivo nella classe di Tschick, la loro amicizia improbabile. Racconta di Tatiana, di cui è, inutilmente (forse) innamorato perso. 

Nel corso del viaggio i due si troveranno ripetutamente nei guai, ma faranno incontri interessanti; con gente strana, in effetti, che sarà loro di aiuto senza intromettersi: là fuori risulterà esserci un mondo dove si incontrano comportamenti amichevoli; mentre il povero, marginale Tschick si rivelava molto più capace di dare e ricevere amicizia del ricco e solo Maik, inesperto del mondo.

Accadono fatti devastanti e fatti interessanti; in quest’avventura, i due faranno buoni e utili incontri; incontri strani, varia umanità. 

Ci saranno incidenti, ci sarà l’ospedale, ci sarà L’infermiera Hanna, cui si vedeva la biancheria al di sotto delle divisa bianca e attillata, e tuttavia capace di chiacchierare con lui, e…

“Chissà perché mi riesce più facile parlare con ragazze grandi come Hanna invece che con quelle della mia età. Bah, è un mistero. Se qualcuno ha la risposta mi faccia pure una telefonata. Io, davvero, non so spiegarmelo.

Ci sarà il medico che cerca il colloquio, che assicura Maik sulla riservatezza del loro rapporto, sul proprio impegno al segreto professionale

Ma così, per curiosità: cosa volevate fare? Dove volevate andare?”

“Non ne ho idea.”

(…)

“È una cosa da matti.”

“Cos’è questa cosa da matti?”

“È… ecco, noi volevamo… sì, insomma, volevamo andare in Valacchia. Vede? Cosa le dicevo? Anche lei trova che sia una cosa da svitati.”

“(…) Non approfondiamo l’argomento. Alla fine ci stringiamo la mano come due persone adulte e io mi sento davvero sollevato per non aver dovuto strapazzare troppo il suo vincolo del segreto professionale”

Edizione 2021, BUR, di Un’estate lunga sette giorni

Ci sarà Isa, ragazzina più o meno fuggita di casa, che ha condiviso con Maik e Tschick avventure: l’amicizia di un giorno, un legame, forte

Ci saranno incontri, tanti, improbabili, con personaggi originali, sofferenti e allegri e, come dire, normali. Capaci, tutti, qualcuno molto a modo suo, di offrire aiuto e simpatia. 

“Fin da piccolo mio padre non aveva fatto altro che ripetermi che il mondo è brutto. E io ero cresciuto con la convinzione che il mondo fosse brutto, e la gente cattiva. Non fidarti di nessuno, non andare mai con chi non conosci…Me l’avevano detto mille volte i miei genitori, me l’avevano ripetuto mille volte i miei insegnanti (…). E forse era vero. Forse il novantanove percento dell’umanità era davvero perverso e malvagio (…) Ma (…) in questo viaggio io e Tschick avevamo incontrato solo quell’un percento escluso dalla categoria. (…) Raro, sì, ma non impossibile. E queste cose, almeno una volta in tutta la tua carriera scolastica, dovrebbero dirtele.” 

Romanzo di formazione (li chiamano così; per la verità, non saprei dire cosa ciò significhi davvero: il tema è complesso; riguarda libri con protagonisti adolescenti, libri che devono leggere tutti, adolescenti e adulti). Nel genere, un capolavoro. 

Scritto nel 2010 è divenuto un grande successo editoriale in Germania; tradotto in Italia da Rizzoli nel 2012; riproposto in una nuova edizione, con il titolo “Goodbye Berlin“, in edizione BUR, nel 2021, mi trovo a dover richiamare un altro capolavoro, considerato il romanzo di formazione per eccellenza: 

Il giovane Holden” di J.D. Salinger, pubblicato dall’autore nel 1951, e in italiano da Einaudi, 1961, per la traduzione di Adriana Motti.

Ed ecco: il romanzo di Salinger è un riconosciuto capolavoro, imperdibile, eppure…

Lettura che ti coinvolge senza scampo, è certo; una scrittura-voce di un protagonista ancora adolescente, di cui è solo possibile dire che è “vera”, come il pensiero, il vissuto, le emozioni e il loro significato. E il dolore. Pure se, alla fine, un po’ si risolve. 

Il giovane Holden”, forse non è molto letto, oggi. Dopo l’edizione del 1961, Einaudi ne ha pubblicato un’ulteriore edizione solo nel 1997, seguita da un’edizione, datata 2014, nella Collana “Gli Struzzi” e, nello stesso anno, da un’edizione nella Collana Supercoralli, seguita da una ristampa nella Collana Super ET (non più disponibile): un successo, dunque, del quale ringraziare, forse, più che il successo italiano del romanzo, la cura che di questo libro ha avuto Einaudi; che deve aver insistito per mantenerlo in catalogo. Forse è una mia idea balzana, ma così penso.

Oggi, mi ritrovo – quasi un obbligo – a confrontare i due libri, che narrano storie diverse e tuttavia sovrapponibili.

Holden Caulfield: un ragazzo, un po’ più grande di Maik, fugge dalla scuola che lo ha espulso per rientrare a casa, a New York; per insofferenza divenuta insostenibile della scuola; per dire di persona ai genitori quanto era accaduto, non per la prima volta. 

Holden, disponendo di denaro, non ha problemi di sopravvivenza ma affronterà incontri privi di utilità. Ha alle spalle il trauma per la morte di un fratello, e vive la difficoltà di accettare il passaggio al mondo adulto, che lo porta a ripetuti fallimenti scolastici. 

Unica risorsa, arrivato a New York, sarà raggiungere  la sorellina Phoebe; a casa, dove entrerà senza farsi vedere dai genitori. 

La vicenda si concluderà, vogliamo dire positivamente, essendo stata tuttavia un’esperienza di rapporti sbagliati, inutili, se non dannosi; unica relazione utile, per l’appunto, la piccola Phoebe. 

Per il lettore italiano, adolescente o meno, e a distanza di cinquant’anni dalla prima pubblicazione, “Il giovane Holden” resta un capolavoro imperdibile che tuttavia, oggi, forse non può stare nell’orizzonte immaginativo dei nostri adolescenti – probabilmente l’ambientazione  in una New York del tempo, in un mondo, oggi, irreale. Il vissuto di Holden tuttavia ci sta, eccome, ancora e sempre. Da questo punto di vista, nelle storie e in tempi diversi, Holden e Maik sono storie sovrapponibili.

Diversamente da Holden, tuttavia, Maik, con Tschick, vivrà avventure a rischio che gli daranno modo di incontrare simpatia, aiuto, con il sostegno di un’amicizia degna del nome. Maik scoprirà l’esistenza di gente buona, la possibilità di trovare aiuto; ne uscirà non più solo, pure se la sua situazione manterrà tutto il suo carico di dolore, di violenza in famiglia, con solo uno spiraglio, disperato e liberatorio, di possibilità.

A scuola, beh, la sua avventura modificherà – in bene, in male, si vedrà – le sue relazioni, con gli insegnanti, con i compagni. Con Tatiana, forse. Poco importa. 

Il tema – l’adolescenza, la crisi di passaggio, il malessere di sé, l’inadeguatezza degli adulti che vivono, spesso molto male, il proprio mondo mentre tu ne vivi un altro – accomuna i due romanzi.

La scrittura è, in ambedue i casi, eccezionale; è la voce, sono le emozioni, del tempo della crescita; è il linguaggio, mutato e uguale  in tutta la sua verità, come diversi e uguali sono il mondo, i luoghi e il tempo cui Holden e Maik appartengono.

La diversità: per Maik è emersa la speranza, il coraggio di fronteggiarla e, se la paura non se ne sarà del tutto andata, se il mondo rimarrà comunque un luogo pericoloso, là fuori è ora un tempo e un luogo da esplorare, armati di curiosità. Là fuori c’è qualcuno pronto ad aiutarti e da aiutare.

Si tratta di un libro con un grande finale, catartico. Da scoprire. Un finale da cui l’immaginazione del lettore può proseguire a raccontarsi la storia.

Wolfgang Herrndorf (1965 – 2013), ci ha lasciati troppo presto, pure se questo suo romanzo ha fatto di lui uno dei maggiori autori tedeschi contemporanei. 

Dal romanzo, con il titolo “Goodbye Berlin“, è stato tratto un film, nel 2016. Non l’ho visto. Non ancora.