Poesie da Gaza

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza

Prefazione di Ilan Pappé. Con interventi di Susan Abulhawa e Chris Hedges

Curatori: Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti

Fazi Editore 2025

Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh

Traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni

Non so che dire, di fronte a questi testi. Altissima poesia, fonte di conoscenza dell’umano nella sua interezza; dell’umano nella guerra; che sa la pace, pur non avendola mai vissuta; fonte di conoscenza della guerra e della vita, irrimediabilmente intrecciate; di libertà, di madri e padri, di terra e parola, di appartenenza, condivisione e comunione; di fratellanza. 

Ilan Pappé, storico israeliano

Di Giovinezza, di futuro dovuto – di figli da crescere, da porre tra le braccia di nonni.  Del sogno di un Futuro.

Queste poesie sono Gaza. E sono di ogni luogo e di ogni tempo. 

Parleranno a lungo. Per sempre?

Sono e saranno armi contro la guerra. Parola di chi conosce guerra, distruzione e morte; scommessa, dunque, sulla vita, per la vita. A Gaza, terra madre di tutti, come lo è e sempre lo sarà ogni terra madre in guerra.

È strano – e no, non lo è: nella parola, singolare, di queste poesie non viene mai nominato – mi è sfuggito? – il <nemico>. È un destino; della specie umana. Sei tu, sono io. Non sono. Oggi. Domani.

Dolore, nostalgia, fatica, disperazione; sguardo, sottinteso, suggerito, alla vita che rinascerà.

Guerra dei vinti, come ogni guerra, sempre. Nessun vincitore mai, se non la vita, per chi prosegue e prosegue a nominarla. A nominare la propria terra. A nominare un Lui, una Lei, dei Loro con cui vivere; a dire Terra casa mia. 

A nominare la parola Madre, Padre. A nominare la parola Figlia, Figlio. E Amici. Senza confini.

Nemico: la parola che manca, che non c’è. Parole di libertà, che ci libera.  

Nessun torto. Nessuna ragione. Solo guerra, e vita che resiste e amore, tanto, sempre. E abbracci.

Il nemico sarà nominato, infine, in una bellissima lettera posta in chiusura del volume, del giornalista statunitense, corrispondente di guerra, di molte guerre, Chris Hedges all’amico poeta Refaat Alareer: un saluto, e ricordi comuni, dopo la morte del poeta, avvenuta il 6 dicembre 2023.

La lettera, che contiene alcune poesie di Refaat Alareer, si chiude con le parole “Hai vinto, La morte ti ha portato via. Ma non ha portato via la tua voce o le voci di coloro che tu hai commemorato.

Tu e loro siete ancora vivi”.

Segue, e parla del nemico, ancora a chiusura del libro, il discorso, alla Oxford Union, della scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa con le parole “(…) e voi ve ne andrete, oppure imparerete finalmente a vivere con gli altri da pari a pari.”

Susan Abulhawa, scienziata, scrittrice, attivista palestinese americana

Ci ho provato, a dire le emozioni, impastate con il vedere, sapere, vivere queste esperienze – emozioni, dolore e, là, nel fondo, speranza dell’umanità, tutta, oggi  – e domani? Di Gaza, e non solo, ora. 

Non ho parole – al di fuori della poesia.  Che non servono. 

Vorrei regalare a tutti questo libro. Vorrei ascoltarne ogni parola. Leggerne e ancora leggerne ogni parola, ad alta voce. In compagnia.

Per favore, leggete questo libro. Una poesia al giorno. Che resti. 

Nel giorno che seguirà rileggetela; e leggetene, ascoltatene, declamatene un’altra. Finché non sarà Pace.

Ora, posso dare solo pochi assaggi, e fare una piccola sintesi di quanto il libro ci dice chi sono, talvolta chi erano, questi poeti e queste poete. Ma voi, vi prego, continuate a leggere.

Hend Joudah (1983)

Poeta, scrittrice, è nata nel campo profughi di al-Bureij a Gaza.

Giornalista radiofonica, la sua prima raccolta di poesie è stata “Nessuno se ne va per sempre

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra? / Significa chiedere scusa, / chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati, / agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, /alle lunghe crepe sul fianco delle strade, / ai bambini pallidi, prima e dopo la morte / e al volto di ogni madre triste, / o uccisa!

Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra? / Significa vergognarsi, / del tuo sorriso, / del tuo calore, / dei tuoi vestiti puliti, / delle tue ore di noia, / del tuo sbadiglio, / della tua tazza di caffè, / del tuo sonno tranquillo, / dei tuoi cari ancora vivi, / della tua sazietà, / dell’acqua disponibile, / dell’acqua pulita, / della possibilità di fare una doccia, / e del caso che ti ha lasciata ancora in vita!

Mio Dio, / non voglio essere poeta in tempo di guerra.

Marwan Makhoul (1979)

Ingegnere e scrittore

I suoi “Versi senza casa” <Per scrivere una poesia non politica / devo ascoltare gli uccelli / e per sentire gli uccelli / bisogna far tacere gli aerei da caccia> hanno accompagnato, scritti sui muri, manifestazioni in tutto il mondo.

New Gaza

Non c’è più tempo, / quindi non indugiare nel ventre di tua madre, figlio mio, / affrettati a venire, / non perché ti desideri, / ma perché la guerra è scoppiata e temo che tu non possa vedere / la tua patria come l’ho desiderata per te.

La tua patria non è terra, / né mare che ha profetizzato ciò in cui ci troviamo / e poi è morto. /

Ma è il tuo popolo, vieni a conoscerlo / prima che il razzo lo deformi / e mi costringa a raccogliere i resti / per farti sapere che coloro che sono andati via / erano belli e innocenti, / e che avevano bambini come te che li hanno lasciati / fuggendo dalla cella frigorifera dei morti ad ogni attacco / per giocare, / orfani / sul filo della salvezza.

Potresti non credermi se indugi / e pensare che sia veramente una terra senza popolo / e che noi / non siamo stati qui davvero; / siamo stati esiliati due volte / e poi ci siamo ribellati al nostro destino / per settantacinque anni / quando la sorte ci ha privati di ogni bene, / così la speranza si è sciupata.

So che il tuo fardello è pesante / e che il dolore è più grande di te, quindi perdonami / sono come una gazzella quando partorisce, / e teme la iena appostata dietro la fossa / quindi vieni in fretta, poi corri / il più lontano possibile / affinché il rimpianto non mi divori.

Ieri mi ha vinto il pessimismo. Taci, ho detto, / 

Cosa c’entra il mio piccolo, rampollo della brezza, / cosa c’entra lui con la tempesta?/

Ma oggi sono tornato; costretto, tuo padre, non un eroe, / ho una notizia urgente da portare; /

Hanno bombardato l’ospedale battista a Gaza / e tra le cinquecento vittime c’era un bambino / che amava suo fratello / che aveva metà testa e occhi aperti:

“Fratello! Mi vedi?!” 

Lui lo vede / come il mondo indaffarato non lo vede, / che ha urlato per due ore e poi si è addormentato / per dimenticare lui e suo fratello…/ Cosa posso dirti ora?

La sciagura è sorella della tragedia, / entrambe affamate e furiose, si avventano contro di me / finché la mia bocca non trema, lasciando cadere sui morti /  tutto ciò che è possibile dire.

In tempo di guerra non contare sui poeti / perché sono lenti come una tartaruga / che cerca invano di tenere il passo con un massacro / che corre come una lepre, / la tartaruga striscia / e la lepre salta da un crimine all’altro, / raggiunge la chiesa che ora viene bombardata / sotto gli occhi di Dio che è appena uscito / da una moschea ridotta in polvere, / e viene preso di mira nel rifugio del salvatore, / ma dove sta il salvatore / mentre nostro padre che è nei cieli / è soltanto un aereo da caccia, / nient’altro / tranne colui che sta a bordo, / che è venuto a cacciarci / e ha centrato la nostra sottomissione, / sulla croce, o figlio mio, / da ora in poi c’è spazio per tutti i profeti.

E Dio sa / che tu e chi è come te siete ancora feti ingenui / e non lo sapete.

Refaat Alareer (1979 – 2023)

Nato a Gaza, ha insegnato letteratura inglese presso l’università islamica di Gaza più volte distrutta dai bombardamenti israeliani.

La poesia “Se devo morire”, scritta per la figlia Shaimaa, è stata scritta e diffusa in rete pochi giorni prima della sua morte.

Se devo morire

Se devo morire, / tu devi vivere, / per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, / per comprare un pezzo di stoffa / e qualche filo / (fallo bianco, con una lunga coda), / così che un bambini, da qualche parte a Gaza, / fissando il cielo negli occhi, / aspettando suo padre che è partito tra le fiamme / – senza dire addio a nessuno, / neanche alla sua carne, / neanche a se stesso – / veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare alto / e pensi, per un momento, che lassù ci sia un angolo / che riporta l’amore. / Se devo morire, / che porti speranza / che sia una storia.

Traduzione di Enrico Terrinoni

Haidar al-Ghazali (2004)

Poeta di Gaza. Finché gli è stato possibile ha studiato letteratura inglese e Traduzione. Oggi la sua Università è rasa al suolo. Dall’inizio dell’offensiva israeliana racconta l’assedio in versi, scrivendo ogni giorno, come lui dice, “versi che sanguinano” (…) La poesia <I giovani liberi> è rivolta ai giovani in protesta nelle università occupate e contiene il verso che dà il titolo a questa raccolta. (…) “Questo libro viene pubblicato nella speranza che un giorno potremo finalmente attraversare il Mediterraneo, noi e il nostro coetaneo al-Ghazali, e parlare di poesia con un passaporto alla pari.”(cit. da curatore del testo)

I giovani liberi

Oggi / i giovani liberi si sollevano nelle università / e lanciano la loro voce  nel vento. 

Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri / e piangono per le madri che non hanno trovato tempo / per piangere.

Oggi / i giovani liberi si sollevano nelle università / e non verrà promosso / chi non supererà l’esame di umanità.

Oggi il mondo mostra una certa giustizia, / una certa umanità,  / il loro grido è la mia voce / e il loro sangue è il mio / bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.

Siamo un buon mondo, / governato da demoni bianchi. / Perché non diventare un solo mondo?  / Perché non cresciamo insieme?

La mia voce, la vostra voce / e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia, / ora è vostro.

Insegnate ai vostri figli / che il corpo della terra è uno, / che i confini della terra sono un’invenzione / e chi non rifiuta di uccidere / sarà ucciso facilmente.

Fermate il fuoco sui nostri petti, / fermate il fuoco / perché possiamo seminare la nostra terra / e nutrirvi.

In chiusura ciò che, nel libro, è stato posto in esergo.

Mahmud Darwish, Stato d’assedio

“Quest’assedio si prolungherà fino a quando

non avremo insegnato ai nemici

passi della nostra poesia antica”

Munther Isaac, Pastore luterano di Betlemme, Predica di Natale 2023

“Noi palestinesi ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto, 

anche se questa volta sarà più difficile.

Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare

mentre ci sterminavano.

Non so se potrete mai risollevarvi”