Giovanni Spadaccini, “Compro Libri, anche in grandi quantità. Taccuino di un libraio d’occasione”, UTET 2021 *
Il titolo è esplicito: sappiamo già di cosa il libro parla, a grandi linee, certo. E tuttavia, ecco un libro capace di sviscerare aspetti inattesi del tema; capaci di farci riflettere sul nostro essere lettori, sul nostro essere, se lo siamo, librai, e di che tipo: di quelli che vendono libri usati, d’occasione o di quelli che vendono libri nuovi; di quelli che ironizzano sui lettori e di quelli che sanno bene come e quanto i lettori abbiano competenze diverse ma molto spesso migliori delle loro.
I venditori di libri usati, molto spesso, sono gente che ama e conosce particolarmente i propri libri; sono gente che sa, o si prende il rischio di sapere, cosa mandare al macero e cosa conservare e trasmettere; sono gente che fa un patto con il cliente, gente che acquista con consapevolezza, si tratti di vecchi Gialli Mondadori, di vecchie edizioni in apparenza dimenticate (se non per loro, se non per te) o introvabili, cultori di argomenti di nicchia e, certo, di narrativa, la più varia, capace di catturarti così, al volo.
Sono gente che, per trovare libri da salvare, da trasmettere, si occupa quasi come svuota cantine, assumendosi la fatica della relazione, talora difficile, talora importante, con chi lascia le proprie cose, i ricordi, una vita; o con chi getta via, con la vita altrui, la propria, senza conoscerne il peso, e il valore: in tutti i modi in cui un valore può venir calcolato; e da chi.
“Comprare un libro usato è fare i conti con questo: che i libri ci sopravvivono, assai meno deperibili della nostra carne, e intessono un dialogo tra loro lungo i secoli, appostati sugli scaffali delle librerie come la mia. (…) si chiamano attraverso i secoli, si fanno dei cenni tra loro, si leggono e riscrivono a vicenda, e noi non siamo che una piccola parte insignificante in tutto questo gioco di voci”.
C’è una riflessione sul fatto che il solo desiderare, e scegliere, libri usati assicuri, di per sé, la bontà di un’opera, mentre quelli nuovi sarebbero, detto con parole mie – l’autore dice “cattivi” libri – un asservimento al commercio, a cose di passaggio senza valore, “complice dello sfruttamento del lavoro nell’epoca tardocapitalistica.”
Ed ecco, non so se dire la sorpresa, l’inatteso: questo libro parla anche di chi i propri libri li deve trasmettere, non solo di chi li recupera.
L’autore parla di sé e tuttavia lo fa nella relazione ai librai, da un lato, dall’altro ai suoi fornitori, al loro fare i conti con la propria vita, o su una parte di essa che va ad estinguersi; o su eredi, magari lontani, che gettano via libri che hanno perso i loro proprietari, con l’indifferenza di chi, con quelle vite, non ha avuto a che fare; tenendo in nessun conto che “…. In ogni singola ammaccatura, in ogni parola sottolineata o nota a margine, un libro usato ti ricorda che qualcuno ha scoperto quell’opera prima di te, l’ha masticata e digerita prima di te, e poi l’ha risputata fuori, rimettendola in circolo nell’organismo della grande biblioteca del mondo, sterminata e desolatissima.»
Nascono da qui i «Punti di vista: “solo i libri usati sono buoni libri, i libri che il tempo ha salvaguardato, magari malconci, ma ha fatto sopravvivere”, versus “solo i libri nuovi sono interessanti….”»
In parte sottoscrivo, ovviamente: dopo aver, forse, anche d’eccesso, riportato questi assaggi, riassuntivi del capitolo con cui l’autore apre questo suo libro-diario fatto di esperienze, di emozioni, di incontri ricchi di significato e di cattivi incontri.
È un libro che mi ha parlato di me, lettrice in ottima compagnia di altri lettori – lo sapete, ma sento sempre il bisogno di ripetermi: noi che leggiamo, a differenza di quel che spesso si dice, siamo moltitudini; e siamo gente che, senza conoscerci, non è mai sola. Nel contempo, ogni libro è scritto e assume un particolare significato unico per ogni lettore, che, alla rilettura, cambierà, nei diversi tempi della vita.
I libri dismessi, da chiunque siano stati accolti dal loro primo proprietario e forse in seguito, già trasmessi, a loro volta si fanno compagnia, si richiamano, dialogano, bisticciano e si contrappongono, parlando, o non parlando, ad ogni nuovo compagno di vita nella sua propria lingua interiore, e mantenendo all’interno del dialogo, echi delle vite precedenti che hanno segnato e da cui sono stati segnati. Intrecciandosi con ogni vita, i libri “usati”, contengono in sé vite precedenti di lettori che ne hanno segnato le pagina, anche solo nel maltrattarli o nell’averne cura; attraverso sottolineature e note a margine; sono libri che ricordano; e ci ricordano un sopravvivere del pensiero, delle emozioni di chi li ha amati prima di noi; e della loro vita trascorsa.
E c’è il libraio, che riflette su di sé e sul proprio compito nella vita andando di casa in casa, a incontrare vite, non sempre piacevoli, talvolta indimenticabili, a recuperare libri divenuti, o in via di divenire, orfani-custodi di vite che qualcuno o forse nessuno più conserverà. Libri che, con la propria vita, vorrebbero salvaguardare le vite di chi li ha letti.
Ci sono i libri che non sono valsi la fatica di chi li ha scritti e nemmeno di chi li ha letti ma fanno parte di storie di vita, che contengono il buono e il cattivo, la crescita e gli arresti, i non detti e ciò che non si è voluto sapere, da dimenticare; ci sono i libri, e non necessariamente, o non solo, i migliori, che hanno riportato a galla cose, storie, emozioni, per chi le abbia incontrate e volute ascoltare.
C’è l’esperienza di andare nelle case – ognuna una storia; ci sono gli incontri, i modi del separarsi dai propri libri, da alcuni, magari tanti, indifferenziati, anche da caricare semplicemente a pacchi sul furgone: si vedrà poi, immagino, il loro possibile futuro.
C’è l’esperienza di venir invitato, mentre si patisce il rumore dei libri scaricati sul pavimento del garage – destino di molti la discarica – a visitare, a un piano superiore, la vera biblioteca della casa, “ospiti di una persona che si è permessa di scegliere i libri tra i più belli mai scritti e non tra quelli che si devono avere (…) che alla fine, dopo la nostra offerta, dice: no, è troppo, facciamo che mi date la metà e, quando morirò, verrete a prendere il resto.”
Ci sono le emozioni di un libraio che ha scelto la libertà, a sua volta, di scegliere quali libri faranno parte della sua libreria, di scegliere per loro un futuro possibile, sperato – talvolta scegliendo di tenerli per sé.
C’è emozione in queste visite, nel recupero-sottrazione di questi lasciti, dove si tocca il dolore, specialmente quando non c’è, o è insaputo, e quando chi lascia i propri libri, chi è costretto a liberarsene – tanti i casi – con la fatica per chi acquista di sapere che “(…) c’era stato qualcosa prima. Qualcosa che adesso è invisibile, completamente nascosto, lasciato completamente andare e poi venduto, inserito in una zona dimenticabile e ormai superflua.”
“Per questo, quando usciamo da queste case infestate di spettri, non siamo allegri. Anche se l’affare è stato buono (…) non c’è allegria nel ritorno (…) soprattutto per il peso simbolico che quel prelievo ha comportato nella storia di una famiglia e, più in grande, nella testa di milioni di nostri simili.”
Perché in questa attività – comprare e ridare vita a libri vissuti – il libraio avrà a che fare con morti da depredare e con vite da salvare; pagine e vite, che ritroveranno amici e famiglie cui consentire, oltre al libro, un’eco della sua storia, e di altre vite.
Un libro le cui pagine trattengono, creando pensiero, dolore e serenità; creando futuro per ognuno la cui vita lascerà un’eco capace di arricchire altre vite. E questo, in modi diversi, varrà per l’autore del libro, per il lettore che dovrà dismetterlo e per il suo nuovo lettore.
Un libro gradevole. Un libro importante. Un diario di vita che contiene il diario di moltitudini di vite; che esprime autenticità, disponibilità a darsi al lettore. Compresa qualche pagina di brutale (coraggiosa e importante) sincerità, su noti autori e “uomini di cultura”.
E perché mai, mi sto chiedendo, senza trovar una risposta che sicuramente c’è, perché le librerie si distinguono tra loro e dove si vendono libri nuovi di stampa (ristampe comprese ovviamente) non si trovano, con poche eccezioni, anche vecchi libri di seconda mano? Ci si trovano nuove edizioni di libri centenari, millenari talvolta, tipo tragedie greche fresche di stampa; e ci si trovano librerie – più spesso bancarelle di libri usati – di loro più preziosi, in molti casi; in altri, di libri buoni per il macero e nell’altro… lo sapete, vero, che nessun libro lo merita ma tant’è.
Rare le mescolanze. Bellissime e rare.
Un appunto: Avviandomi a scrivere su questo libro, che ho riletto e, credo, rileggerò, ho dato un titolo provvisorio, al tutto: LIBRI RISORTI. Salvo poi scoprire che l’autore-libraio ha dato alla propria Libreria, in quel di Reggio Emilia, esattamente tale nome: LIBRI RISORTI.
E ora? Lascerò il titolo, come omaggio ad una libreria che vorrei conoscere o lo dovrò cambiare?
Ho deciso: Lo tengo virgolettato, come giusto.
Libro d’esordio dell’autore, che da quanto ho visto ha una storia di scrittura in blog e riviste di qualità, sarà davvero necessario conoscerne la libreria – e il libraio.
E va bene: non è mia abitudine suddividere i libri in “capolavori” e “altri libri” (a parte quelli che io chiamo “oggetti a stampa”, cose che squalificano la scrittura. Ne girano molti, che non dovrebbero essere annoverati tra, per l’appunto, i libri).
So per certo che questo libro mi ha suscitato molte emozioni, e riflessioni; con il piacere di una scrittura curata e dotata di personalità. Spero avrà la risposta dai lettori che merita.
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(Alcuni episodi e personaggi presenti in questo libro erano già stati raccontati in una prima versione nella rubrica “Nessun libro è antico” nella rivista online “Doppiozero”).
GIOVANNI SPADACCINI (Reggio Emilia, 1980) è libraio d’occasione dal 2010. Questo suo primo libro, non avendo la licenza per vendere libri nuovi, non lo troverete presso di lui (qui), E se io ne acquistassi una seconda copia e, avendola rapidamente un po’ maltrattata, appena appena, gliela regalassi, la potrebbe a sua volta vendere.
