È tanto tempo fa, dite? Troppo? Non proprio. Cinquantasette anni non separano generazioni che ancora condividono storie di […]
don Lorenzo MIlani

Mi trovo reduce, dopo la rilettura di Calvino, da una lettura veloce, che ora dovrò ripetere, di un curioso fantasy italiano di Roberto Recchioni: «YA. La battaglia di Campocarne», Mondadori 2015. L’autore è un noto fumettista, disegnatore, sceneggiatore, autore di Graphic Novel, se non mi sbaglio al suo primo romanzo; e dunque al suo primo approccio ad una scrittura che, facendo tesoro, nel suo caso, dei canoni della graphic novel, si sostiene tuttavia unicamente sul testo.
Il romanzo appartiene a un genere che si colloca quale trait d’union tra la narrativa tradizionale e quella che Umberto Eco ha chiamato narrazione verbo-visiva (definendo narratore verbo-visivo Hugo Pratt) e che Marcello Jori fa risalire, come genere, al «Poema a fumetti» di Dino Buzzati, “il big Bang del romanzo verbo-visivo” la cui “scrittura disegnata richiede un nuovo lettore vedente”[i].
Nei miei programmi si è immesso un nuovo libro, che nuovo non è ma di cui sono rientrata in possesso; e si sono immesse alcune idee, o meglio, domande, anche queste non nuove ma che si sono ripresentate, e sono probabilmente destinate a rimanere tali, salvo condividerle.
Parto dal fatto che, in questi giorni, sono molto contenta perché ho ritrovato un bel libro che non avevo più, tanto che mi verrebbe la voglia di proporlo: ma c’è un problema, in questo momento non è editato e non si trova nelle librerie.