La bellezza delle cose fragiliTaiye Selasi, “La bellezza delle cose fragili”, Einaudi 2013

Un interessante romanzo, opera prima di una giovane scrittrice peraltro già in precedenza, per lavori minori, accreditata come una delle voci più interessanti del nuovo panorama letterario, per la qualità della scrittura, per la capacità di costruire e sviluppare una narrazione originale e, non secondariamente, per la interessante proposta-presentazione di un modo dell’identità, familiare e individuale, nel mondo, caratterizzato dallo sradicamento, dell’emigrazione, quando questa si coniughi ad una forte assertività, sostenuta da un progetto di sé, dalla tensione verso un obiettivo che valga la fatica e lo strappo dal proprio mondo.

Vienna. Casa Wittgenstein oggi.
Vienna. Casa Wittgenstein oggi.

Comincerò con due chiacchiere, perché mi va bene così, ne ho voglia (è un buon motivo) e perché credo siano congrue con questo spazio. Saranno chiacchiere sulla lettura, naturalmente, anzi, sull’attività del leggere, che è di tanti tipi, e così dev’essere se non vogliamo cadere in quella specie di figura retorica che è il recensore-tipo, intellettuale (crede lui) e poco capace di godere di quello che fa, cioè leggere, riflettere su ciò che legge e scriverne: poi non è così, questo tipo non esiste, ma esiste lo stereotipo, ed è, tra l’altro, maschile. Il che ha a che fare con quello di cui racconterò poi su uno dei libri che sto leggendo e di cui parlerò.