Norvegian WoodMurakami Haruki, “Norwegian Wood (Tokio Blues)”, Einaudi 2006

Traduzione e Introduzione di Giorgio Amitrano

 

Sollevai il viso, e mentre guardavo le nuvole scure sospese sopra il Mare del Nord, la mia mente andò a tutte le cose che avevo perduto nel corso della vita. Il tempo passato, le persone morte o mai più riviste, le emozioni che non possono rivivere

Che fareDevo dire la verità, ultimamente mi pare di aver consigliato alcuni libri, se possiamo dire così, un po’ impegnativi. D’altra parte, novembre è il tempo giusto, non siamo precisamente in spiaggia, sotto l’ombrellone, alle prese con una lettura che deve tener conto della pallonata che arriva e del chiacchiericcio che ci circonda. Mi chiedo se non dovrei alleggerire un po’ le mie proposte. E dunque, mi chiedo, che fare?

Ora non ridete, ma mentre le dita scrivevano la domanda, la stessa è diventata un libro (quasi inevitabile,  dato il titolo). Chi lo ricorda? No, non Lenin, no, chi lo ha preceduto, il buon infelice Gavrilovič Černyševskij (1828 – 1889) del romanzo “Che fare?

L'uccello che girava le vite del mondo.Devo dire che, passata ad altra lettura, “Il paese delle nevi” non mi ha ancora lasciata. E non ho ancora lasciato il Giappone.

Ho scritto spesso su cosa credo significhi, su cosa significa per me, il piacere di un libro che è un piacere variegato, che si declina in moltissimi modi. Tra questi c’è anche il piacere (un po’ perverso? Non credo) di un libro che ci è – il termine che mi viene è – “ostile”.