David Foster Wallace, “Infinite Jest“, Einaudi 2006

Infinite JestTerminata questa prima lettura di “Infinite Jest”, è difficile lasciare le vite irrisolte con le quali ci si è misurati; ed è difficile sfuggire, nella totale alterità che quelle vite ci presentano, al riconoscimento, all’identificazione. Paradossale solo in apparenza in quanto il paradosso non costituisce una struttura dell’errore, bensì la struttura che segna la totalità del nostro mondo: mentre tutti coltiviamo l’illusione della scelta rifugiandoci nella dimensione del quotidiano.

Quantomeno, questo è ciò che ci dice Wallace che chiuderà la storia, ancora una volta (come in “La scopa del sistema“) con il lasciare falsamente aperto il futuro, se di futuro si può parlare in un mondo segnato dalla ricorsività, che assorbe e riconduce a sé qualsivoglia movimento l’individuo ponga in atto per orientare diversamente la propria vita.

DavidfosterwallaceBene. Mi mancano circa un centinaio di pagine per finire la prima lettura di “Infinite Jest”. E non riesco a pensare che D. F. W non scriverà più. Non ci riesco. Sento qualcosa del genere ‘devo prendermela con qualcuno, con chi non gli ha voluto abbastanza bene per farlo restare’, un abbastanza che, evidentemente, doveva essere fuori portata per chiunque; sento anche qualcosa che invece dice sì, dopo tutto ciò che ha spremuto di sé, aveva il diritto di dire basta e sì, se si vuole davvero bene a una persona, è anche giusto lasciarla andare.