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Sono solo paradossi: non è necessario porsi domande

David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi 2014La scopa del sistema

Finito di leggere. Come detto (in Parliamone di agosto) non credo che leggerò altro di Wallace. Non subito almeno. Ma non ne sono proprio sicura. Alla fin fine, mi chiedo se non sia il momento giusto per Infinite Jest.
La storia: una premessa, corre l’anno 1981, ragazzi al college, una festa, comportamenti tra il demenziale e lo stupido-adolescenziale; tre ragazze, tra cui una Lenore Beadsman quindicenne che poi, a distanza di dieci anni, sarà la protagonista del romanzo; tre ragazzi si introducono nella stanza delle ragazze, scherzi violento-cretini dell’età. “Dovete firmarci il culo” – dice Biff arrivando al sodo e sorridendo a Sue Shaw (…)
1990. Una ora ventiquattrenne Lenore, figlia di un grande produttore di alimenti per bambini, lavora come centralinista per la casa editrice Frequent & Vigorous di East Corinth. Lenore è la quasi fidanzata del suo datore di lavoro, Rick Vigorous. La casa editrice ha sede presso il Bombardini Building, di proprietà di tale Mr. Norman Bombardini, la persona più grassa che si possa immaginare e che ha deciso, dopo esser stato lasciato dalla moglie per il suo rifiuto di mettersi a dieta, di mangiarsi il mondo intero.
Lenore è alle prese con la sparizione della bisnonna dalla casa di riposo di cui è ospite. La bisnonna è sparita portando con sé altre venticinque persone, tra ospiti e personale. L’anziana, ultranovantenne, ha lo stesso nome della pronipote, ed è una filosofa ex allieva di Wittgenstein.
Wallace scrive, anzi, pubblica questo lavoro, nel 1987. Le vicende del libro si svolgono, dopo il primo capitolo, nel 1990, vale a dire nel futuro di Wallace quel tanto che basta per giustificare un paio di cambiamenti nei luoghi dove si svolge la storia: a East Corinth, che un Governatore ha voluto fosse strutturata urbanisticamente in modo che, da una veduta aerea, la città riproducesse la silhouette di Jane Mansfield; a questo va aggiunta la presenza del dio – acronimo per “deserto incommensurabile dell’Ohio” – un deserto artificiale costruito fuori Cleveland, voluto dallo stesso Governatore per ricordare quale ambiente era stato affrontato e superato dalle genti del luogo. Sarà qui che si penserà si sia rifugiata la bisnonna con i suoi venticinque accoliti.
Poi, per la verità, la storia, come tale, in realtà non c’è. Ci sono i personaggi.
C’è il co-protagonista, Rick Vigorous, datore di lavoro di Lenore, suo aspirante fidanzato e personaggio dal carattere e dalla struttura fisica opposta al nome;
C’è Mr. Bloemker, direttore della casa di riposo, che frequenta, porta a cena al ristorante, una ragazza che risulta essere una bambola gonfiabile;
C’è il fratello di Lenore, Stonecipher La Vache Beadsman detto “L’Anticristo”, che ha una gamba di legno con cui ha sviluppato un rapporto del tutto particolare.
C’è il pappagallo Vlad l’Impalatore, che dopo essere stato per anni muto, improvvisamente parla, un misto tra oscenità e precetti cristiani: diverrà una star televisiva con il nome di Ugolino il Significante.
Ci sono una serie di personaggi, tra cui il bel Andrew Sealander Lang, detto Wan-Dang Lang, ex compagno di scuola del Biff e ex studente a cui le ragazze avrebbero dovuto firmare il culo.
Ci sono le ragazze del centralino.
E c’è un centralino telefonico che disfunziona, smistando a caso le telefonate cosicché nessuno riesce più a telefonare a nessuno e purtuttavia si telefona, si parla e si scambiano informazioni. Le telefoniste continuano il loro lavoro e coloro che hanno il compito di individuare il guasto sostituiscono l’intervento con rituali relazionali che assomigliano ferocemente all’esperienza di ognuno di noi con i numeri verdi: l’importante è che qualcuno risponda, in modo assolutamente e programmaticamente organizzato per farci entrare in un gioco del labirinto, dove tutti giochiamo a cercar di comprendere regole che cambiano, essendo il cambiamento delle regole la regola del gioco.
Vien da dire: è troppo. Ma non è così. Tutto si tiene, in una paradossale abnorme normalità. Perché tutto in Wallace è paradosso.

Cosa dire dunque di questo capolavoro (perché lo è). Io, per una buona metà del libro, ho letto con piacere (reticente, solo un po’ reticente) ma certamente non prendendo in considerazione la possibilità di abbandonarne la lettura. Possibilità che invece, a un certo punto, non solo ho valutato ma ho operato, come scelta, come dichiarazione di giudizio: mi sono detta che avrei lasciato questo libro, di cui apprezzavo, e molto, la scrittura, godevo i personaggi, trovavo interessante la struttura narrativa, ma di cui non mi importava nulla una conclusione, potevo lasciare a qualunque punto. E ho preventivamente scelto che avrei lasciato la lettura interrotta in dirittura di arrivo. Detto e fatto. Chiuso il libro quando mancavano meno di cinquanta pagine, sono passata a leggere altro. Poi, ho cambiato idea, ripreso e completata la lettura.

Anche Wallace, a quanto pare, ha scelto una forma di non chiusura, o meglio, ha scelto quale chiusura la circolarità, il riavvio della giostra. Nessuna chiusura sarebbe stata congrua con la struttura della storia. Non vi può essere risposta ad un paradosso, che può solo ingabbiare nella circolarità; che, per sua natura, deve restar tale e unicamente mostrare se stesso.
Abbiate pazienza: più di così non vi posso dire. Devo rileggere questo libro. E vorrei che lo leggeste e me ne parlaste.

3 commenti su “Sono solo paradossi: non è necessario porsi domande

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 19, 2014 da in Contemporanei, Narrativa, Recensioni con tag , , .

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