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Recensioni e consigli di lettura

GAUDEAMUS IGITUR

David Foster Wallace, “Infinite Jest“, Einaudi 2006

Infinite JestTerminata questa prima lettura di “Infinite Jest”, è difficile lasciare le vite irrisolte con le quali ci si è misurati; ed è difficile sfuggire, nella totale alterità che quelle vite ci presentano, al riconoscimento, all’identificazione. Paradossale solo in apparenza in quanto il paradosso non costituisce una struttura dell’errore, bensì la struttura che segna la totalità del nostro mondo: mentre tutti coltiviamo l’illusione della scelta rifugiandoci nella dimensione del quotidiano.

Quantomeno, questo è ciò che ci dice Wallace che chiuderà la storia, ancora una volta (come in “La scopa del sistema“) con il lasciare falsamente aperto il futuro, se di futuro si può parlare in un mondo segnato dalla ricorsività, che assorbe e riconduce a sé qualsivoglia movimento l’individuo ponga in atto per orientare diversamente la propria vita.

Non voglio proporre questa come una recensione, mi sento impari al compito, ma volendo fingere che lo sia, devo partire forzatamente da una trama. Devo tuttavia premettere che, per me, per ciò che io ho avuto da questa lettura, la trama, la storia, costituiscono, in questo libro, unicamente un eccipiente, se mi si passa il termine; costituiscono un artificio narrativo solo utile a farci entrare dentro vite e dentro una distopia che ci renda visibile, portandolo all’estremo nelle sue caratteristiche, quello stesso mondo in cui viviamo.

I personaggi di questo mondo entrano in scena creando un insieme fantasmagorico di tipi strani, di storie improbabili, di fallimenti, solo apparenti in un mondo in cui il fallimento è la norma – ancora il paradosso. E saranno, tutti, protagonisti o meno, da amare.

L’artificio narrativo resta in superficie, talvolta anche disturba (volutamente?) per la sua artificiosità, nel gioco dei simbolismi, nel gioco delle interpretazioni che si possono cercare, trovare, sospettare. La narrazione  ha la struttura del gioco, a ‘infiniti’ livelli. Volendo, possono essere ignorati dal lettore, cose per critici. Ciò che non si può evitare è il riconoscimento della nostra stessa società, delle nostre strutture politiche e sociali, del mondo in cui siamo incistati, che Wallace rappresenta senza uscita.

La storia

Scritto nel 1996, l’autore immagina, in un futuro molto prossimo, gli U.S.A., il Messico e il Canada divenuti un unico stato (O.N.A.N. – Organization of North American Nations) dove la zona tra il Nord degli U.S.A e il Canada è divenuta una enorme discarica verso cui vengono convogliati tutti i veleni prodotti da impianti per la produzione di energia e dove la vita è divenuta impossibile.

Nel nuovo stato la numerazione degli anni è stata sostituita con la sponsorizzazione di ogni anno da parte delle aziende private. La storia si svolge prevalentemente nell’Anno del pannolone per adulti Depend.

All’interno di questo quadro operano gruppi terroristici, composti da militanti in sedia a rotelle (Les assassins en fauteuils roulants – AFR), che si propongono l’indipendenza del Québec: questi, per dimostrare la propria dedizione alla causa e lo sprezzo della propria salvezza, si devono automutilare per entrare nel gruppo, perdendo le gambe sotto un treno.

E ci sono, alla periferia di Boston, due realtà sociali, vicine e, solo apparentemente, antitetiche.

C’è la Enfield Tennis Academy (E.T.A), un’Accademia del tennis dove gli studenti, maschi e femmine dagli otto-dieci ai diciassette anni, che eccellono in tale sport, vengono istruiti, preparandoli all’entrata al College, in vista di un futuro da campioni; e c’è, poco distante, la ENNET, una comunità per il trattamento delle dipendenze, in particolare da sostanze e da alcool.

I personaggi del romanzo appartengono a questi tre insiemi: si seguono le storie dei ragazzi dell’E.T.A., e in particolare la storia della famiglia Incandenza – la famiglia del fondatore dell’Accademia, Jim Incandenza (che viene chiamato, dai figli, “Lui in persona”), scienziato e regista di brevi filmati di Intrattenimento, morto suicida. La famiglia è formata principalmente dalla signora April Incandenza e dai figli Orin, Mario (ragazzo disabile fisico e dalle fattezze mostruose) e Hal. Si seguono le storie dei residenti della ENNET e le storie di appartenenti all’organizzazione degli Assassini delle sedie a rotelle (A.F.R.).

Entriamo in un mondo strabordante di dettagli come entreremmo in un quadro di Escher, e dentro le vite di persone le cui storie, di paragrafo in paragrafo, vengono minuziosamente seguite, e si caratterizzeranno, in tutti i casi, sotto il segno della Dipendenza: dalle droghe, dagli Intrattenimenti, filmati che il governo distribuisce e che costituiscono il senso della vita delle persone, o il Tennis, la cui finalità è far entrare gli atleti nello Show: i ragazzi, a questo fine, dovranno superare prove faticose e persino estreme, ma è chiaro che l’obiettivo non sarà mai raggiunto, se non per un breve momento, se non in via illusoria, e che si cadrà prima dell’arrivo.

E c’è Joelle, alias La ragazza più bella di tutti i tempi, alias Madame Psychosis, intrattenitrice radiofonica, che diventerà una residente della E.N.N.E.T., il cui viso è sempre coperto da un velo: Joelle è un’appartenente all’U.D.R.I (Unione delle deformità Repellenti e Improbabili) e sarà il personaggio cerniera tra le due realtà socialmente antitetiche, la E.T.A. e la E.N.N.E.T.

E c’è, infine, “Infinite Jest”, il film Intrattenimento creato dal dott. Incandenza, in cui Joelle recita ma di cui la stessa non ha mai visto il montaggio: chi ne vede anche solo un fotogramma rimarrà prigioniero del desiderio di continuare a vederlo, e si ridurrà in una specie di stato catatonico che lo porterà alla morte.

Gli assassini delle sedie a rotelle cercano la matrice originale di Infinite Jest, ritenuto l’arma definitiva contro l’ O.N.A.N.

Il tema dell’opera, dunque, è La Dipendenza: una metafora della condizione in cui tutti viviamo, diversi unicamente i modi in cui si realizza, primo tra tutti  il bisogno di Intrattenimento – Annullamento di sé rappresentato da Infinite Jest. Il tema è l’impossibilità, nel nostro mondo, di sfuggire alla dipendenza e alla distruzione delle menti e delle vite che questa produce, mascherata da gioco, divertimenti, Intrattenimento.

Il libro si apre con la voce di Hal Incandenza che, mentre sta sostenendo la propria candidatura per l’accesso al College, sarà vittima di una crisi che lo porterà a esprimersi con suoni animaleschi, di cui non ha percezione. Hal, il grande tennista, il ragazzo dall’intelligenza superlativa, crolla. Sarà il solo personaggio che parla in prima persona. Il resto di questo romanzo-mondo è scritto in terza persona, da narratore esterno. In particolare, questo vale per l’altro personaggio centrale del romanzo, il tossicodipendente in astinenza Don Gately, così come per Joelle, il personaggio in cui le diverse aree della storia si raccordano.

E’ interessante questa variazione di posizione del narratore. E facilmente interpretabile.

I personaggi, le vite narrate, raccontano un mondo di violenza, inflitta e subìta e, su tutto, il dolore di vivere. Un dolore che attanaglia ad ogni pagina, anche là dove l’autore esercita l’ironia, e finanche l’umorismo.

Wallace racconta i suoi personaggi con una sorta di tristezza segnata dall’affetto; pagine di grande dolcezza esprimono il sentimento dell’ineluttabilità che segna ogni storia; raccontano la capacità di vivere nel dolore, come se lì si potesse trovare una qualche, rassicurante, dipendenza. La sicurezza che troviamo nella condizione nota?

Sono storie al cui centro c’è, resa concreta dal dolore, la corporeità: come presenza principale; una corporeità che, tutti noi, cancelliamo dalla nostra percezione – dai nostri Intrattenimenti – non è così? – centrati sul visivo, che non ha matericità, non ha odore, non ha sapore, non ha tattilità.

Questo libro è un’esperienza dei sensi che, dicendoci del dolore fisico assoluto ci parla di una sua corrispondenza al sentirsi vivi, come se dare e ricevere dolore costituisse la rassicurante conferma del corpo, che siamo noi, a fronte della sofferenza della mente, del cuore, degli affetti, una sofferenza che sperimenta la morte secondo dopo secondo.

In questo, al di là e al di fuori della metafora, del paradosso, di tutta l’invenzione che sostiene la storia; al di là delle soluzioni linguistiche, di una struttura narrativa originale e unica; e dentro la bellezza, spesso insostenibile, di pagine di scrittura altissima che quasi mai cade; al di là di tutto ciò il libro fa sentire, sempre, la voce dell’autore che parla di sé, che urla-confessa-riconosce i propri fantasmi.

7 commenti su “GAUDEAMUS IGITUR

  1. Alessandra
    giugno 29, 2015

    Che bella recensione! Non mi esprimo su Wallace perché devo ancora leggerlo (non so neppure se potrebbe piacermi o no), però da ciò che hai scritto negli ultimi paragrafi si percepisce bene l’emozione che ti ha trasmesso.

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    • Ivana Daccò
      giugno 29, 2015

      Grazie, il tuo apprezzamento mi fa sempre piacere. Quanto a Wallace, sicuramente un grande autore, altrettanto sicuramente non può, credo, piacere a tutti. In particolare Infinite Jest credo sia un libro ad altissimo rischio di abbandono precoce, ma che, se si persevera, davvero difficilmente potrà essere lasciato. Vero anche che è lunghissimo, complesso, una maratona di lettura, pensiero e emozioni; non è un libro che lascia tranquilli e riposati. Ma vale tutta la fatica che richiede e restituisce molto di più. Se posso dire, tuttavia, non lo consiglierei mai come libro di Wallace. Ciao, e ancora grazie.

      Liked by 1 persona

      • Alessandra
        giugno 30, 2015

        Inizierò con un altro di Wallace, se poi lo stile mi piace forse proseguirò con questo… Grazie per il consiglio, le tue opinioni mi interessano molto.

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      • Ivana Daccò
        giugno 30, 2015

        Buona lettura

        Mi piace

  2. Ivana Daccò
    giugno 29, 2015

    NB. Vedo che nella mia risposta mi è saltata una parola. Intendevo scrivere che non consiglierei mai Infinite Jest come primo libro di Wallace. Ancora ciao

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  3. Stefano
    agosto 13, 2015

    Posso dire con estrema tranquilità che portare a termine Infinite Jest è stato uno degli highlight del mio ultimo anno, per il tempo impiegato e per la portata del compito.
    La ricchezza dei contenuti del romanzo non ha pari nelle letture di cui ho memoria e la recensione ne racconta ogni aspetto. Una sola cosa, però, vorrei approfondire: la dinamica della psicologia familiare con il riverberarsi del carattere della Mami e di Lui in Persona su quello dei tre figli.
    Anche se molto diversi, Orin e Mario non sono altro che una proiezione dell’egocentrico edonistico e dell’incondizionata accondiscendenza di Avril, mentre il il palese disagio e il mal celato altruismo della Cicogna Folle farciscono la psiche della sfaccettata personalità di Hal. Questa analisi mi fa andare oltre il finale aperto di Infinite Jest: penso che il futuro si svilupperà in una naturale tranquillità (sicuramente brillante) per i primi due figli, mentre Hal sarà condannato al talento inquieto farcito da urla animalesche e silenzi scomodi e dipendenti.
    Cosa ne pensi Ivana?

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    • Ivana DaccòIvana Daccò
      agosto 13, 2015

      Interessante quello che scrivi. Ci dovrò pensare.
      In verità, non ho percepito i tre figli come tre vere identità distinte, ma come proiezioni delle diverse dimensioni dell’autore; come se Hal ne rappresentasse l’io più profondo che l’intelligenza non riesce a controllare, dominata dal dover raggiungere (per il padre? ma come rispondere anche alle richieste della madre?) obiettivi eterodiretti e che, alla fine, viene distrutta dalla devastazione interiore. Là dove Orin rappresenta un sé sociale ben inserito e privo di profondità, o che vive proprio in quanto la nega. Orin è anche la parte che non si è lasciata, non del tutto, eterodirigere e ha lasciato la famiglia. Mario sembra essere la verità dell’io, con la capacità di vivere, assumendo la realtà della propria mostruosità senza identificarla al sé. Ma ho visto, sentito, in ognuno dei tre figli, sempre lui, sempre Wallace.
      Ora che lo scrivo, ecco, penso che, in effetti, Hal rappresenti la sintesi – non a caso il protagonista e colui che parla in prima persona – e, se così fosse, più o meno consapevolmente, Wallace ha preannunciato gli anni che sarebbero seguiti a I.J. e la propria autodistruzione.
      In effetti, come ho scritto, non sono mai riuscita, nel corso di tutto il romanzo, a non sentire la voce dell’autore dietro ogni personaggio-figlio; e dunque, non ho sentito una domanda su un possibile esito della storia.
      So di esprimere idee un po, molto, confuse. In effetti, un libro che necessità di più letture ma che, in ogni caso, risponderà diversamente ai diversi momenti di vita in cui lo si legge e naturalmente ai diversi lettori; mentre sarà impossibile esaurirne i piani di lettura.
      Grazie per lo stimolo.

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