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Kinder, Küche, Kirche, ma anche no

Il giardino di ElizabethElizabeth von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, Bollati Boringhieri 2002

Il giardino di Elizabeth è un romanzo che ‘parla’ di fiori e della cura di un bellissimo giardino, ma ‘racconta’ tutt’altro, e questo altro costituisce tutto il significato del giardino, che Elizabeth ama appassionatamente, a cui dedica tutte le sue energie e tutto il suo tempo.

L’<altro>, che costituisce il vero corpo del romanzo, è narrato così come si narrano il clima, le ambientazioni, sociale e familiare, il mondo in cui la storia si dipana, e mostra la tranquilla, talvolta ilare, più spesso ironica e allegramente testarda battaglia di Elizabeth per la propria esistenza: di donna, di moglie, di scrittrice.

Ed Elizabeth prende semplicemente atto di essere considerata una vera e propria eccentrica, nel migliore dei casi, dato che “si è sparsa la voce che passo la giornata fuori all’aperto con un libro e che occhi mortali ancora non mi hanno visto cucire o cucinare”.

Questo è stato il primo romanzo della von Arnim, pubblicato nel 1898; ne sono seguiti molti, la cui caratteristica sembra essere quella di uno sguardo sul mondo femminile del suo tempo, anticipatorio di una libertà dai ruoli sociali ascritti e lucido nel mostrare anche catene autoimposte, in un mondo femminile che difende e trasmette un modello di vita patriarcale.

Sottomettersi a ciò che la gente chiama il proprio ‘destino’ è semplicemente ignobile. Se il tuo destino ti fa piangere ed essere infelice, liberatene e prendine un altro (…)”

E’ peraltro anche lo sguardo di una donna consapevole di una propria collocazione sociale privilegiata – moglie inglese colta del prussiano conte Henning August von Arnim-Schlagenthin – che, da Berlino, si trasferisce, con somma gioia, nella vecchia tenuta di famiglia, nel villaggio di Nassenheide, in Pomerania, sulla sponda meridionale del mar Baltico.

Il romanzo, scritto in forma di diario, racconta un anno di vita a Nassenheide, il lavoro di ripristino del giardino, abbandonato e inselvatichito e la gioia di una vita dove la natura, estrema, di un luogo accerchiato dalla foresta e isolato, consentono all’autrice di vivere a sua volta libera di dedicarsi alla cura del giardino, metafora di libertà e vitalità, con i suoi libri e le sue bambine.

Soprattutto, vivere a Nassenheide le consente l’isolamento necessario a poter <non essere> una <Hausfrau>, una brava donna di casa tedesca e di non seguirne i sistemi di valore, che descrive mentre parla della sua tranquilla lotta, totalmente priva di grandi sforzi, contro aspettative sociali che non è disposta ad assecondare: ed ecco le descrizioni – di comportamenti, di modi di cura della casa, di assunzione di ruolo delle Hausfrauen – che producono una grande ilarità in chi legge, esaltata dallo sguardo non giudicante di Elizabeth che, non aderendo a quel mondo, ne fa addirittura oggetto di ironico encomio.

Elizabeth descrive il giardino, i suoi sforzi, la lotta con il giardiniere nel primo periodo in cui si trova, nella casa, sola a sovrintenderne il ripristino. Poi comparve colui che ha il diritto di apparire come e quando vuole e mi rimproverò per non aver mai scritto, e quando gli risposi che ero stata letteralmente troppo felice per pensare a scrivere parve prendere come una critica, che lo colpiva di riflesso, la considerazione che potevo essere felice da sola.”

“(…) nulla placò quell’Uomo della Collera”: in effetti, non sembra che il fatto la turbi minimamente mentre il marito, che lei chiama “l’Uomo della Collera”, non darà mai luogo, nei fatti, a comportamenti che esprimano anche la minima volontà, o possibilità, di influire sulle scelte di vita della moglie, limitandosi a discorsi di principio sul dover essere e sulla minorità delle donne, equiparate dalla legge “a bambini ed idioti” che necessitano di tutela.

Ed ecco l’episodio, distrattamente narrato e subdolamente centrale nel romanzo, in cui, nel corso di una cavalcata con il marito attraverso le loro terre, Elizabeth guarda donne e uomini che lavorano; una donna, che lavora nel campo, rivolge loro “una smorfia allegra e (…) un inchino”, mentre il sorvegliante informa che “era appena andata a casa a partorire”. Elizabeth esclama “Povera, povera donna!” mentre si sente “per qualche arcano motivo molto arrabbiata con l’Uomo della Collera”; e riflette a voce alta sul fatto che “a quello sciagurato del marito non gliene importa nulla, e stanotte probabilmente la picchierà se la cena non gli piace. Che assurdità parlare dell’uguaglianza dei sessi quando le donne fanno i figli!

L’Uomo della Collera”, compiaciuto, interpreta male e, credendo che la moglie abbia “colto il nocciolo della questione”, conviene con lei sulla superiorità dell’uomo, fondata sulla forza muscolare, affermando la correttezza dell’uso, legalmente riconosciuto, di picchiare regolarmente la moglie per stabilire, e periodicamente confermare, chi comanda.

Elizabeth non sembra prendere in considerazione alcuna l’opportunità di un confronto di idee (idee? – sembra pensare – quali idee?). E chiude pacatamente il discorso.

Ti prego, mio caro marito, (…) guarda quella luna appena nata che ci spia così innocentemente (…) e non parlare tanto di donne e di cose che non capisci. A che serve questo tuo preoccuparti di pugni e fruste e muscoli e di tutte le orribili cose inventate per la confusione causata da mogli turbolente? Lo sai che sei un marito civile, e un marito civile è una creatura che ha cessato di essere uomo.” Sprona il cavallo, e si allontana.

Ci sarà un’altra occasione, mentre sono sue ospiti una cara amica e una ragazza, invitata per obbligo sociale a trascorrere il Natale presso di lei, in cui il conte, solitamente silenzioso, si compiacerà di esprimere alla moglie e alle ospiti alcuni pensieri sulle donne, decisamente insultanti. Ma la chiusura di tale discorso porta a sospettare un breve, essenziale, pensiero della moglie, subdolamente inserito nello sproloquio dell’Uomo della Collera, che concluderà così la sua perorazione:

(…) mi chiedo quando vi renderete conto che (le donne) godono esattamente della posizione cui sono adatte. Non appena saranno all’altezza di occuparne una migliore, non ci sarà potere al mondo capace di tenerle lontane da lì.”

Con questo libro si ride, su di un tempo, su di un mondo e non solo; si respira tranquillità, e buone pratiche di vita. Il giardino, e la foresta, e la spiaggia del Baltico, e un incredibile picnic invernale, in compagnia di tre donne e un vecchio conduttore di slitta, sono una dimensione in cui si entra e dove si sta molto bene. Poi, se lo si desidera, lo star bene induce a pensare a ciò di cui il libro parla.

2 commenti su “Kinder, Küche, Kirche, ma anche no

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