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Gli eroi son tutti giovani e belli (sempre Guccini a parte)

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Guerra e Pace, locandina film

E così, leggendo di Leone Ginzburg che a Pizzoli, al confino, lavorava alle bozze della nuova edizione di «Guerra e Pace», e discuteva, via posta, censurata, fino a sfiorare lo scontro con Giulio Einaudi che gli faceva fretta, mi sono ritrovata tra le mani «Guerra e Pace».

Mai, ovviamente, mi sognerei di scrivere qualcosa che anche lontanamente assomigli a una recensione del capolavoro di Lev Tolstoj e tuttavia, mentre stavo scrivendo altro, mi sono accorta che solo di questo posso scrivere qui, ora; di questa esperienza di rilettura in corso: libera, senza appunti, senza pensare a doverne-poterne scrivere; una rimpatriata. E soprattutto dei ricordi che questa lettura porta con sé, e delle digressioni del ricordo.

Mi scopro a ripercorrere l’esperienza del «Guerra e Pace» della mia adolescenza – posso dire lacrimosa e infelice come lo è sempre l’adolescenza delle ragazze? Magari oggi non sarà più così. Ai miei tempi lo era, forse perché i genitori erano più severi e frenavano brutalmente i primi amori. Cosa meglio di «Guerra e Pace», dunque, per soffrire felicemente per interposta persona? Tuttavia, di questo romanzo mi appassionava anche La Grande Storia, e La Guerra, i Consigli di Guerra,  le Grandi Battaglie, i Generali, gli Aiutanti di campo, e tutto l’ambaradan connesso – poi chissà, mi chiedo, quante volte, invece, non avrò saltato le pagine, o almeno tirato via. So per certo che odiavo Napoleone, mai piaciuto, ho sempre sofferto la brutta fine della Rivoluzione Francese che attribuivo a sua totale responsabilità – così la vedevo io a quel tempo: ma come, e la Repubblica? ancora Re e Imperatori? Tutta colpa di quell’omiciattolo!

I ricordi si mescolano a ricordi. Non solo di amori infelici, anche di eroi, sempre infelici, naturalmente, era obbligato.

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Warner Bentivegna

Credo sia stato uno sceneggiato, oggi perduto, della RAI del tempo, «I Giacobini» a formare il mio grande amore di allora per la Rivoluzione Francese, e il conseguente (per me) odio per Napoleone. Correva l’anno 1962, le sere italiane del tempo erano televisive con qualità (le giovani ragazze quindicenni non uscivano, la sera), e io mi ero dovutamente infatuata di Saint Just (correggo: di Warner Bentivegna nella parte di Saint Just). Vediamola con gli occhi di una quindicenne: nella parte di Robespierre recitava Serge Reggiani, grande interprete, certo, ma bruttino, e le mie lacrime (anche qui!) per la sorte della ghigliottina sono state tutte riservate a Louis Antoine Léon de Richebourg de Saint Just – la cui figura storica non mi era molto chiara, per la verità, ma bastava fosse eroe, giovane e bello.

Quando poi ho letto «Guerra e Pace», con il ricordo della Rivoluzione Francese ancora fresco, Napoleone era già odiato; e altrettanto certamente non avevo alcuna idea di quale libro avessi tra le mani. Era “solamente” un libro appassionante.

La Storia si impara anche così, da un libro, da uno sceneggiato, un pezzo qui e un pezzo là, attraverso un guazzabuglio di emozioni che si sommano a fatti: e qualcosa resta. In seguito, su quel qualcosa, sarà più facile innestare informazioni organizzate, integrare altre letture, con maggior consapevolezza, allargare lo sguardo.

Curioso ritrovare, oggi, il personaggio di Pierre Bezuchov diverso dal mio ricordo. Al tempo, emergeva su tutti e su tutto, in veste di eroe, fin dalla sua prima entrata, stile elefante tra i cristalli, nel salotto di Anna Pavlovna Scherer (Odiosa! – ai miei occhi di allora quell’entrata diceva, di lui, che si trattava di un grande, indifferente e superiore all’ipocrisia di quella donna e di quel mondo).

Chiaro, io tenevo allora per la Rivoluzione Francese e per la Rivoluzione di Ottobre e, a quell’età, cent’anni più cent’anni meno, uno Zar o un altro, facevano poca differenza – qualche anno dopo ci avrei messo anche l’anarchico Pietro Rigosi, narrato nella canzone «La locomotiva» di Guccini – e Pierre rappresentava il massimo del bene, del buono, dell’ingiustamente incompreso, era la rappresentazione di tutti i buoni sentimenti e dell’aspirazione a una vita improntata ai più alti ideali. Provavo, tuttavia, un nascosto dispiacere per il fatto che fosse bruttino, sgraziato, nella sua mole e nella sua goffaggine – ma non approfondivo questa mia mancanza di adesione all’ideale. Quando si è ragazzine, innamorarsi di un personaggio brutto, intelligente e incompreso fa sentire donne mature, vere eroine. Dispiace anche un po’, tuttavia. Meglio, molto meglio, diciamolo, Warner Bentivegna – Saint Just.

Per ora, sono a metà storia, Andrej e Natascia si sono lasciati. Andrej è di nuovo alla guerra, non gli è bastata Austerlitz.

Che malinconia il mio sguardo troppo adulto e disincantato di oggi! Certo, il personaggio di Pierre è davvero centrale e lega a sé il lettore, come non amarlo, ma nella lettura odierna non è che la sua figura, pur se spicca, anche risplenda. Oggi, ciò che lo anima, come personaggio, sta proprio nella sua verità, per la quale nessun uomo (o donna) risplende, per l’opacità che comporta l’essere fatti di carne e sangue e desideri nei quali l’intelligenza sempre cade.

Per non dire del principe Andrej, di cui ho adorato la grandezza d’animo e che ora, per la verità, mi appare decisamente meno “incompreso” e più rigido, scostante. Lo redime un po’ il fatto di essere amico di Pierre e soprattutto, beh, non sveliamo, per chi non avesse letto Guerra e Pace.

Ma qualcuno ha visto, ricorda, il film che ne hanno tratto? Che io ho visto ben dopo aver letto e riletto il libro, anche se è stato girato nel ’56 – a quel tempo un film rimaneva in cartellone per anni.

Prodotto a Cinecittà, regia di King Vidor. Molto apprezzato dalla critica, a mio parere, non vincolante, un orrore. Ricordo una delusione devastante: tagliata praticamente tutta la parte storica di un libro che non era riducibile, neppure per la ragazzina che allora ero, alle faccende, diciamo così, private e poco più dei protagonisti, con solo un pizzichino di guerra e un po’ di Napoleone. Ricordo male?

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Mel Ferrer e Audrey Hepburn in Guerra e Pace

No, ricordo bene, perché come poteva il severo, volitivo, forte Andrej Bolkonskij essere rappresentato dalla faccia smorta, scialba e dallo sguardo dolcemente ipertiroideo di Mel Ferrer? Ma proprio no! Accanto, sia pure, a una bellissima Audrey Hepburn (da pensare che Lev Tolstoj la conoscesse e abbia partecipato al casting per il personaggio di Nataša Rostova: perfetta!). Ma poi! Ma come! Henry Fonda non poteva, mai avrebbe potuto essere Pierre! Prima cosa, era un gran bell’uomo, e Pierre non lo doveva assolutamente essere; e pure magro! E poi, con quella faccia americana, no, mai!

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Vittorio Gassman e Audrey Hepburn

Certo, un perfetto Vittorio Gassman, nella parte di Anatole Kuragin, vero. E tuttavia, no: come avevano osato fare ciò al mio «Guerra e Pace»! Tutti i miei sogni, tutta un’epoca, una Storia, tutto un Mondo, ridotti a storiella. Ho saputo, da allora, e non sono mai più stata disposta a cambiare idea, che un libro è un libro e un film è un film, e combinarli è incestuoso. Anche se debbo ammettere eccezioni alla regola.

Bello ricordare quel tempo, e una lettura goduta senza l‘appesantimento delle pastoie intellettuali che il conoscerne autore valore e preminenza porta con sé. Perché «Guerra e Pace» è un libro alla portata di chiunque (i pezzi in francese e in tedesco dopotutto si possono saltare, al tempo io devo averlo pur fatto, almeno per il tedesco); come ogni grande opera, può essere letto e riletto a molti e diversi livelli; sempre nuovo, sempre diverso. E in tempi diversi può richiamare alla memoria, con piacere, anche un brutto film, o invece un bellissimo sceneggiato che raccontava altro ma anche no; può ricondurre ad un’età di grandi amori e grandi passioni; con i sogni, gli ideali, e “la grandeur” (sì, il termine è il solo che rende l’idea) di cui siamo tutti portatori sani quando siamo molto giovani.

Perché poi, non ci si fa caso, credo, ma Nataša Rostova, al tempo centrale della storia, aveva giusto sedici anni. Dunque: libro e storia giusti per quell’età e giusti a un’altra età anche per ritrovare una prima giovinezza rafforzata dalla conoscenza e dall’esperienza che il tempo vi ha aggiunto. E leggere, meglio, ma chissà, un romanzo storico davvero grande.

Bello! Ora è molto tardi, e io torno al mio libro.

7 commenti su “Gli eroi son tutti giovani e belli (sempre Guccini a parte)

  1. Alessandra
    ottobre 28, 2016

    Tolstoj è una mia grande mancanza. Però forse, da una parte, è anche bello avere in sospeso un capolavoro simile, pregustando l’attimo che arriverà. Nel frattempo mi sono goduta le tue considerazioni, i tuoi ricordi che si mescolano a ricordi, come sempre piacevolissimi da leggere.

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    • Ivana Daccò
      ottobre 29, 2016

      Grazie. E’ davvero un libro insostituibile, e che si legge con passione, è tante storie, tante esperienze e punti di vista, anche se, come dev’essere, la voce dell’autore, il suo sguardo, è ben espresso ed univoco. Ed è un quadro inarrivabile dell’alta società russa dell’epoca.
      Ti invidio la prima lettura. Perché è così, ci sono libri che “dispiace” aver letto per non poterli leggere per la prima volta, sapendo anche che questa “nuova” prima volta sarebbe diversa da ogni altra lettura che ne farai e che dunque è perduta per sempre.

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  2. laulilla
    ottobre 28, 2016

    Ho letto e riletto Guerra e pace quando avevo vent’anni e mi riconosco, non del tutto, però, con le tue stesse reazioni. Va da sé che Natascia è stata la mia eroina e che la morte di Andrej è stata uno strazio non solo per Natascia, ma anche per me che ci ho pianto. Scarsissimo il mio interesse, allora, per le parti storiche e nessun interesse per la riflessione filosofica di Tolstoj, contenuta in appendice, sulla storia e sull’illusione umana di poterla piegare e dirigere, da cui nasce anche il suo disprezzo per Napoleone, il presuntuoso.
    Ho ripreso in mano questo immenso romanzo trent’anni dopo, e me lo sono letto e appuntato con molta diligenza poiché mi serviva per orientare mio nipote, che allora era al liceo e aveva un’insegnante che pretendeva una relazione per questo romanzo da leggere e commentare durante l’estate. La morte di Andrej mi ha ancora fatta piangere, ma per ragioni diverse (le stesse che nella Montagna incantata mi avevano strappato lacrime irrefrenabili per la morte di Joachim Ziemssen) perché si tratta di una riflessione pietosa e poetica sulla Morte con la maiuscola, cioè sulla fine inesorabile, non di Andrej, ma di tutti. Nessun romanzo, finora, oltre a questi due, mi ha suscitato emozioni paragonabili, su questo problema-tabù al quale poco volentieri pensiamo. Le parti che avevo snobbato a vent’anni mi sono sembrate interessantissime, così come le riflessioni sulla storia, che ora ritengo inseparabili dal romanzo e fondamentali per capire Tolstoj. Pierre non mi ha fatto una grande impressione mai, a qualsiasi età: troppo positivo, forse! Ti sembrerà strano, ma non ho mai visto il film tratto da Guerra e pace!
    Un bellissimo post, grazie.

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    • Ivana Daccò
      ottobre 29, 2016

      Grazie a te. E’ così con i grandi libri; sono ogni volta nuovi. Anche se per me la costante, la sola, delle riletture, è stato l’innamoramento per Pierre,che considero tutt’ora il protagonista, con Natascia.
      Accidenti all’insegnante di tuo nipote! Come si fa a lasciare soli gli studenti alle prese con un’opera del genere! Vero, probabilmente era disposta ad accogliere ciò che le avrebbero riportato e poi partire da lì, e tuttavia! Come è vero che, non trattandosi di un compito scolastico, se non richiesti di una relazione, è una lettura godibilissima.
      Il film credo si trovi su you tube ma non ci si perde nulla, a mio parere, se non un’arrabbiatura, nonostante, per me, Audrey Hepburn, il mito femminile della mia adolescenza.
      Ciao

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      • laulilla
        ottobre 29, 2016

        Eppure quell’insegnante che insegnava letteratura italiana al liceo classico cercava di aprire la mente dei ragazzi con gli scrittori delle letterature straniere. Io a mia volta, che insegnavo letteratura italiana e storia all’Istituto tecnico (ora sono in pensione), facevo le stesse cose, con diversa proporzione quantitativa, ma i miei studenti si sono letti la Sonata a Kreutzer, La morte a Venezia, Madame Bovary … e se li sono portati alla maturità, scegliendo dalle loro letture. Certo, se ne discuteva in classe, ma dopo che li avevano letti. Io vedevo che cambiava molto il loro approccio ai problemi. Ritengo che un insegnante dovrebbe fare molte di queste cose e che in gran parte la stessa educazione sentimentale dei ragazzi passi attraverso la letteratura, non solo quella italiana. Si mettono i mattoni, ma prima o poi la casa crescerà! 🙂

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  3. Renza
    ottobre 28, 2016

    Concordo con laililla. Il post è molto bello, ricco dei tuoi ricordi. Io ho letto ” Guerra e pace”, decenni fa , in un momento doloroso della mia esistenza in cui dovevo elaborare un lutto lacerante. Come tutti i grandi testi, riuscì ad accogliere il mio dolore e ad assorbirlo , probabilmente perchè- come dice laulilla- sa parlare di vita e di morte. Adesso vorrei riprenderlo, ma ho uno strano limite : ho bisogno di ritrovare i libri che ho letto negli stessi tomi in cui li ho conoscuti ed ora quel vecchio Garzanti ha le pagine scollate e non si presta più alla lettura . Gli altri volumi per ora mi respingono ( sarei una cavia per la Psicologia della Gestalt..) .
    Anch’ io non ho mai visto film tratti da Guerra e pace. Ciao.

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  4. Ivana Daccò
    ottobre 29, 2016

    Grazie. E’ vero, anche se può sembrare controintuitivo, nel momento del dolore un libro che pure lo rappresenta con grande forza, ha la capacità di contenerci. E capita anche a me, quando ho perduto un libro, di cercare di riaverlo, quello stesso. Non so se si tratti di forme di feticismo, ma non credo; pure, l’oggetto, non so, il suo colore, la tattilità, il legame della cosa alle emozioni, fanno parte integrante dell’esperienza di lettura. Io sono stata felice quando ho ritrovato, su una bancarella, la mia vecchia edizione scomparsa, altrettanto maltrattata, e dunque proprio lei, di “La capanna dello zio Tom”. Mi sono portata a casa un pezzo nuovamente vivo della mia infanzia, quei disegni, quelle tavole mai scordate.
    Chissà, forse ritroverai quel libro. Te lo auguro.
    Ciao

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