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Quando Achille suonava la cetra nel tabernacolo

bettini-radiciMaurizio Bettini, «Radici. Tradizioni, identità, memoria», Il Mulino 2016

 

Il titolo troverà spiegazione alla fine.

Il 29 ottobre è ricorso il trentacinquesimo anniversario della morte di George Brassens. E il ricordo, mentre stavo rileggendo «Radici», di Maurizio Bettini, mi ha riportato alla mente una sua canzone, irriverente, infuriata e fintamente allegra; una canzone da cantare con tono svagato, carico e arrabbiato, su un semplice giro di accordi alla chitarra.

Si tratta di «La ballade des gens qui sont nés quelque part»[i]«La ballata di quelli nati da qualche parte».(qui), e io mi sono trovata di fronte alla colonna sonora giusta per questo libro. Una canzone Irriverente, certo – anche troppo? In effetti, quel che serve per andare a bersaglio, al cuore del tema.

Perché poi i discorsi, e i problemi, tornano. Sempre gli stessi anche se le circostanze parrebbero renderli altri. E dunque torna necessario rivisitarli nelle mutate circostanze, per ridire, all’infinito, “vedi? accorgiti! C’è un errore in cui stai, stiamo, ricadendo, tutti, anche chi crede in buona fede di non commetterlo”.

george-brassens

George Brassens

«Radici» parla, in estrema sintesi, dei problemi che sorgono nell’incontro tra “gli altri” e la “gente nata da qualche parte” (che Brassens chiama, temo, “Gli imbecilli felici nati da qualche parte”: ma è lui, si sa, si perdona e si gradisce) che da questa appartenenza trae un’identità chiusa ad altri apporti. E offre una interessante proposta, che ha a che fare con il linguaggio che utilizziamo per parlare di questi problemi, che, attraverso il potere della metafora di creare stati d’essere, letture di realtà, può facilitare, o al contrario, rendere quasi impossibile, una narrazione che consenta l’apertura.

Il tema di avvio è il concetto di “memoria collettiva” di un gruppo, di una comunità, piccola o grande; che sia il piccolo comune di Pontoglio, nel bresciano, il cui atteggiamento di difesa, narra Bettini, “ha persino assunto la forma inattesa di cartello stradale[ii] o i luoghi della Terra Santa contesi tra cristiani, musulmani e ebrei, in base a una “topografia leggendaria”[iii] che fa discendere l’identità dalla memoria collettiva e il suo valore dal radicamento di certi fatti accaduti in un preciso luogo.

Bettini mostra come una modalità, diffusa, di supposta salvaguardia del “noi“ identitario avvenga a partire da metafore che stabiliscono un legame fisico tra la persona e la terra, nonché attraverso un riferimento a eventi la cui realtà viene resa vitale dal luogo in cui un fatto, fondativo, è accaduto. In questa operazione viene escisso dalla consapevolezza il fatto che la memoria, la tradizione, hanno per loro natura un carattere fattuale che diventa tale nell’oggi, e vale per chi in questo oggi vive, in forza della condivisione di un racconto, in forza della scelta che si opera selezionando, e costruendo, quel racconto in luogo di un altro – gli esempi, nel libro, sono molti e molto interessanti.

pontoglioIl linguaggio mostra come, per sostenere l’identità e l’appartenenza, venga usata la metafora delle “radici” e come questa crei una narrazione fondata sulla verticalità del processo attraverso cui l’identità si forma, priva di relazioni orizzontali. L’immagine dell’albero, che riceve vita dal terreno in cui “si radica”, e che darà frutti secondo l’albero, crea un vissuto di difesa da apporti esterni, pena il perdere i propri frutti; propone, impone, la chiusura, l’arresto del movimento, legando la crescita ad un percorso verticale, dove nulla di nuovo dovrà innestarsi, neppure a fronte di mutamenti dell’ambiente circostante che li obbligano.

Ovviamente, per porre in essere questo vissuto, sarà necessario ignorare, escludere dalla consapevolezza, tutto ciò che, nella vita di ogni giorno, nei nostri comportamenti, ci rende invece stranieri alla tradizione e al suo supposto legame biunivoco con la terra in cui viviamo. È infatti di assoluta evidenza, nei nostri comportamenti, nei valori, nei mezzi, nei rituali con cui operiamo, la totale distanza esistente tra noi e “le nostre tradizioni”, che non prevedono certamente gli attuali modi delle relazioni familiari, della comunicazione, della festa, del lavoro, della produzione e quant’altro.

La forza dell’uomo, la sua peculiarità, sta infatti nel non avere “radici”, ma “piedi” che camminano e portano a raggiungere altre persone e altri luoghi, traendo, dall’incontro, motivo di arricchimento, di sviluppo, di necessario adattamento a condizioni sociali e ambientali che mutano.

Pure – così apre Bettini – “L’associazione fra tradizione e identità ricorre sempre più frequentemente nel nostro dibattito culturale, quasi che l’identità collettiva – l’identità di un certo gruppo – dovesse essere concepita come qualcosa che deriva direttamente e unicamente dalla tradizione.”

Dunque, e primariamente, oltre alla topografia dei luoghi e al loro carattere “leggendario”, è ad un passato, più o meno mitico, che viene assegnata una qualità di piedistallo su cui poggiare un’immagine fissa, rigida, di noi stessi, come singoli e come gruppo. Come nella metafora dell’albero la cui vita dipende dalle radici, la metafora di un percorso dal passato al presente lega la nostra esistenza alla continuità di una storia, dove la memoria storica viene confusa con la memoria collettiva[iv], e viene espressa ancora una verticalità, temporale, dal prima al poi, che non si allarga a prendere contatto con gli altri.

Si assegna al passato – a un certo passato – il carico di dire a noi e alla comunità, al gruppo di cui facciamo parte, chi siamo nel presente. Si difende un luogo – un certo luogo – da una possibilità di accoglienza, vissuta come invasiva e, vorrei dire, come contaminazione di una purezza originaria da preservare. E si assegna a questo passato, e al luogo che lo certifica, il compito di costituire il tutto dell’identità (v. Sen, qui).

Mentre la metafora che vincola la percezione di noi stessi a una forma di verticalità – dal passato al presente, dalle radici ai rami ai frutti – non lascia spazio alla crescita.

Bettini ci propone un interessante percorso che passa attraverso il cambiamento delle metafore con cui vorremmo esprimere la nostra identità e la nostra appartenenza; e fa ciò partendo dall’osservazione per cui “la nostra è una società che si allarga, una società sempre più orizzontale”. E ci dice:

La tradizione potrebbe benissimo essere immaginata come qualcosa che – orizzontalmente – si unisce con altri tratti distintivi, e assieme a essi contribuisce a formare l’identità delle persone”.

In luogo di quelle di albero/radici, o sommità/discesa, così verticali, si potrebbe ricorrere all’immagine di fiume/affluenti. (…) una miriade di fonti, ruscelli, torrenti affluenti e così via (che) concorrono a formare un corso d’acqua maggiore (…)

Una metafora alternativa, dunque, atta a render conto della modalità con cui l’uomo, nella sua storia, ha lasciato i luoghi e superato i cambiamenti che rendevano obsoleti i suoi strumenti culturali, in momenti in cui nuovi, diversi bisogni imponevano nuove, diverse risposte.

Un piccolo libro, ricco di informazioni, esempi, aneddoti, alcuni davvero divertenti, ma di sicura importanza teorica; legato alla nostra attualità, senza che questo legame debba ingannare: non si tratta dell’opera di un momento, così come non lo era la ballata di Brassens, molto più significativa di quanto la musichetta svagata, l’eccesso verbale che ne faceva, semplicemente, un esercizio di satira feroce, un prodotto da cabaret, potessero far supporre.

Tant’è vero che, a distanza di mezzo secolo, stiamo ancora ad affrontare, a fronte di gravi problemi, il tema della salvaguardia (supposta) di un sé, individuale e collettivo, e la necessità di esercitare l’apertura, l’accoglienza di altre idee, soluzioni, possibilità; e delle persone da cui tutto questo affluisce nel nostro fiume, rendendolo più grande e vitale.

Per concludere – e per dare ragione del titolo – una storiella divertente che Bettini ci offre. Bettini parla del tema della Costituzione Europea e della diatriba sull’opportunità di inserire, nel preambolo alla stessa, il riferimento alle “radici cristiane” che qualificano (è stato detto) le nostre società.

Ci spostiamo all’Università di Siena; gli studenti, in numero di quarantatré, debbono tradurre la frase latina “Achilles cithara in tabernaculo se exercebat”; e molti tradurranno “Achille suonava la cetra nel tabernacolo[v]. Il professore, stupito, fa qualche battuta sulla “singolare condizione” in cui si trova Achille ma, di fronte al fatto che l’ironia non viene colta, incredulo, dovrà porre la domanda: Sapevano, gli studenti, cosa fosse un tabernacolo?

Bene, quaranta studenti su quarantatré non lo sapevano, alla faccia delle radici cristiane e delle speranze del Comune di Pontoglio (e di molti altri Comuni italiani).

Per dirla con George Brassens: dovremmo evitare di essere degli “imbecilli felici nati da qualche parte” e lasciare invece che i nostri figli possano accedere, in questo mondo orizzontale, alle risorse che provengono da molte esperienze diverse. E usare la storia da cui proveniamo, importante base su cui la nostra identità, anche, si è formata, come blocco di partenza da cui prendere lo slancio verso nuove, più adattive risposte al mondo che ci circonda e che cambia. Specialmente se dobbiamo constatare che ciò è già avvenuto.

 

______________________________________________________

[i] Postato da michealt Ven, 28/08/2015 – 00:42. In: http://lyricstranslate.com/it/la-ballade-des-gens-qui-sont-n%C3%A9s-quelque-part-la-ballata-di-quelli-nati-da-qualche-parte.html

La ballata di quelli nati da qualche parte / Sono davvero graziosi tutti questi piccoli villaggi, / questi borghi, questi paesini, queste località, queste città, / con i loro imponenti castelli, le loro chiese, le loro spiagge…/ Hanno però un punto debole : sono abitati, / e sono abitati da persone che guardano / gli altri con disprezzo dall’alto dei loro bastioni; / la razza degli sciovinisti, dei portatori di coccarde: / gli imbecilli felici nati da qualche parte. (bis)

Che siano maledetti quei figli della loro madre patria, / che siano impalati una volta per tutte sui loro campanili / quelli che vi mostrano le loro torri, i loro musei, i loro municipi, / che vi mostrano il loro paese natale fino a rendervi strabici! /Che vengano da Parigi o da Roma, o da Sète, / da vattelapesca dove, da Zanzibar / o da Moncùli, se ne vantano, Cristo! / gli imbecilli felici nati da qualche parte. (bis)

La sabbia soffice nella quale i loro struzzi / nascondono la testa, non ha fine. / In quanto all’aria che usano per gonfiare i loro palloni, / le loro bolle di sapone, è un soffio divino. ) E a poco a poco, si gonfiano, si montano / la testa fino a credere che gli stronzi dei loro cavalli, / e sian pure di legno, tutti glieli invìdino, / gli imbecilli felici nati da qualche parte! (bis)

Non è un “luogo comune” quello in cui sono nati: / compiangono con tutto il cuore quegli sfigati, / quei poveri maldestri, cui è mancata l’opportunità, / la presenza di spirito di nascere nel loro paese. / Quando suona l’allarme sulla loro precaria fortuna, / escono dalle loro tane e vanno a morire in guerra / contro gli stranieri, tutti più o meno barbari…/ gli imbecilli felici nati da qualche parte! (bis)

Mio Dio, come si starebbe bene qui sulla terra degli uomini / se non ci si imbattesse in questa razza balorda, / questa razza fastidiosa, che abbonda ovunque: / la razza della gente del territorio, della gente locale. / Che bella sarebbe la vita in tutte le circostanze / se non avessi tirato fuori dal nulla tutti questi idioti, / che sono forse davvero la prova della tua inesistenza: / gli imbecilli felici nati da qualche parte. (bis)

[ii] La segnaletica, a Pontoglio, segnala (o segnalava, spero) il nome del Comune con la seguente scritta: “Pontoglio (Pontoi nel dialetto locale) è un paese a cultura occidentale e di profonda tradizione Cristiana. Chi non intendesse rispettare la cultura e le tradizioni locali è invitato ad andarsene” – cit. riportata da La Repubblica del 18 dicembre 2015

[iii] Maurice Halbwachs,  «La topografia leggendaria dei Vangeli in Terrasanta. Studio di memoria collettiva.» Halbwachs, ai cui studi Bettini si richiama, è il sociologo che ha definito il concetto di “memoria collettiva”, distinguendolo da quello di “memoria storica” . Vedi anche Maurice Halbwachs, “Il rapporto fra memoria collettiva e storia”, in: http://www.deportati.it/static/upl/Ha/Halbwachs.pdf

[iv] V. sopra, Halbwahs, op. cit., “Il rapporto fra memoria collettiva e storia”.

[v]Achille suonava la cetra nella sua tenda

4 commenti su “Quando Achille suonava la cetra nel tabernacolo

  1. Guido Sperandio
    novembre 1, 2016

    Ho messo il “like” (che già così mischio l’italiano della tradizione) non per moto nervoso incontrollato della mano, ma conscio di essere stato interessato dal “post” (altro mischio), i cui concetti sono stimolanti, inducono alla riflessione, anche se poi all’applicazione reale incontrano ostacoli pur aderendovi. Occorrerebbe saggezza, tanta, e senso pratico – un’abbinata utopistica, ahimè.

    Nota: era un mio idolo Brassens, Nanni Svampa (lo saprai) l’ha tradotto in milanese 🙂 . Penso che Brassens (e su scala differente Brel e altri francesi) abbiano influenzato la corrente emergente dei cantautori italiani.

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  2. Ivana Daccò
    novembre 2, 2016

    Ostacoli all’applicazione? Certo, nel senso che un incontro causato da guerre fughe e povertà estreme pone, appunto,problemi, e grossi, ma per la verità a me pare che ci si carichi di ostacoli e problemi maggiori “resistendo” alla culturalità vitale che costituisce il segno specifico dell’animale uomo, e che per sua natura non solo accoglie ma prevede, impone, il cambiamento.
    Ecco, forse, più che di ostacoli, parlerei di fatica, sicuramente molta. Benedetta, tuttavia, che porta interessanti scoperte, novità, soluzioni.
    Sarebbe bello trovare il modo di far tornare di moda (scusa il calembour) i nostri chansonnier.

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  3. Guido Sperandio
    novembre 2, 2016

    «il segno specifico dell’animale uomo, e che per sua natura non solo accoglie ma prevede, impone, il cambiamento.»
    L’animale uomo precede anche la tigre, depreda.
    La Storia lo dice, non l’anonimo e nullo sottoscritto.
    Non a caso, sui milioni di persone che ci hanno preceduto, i rari che non l’hanno fatto sono stati proclamati Santi.

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  4. Ivana Daccò
    novembre 2, 2016

    Veramente, anche tra quelli che sono stati proclamati santi, ci sarebbe un bel repulisti da fare. Forse, qualcuno si salverà ma il calendario cristiano avrebbe grossi problemi L’aggressività dei maschi della specie uomo non è seconda a nessun’altra e ha contribuito non poco a far sopravvivere la nostra altrimenti debole specie. E’ stata una caratteristica funzionale. Oggi, non lo è più e, se è vero che la nostra natura è culturale, dovrà esser lasciata cadere nel dimenticatoio della cultura, perché disfunzionale.
    Hai ragione, ovviamente e sì, è dura.

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