la libraia virtuale

Recensioni e consigli di lettura

Del novellare in tempo di peste

Sono, questi, giorni in cui, almeno nell’immaginario, chiusi in casa, magari pure in pigiama, si legge, si scrive: nell’immaginario, perché poi, no, non è così.

C’è qualcosa che non torna, in questi giorni, nel leggere, nello scrivere; c’è molto di strano nel ritagliare, dentro la propria giornata, uno spazio di “normalità” – non che ci sia qualcosa di veramente “normale” nel leggere; non parliamo poi dello scrivere. Ma sarebbe un lungo discorso.

Quale tempo potresti ritagliare se, essendo sola o giù di lì, ti trovi a vivere ore collocate nel nulla di un tempo ciondolante e vuoto, o a vivere un tempo estenuante, agitato ed esasperante, se in casa rinchiusi ci sono bambini, o persone in uno stato di dipendenza – con tutte le varianti possibili tra un estremo e l’altro, dal tragico al grottesco. Divertente, temo quasi mai. Solo talvolta.

Si viene catturati dalla necessità, impellente, di vivere relazioni e via a telefonare, e vai a ricevere telefonate. Non c’è nulla che ti risvegli esigenze incoercibili ad uscire come l’essere obbligati a rimanersene <in pace> a casa propria, a fare le proprie cose, senza impegni sociali di alcun genere.

Ci prende la furia, il bisogno di vedere, almeno di sentire, quella lontana parente scordata da anni (“è seconda cugina della nonna o del bisnonno?”), di aver notizie di quegli amici di un tempo, che non vedi da anni e con cui da anni neppure più scambi gli auguri di rito, Pasqua Natale Capodanno – compleanno scordato – perché le cose vanno così, non c’è un perché; ci si perde di vista e poi, niente, sarebbe bello risentirci ma non avviene.

Ci prende il bisogno, incontenibile, di trascorrere del tempo in quella libreria a trenta chilometri da casa, non c’è Amazon che tenga, e meno che mai una casa stracolma di libri la maggior parte dei quali, ad esser buoni, avrebbe titolo a costituire una “nuova lettura.”

Insopportabile la voglia di prendere l‘auto e darsi a una bella corsa, in solitaria; in libertà, senza tempi prescritti, magari anche tirando un po’ il motore (gli fa bene, gradirà); la voglia di sgommare su qualche curva, in salita, lungo una bella strada di montagna, così, giusto per sentirlo cantare, quel motore.

Mi manca l’auto in solitaria. Chissà se la so ancora fare una bella corsa. Di quelle proprio belle.

Poi mi regalerò una sosta, non troppo breve, una fetta di apfelstrudel dove so io, oppure una fetta di sachertorte.

Un passaggio alla toilette e si riparte, sulla via del rientro e giù, qualche curva in derapata, il motore che canta, no, per la verità protesta ma appena un po’, giusto per tener vivo il colloquio e venir accontentato; ecco, ora la vallata si è aperta, il rettilineo, panoramico, invita a rallentare, ad andare così, piano, in scioltezza.

Quello dietro si innervosisce – “e passa! Non lo vedi? Non c’è quasi nessuno. Ce la fai, dai! Vattene!”

Incredibile quanti sogni si possono fare dal divano! Pure, non so, non c’è questa gran soddisfazione.

Sonnecchio. Da cittadina responsabile: e chi si muove!

Il divano è quello di sempre; manca solo il libro giusto!

Clic. Mi ritrovo tra le mani Il Decameron. Un e-book leggero, comodo da maneggiare, edizione Einaudi, a cura di Vittore Branca.

Uno di quei libri che non si sono in realtà mai davvero letti. Qualche novella; una sinossi, a scuola. Le cose vanno così con questi mostri sacri.

Per fortuna ci sono buone note. Fammi rileggere, dio che fraseggio faticoso!

Poi non so. Non credo di aver le competenze necessarie per leggerlo.

Ma ci pensi? Quel buon uomo di Boccaccio, quel figlio illegittimo cui è andata alla grande, dopotutto, a fare l’intellettuale, a scrivere, frequentare, guadagnare poco ma insomma. Quello là, dico. Quando ha scritto il Decameron avrà pensato ad essere letto, non glossato, immagino. Lui non lo sapeva che sarebbe diventato un monumento. Magari gli sarebbe piaciuto, forse ci avrà fatto dei sogni ma anche no. Non ci sta proprio che uno scriva un libro ad alto rischio di censura per essere apprezzato e omaggiato da chi conta, dall’ordine costituito, vedi Il Papato, proprio no.

Mi piace pensare che volesse solo essere letto; per dilettare madonne lettrici (bello, vero?) e non solo; per dire qualcosa, rinnovare qualcosa, lanciare idee e poi, al fondo: credo gli piacesse, anche, spettegolare.

Perché dunque farsene intimidire.

La peste di Firenze del 1348. Settecento anni fa.

Tra chiacchiere ed amenità Giovannino, nel Proemio, ce la racconta da brivido. Quasi quasi passo oltre. Me ne vado subito in campagna con la combriccola, a godermi l’aria buona e la buona compagnia, ad ascoltare e raccontare storie; e a dedicarmi, ma davvero, al dolce far niente, al prendermi cura di me.

Il Proemio.

Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta Neifile ed Elissa si incontrano in Santa Maria Novella un martedì mattina, “tutte l’una all’altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà.”

Sette belle donne, di età non proprio ancora in tempo utile per trovare un marito – il curatore fa notare che, al tempo, una ragazza già a dodici anni iniziava ad esserlo e che i matrimoni avvenivano solitamente tra i quattordici e i diciotto anni.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916, Lady Lever Art Gallery, Liverpool

Un gruppetto di felici quasi zitelle, dunque, che inducono senza alcuna fatica  tre uomini giovani bellocci e nullafacenti ad accompagnarle in una villa di campagna ove, se non avrebbero potuto proprio proprio fuggir la peste, quantomeno avrebbero potuto non esser circondate dai cadaveri che “impestavano” (per l’appunto) le strade di Firenze.

Panfilo, Filostrato e Dioneo, morosi, per altro, di tre delle ragazze, dunque non ancora rassegnate alla zitellaggine; o quantomeno interessate a viverla in modo piacevole – mentre l’autore connota come “leggiadra” la loro “onestà” suggerendo, da subito, il tono dell’opera: siamo in un tempo nuovo, laico, piacevolmente scandaloso. Un mondo in cui parlare dell’amore. E della morte. Come evitarlo.

C’è questa bella dedica alle donne, per le quali le novelle sono state scritte. Reduce da una pena d’amore, infatti, Boccaccio rileva come tali pene siano più dolorose per le donne che per gli uomini poiché…

Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi di alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare”.

Alle donne mancano questi sostegni, private come sono dalla possibilità di accedere alle stesse fonti di distrazione. Senza contare che esse sono più fragili, e dunque vittime di pensieri che non potranno esser sempre allegri.

Wikipedia

Giovanni Boccaccio si propone dunque di scrivere “cento novelle o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in dieci giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto” (e insiste, davvero molto, sull’onestà d’intenti della lieta compagnia: excusatio non petita?) da cui le donne potranno trar piacere, ma anche insegnamento, alleggerendo così il peso dei loro pensieri e dei loro dispiaceri.

E conclude, sornione, che se ciò avverrà, dovranno render grazie…

a Amore il quale liberandomi dai suoi legami m’ha conceduto il potere attendere a’ lor piaceri.”

Ora, se io leggo e gusto queste pagine oggi, nel mio tempo; e se il libro possiede ancora una sua piacevolezza, e non è ridotto a palestra di esercitazione per costruttori di monumenti, come non dire, di quest’uomo “che figlio di buon padre…”?

Cosa leggere, mi chiedevo, in un tempo come questo. Recensire, poi, non ci sta proprio. Non in giorni come questi (ameno finché non cambio idea e non mi capita il libro giusto)

Allora, ecco cosa: mentre leggo quel che leggo, mi piacerebbe condividere, qui, una o più novelle al giorno, o magari ogni qualche giorno; farci sopra un po’ di chiacchiere, con lo sguardo incompetente della lettrice di oggi che, ho ben già visto, è perfettamente in grado di gustarle, di ridere, di commuoversi e quant’altro, magari con commenti che il Giovanni Boccaccio non si sarebbe atteso ma certo senza la reverenza che non avrebbe potuto prevedere.

Spero che qualcuno abbia voglia di spettegolare con me.

Dentro queste novelle ci stanno, infatti, non solo ma anche, un bel po’ di indiscrezioni, malignità, fatti di cronaca, mascherati ma insomma – o almeno così mi pare.

Poi la campagna fiorentina è un bel posto dove starsene, dal divano:

“Quivi s’odono gli uccelletti cantare, veggionvisi verdeggiare i colli e le pianure, e i campi pieni di biade non altrimenti ondeggiare che il mare, e d’alberi ben mille maniere, e il cielo più apertamente, il quale, ancora che crucciato ne sia, non per ciò le sue bellezze eterne ne nega, le quali molto più belle sono a riguardare che le mura vote della nostra città; e èvvi, oltre a questo, l’aere più fresco, e di quelle cose che alla vita bisognano in questi tempi v’è la copia maggiore e minore il numero delle noie.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 commenti su “Del novellare in tempo di peste

  1. Baylee
    marzo 18, 2020

    Io l’ho ascoltato tempo fa letto a Ad Alta Voce, dove diverse voci di attori e attrici di teatro interpretavano i vari membri del gruppo più il narratore. Mi fa molto piacere leggere del Decameron in giro in questi giorni!😊

    Piace a 1 persona

  2. dragoval
    marzo 18, 2020

    Bello, è vero, e quantomai appropriato sentir parlare del Decameron in queste circostanze, a cui il pensiero ricorre ai nostri classici come ad un inevitabile rifugio.
    Quanto a me, io ho avuto verso quest’opera sempre un rapporto ambivalente. La critica individua nei novellatori i giovani fondatori del brave new world , i fondatori di una socialità nuova in cui vengono espressi valori diversi da quelli del mondo passato, che nel male avrebbe trovato la propria nemesi; peccato che in questo mondo nuovo non trovino spazio due valori fondamentali come la pietà e la memoria, cancellati dalla necessità di affermare sempre e comunque la propria individualità, la propria indipedenza, la propria furbizia anche a scapito degli altri ( soprattutto a scapito degli altri,in effetti, e mi chiedo se il Decameron non abbia una sua responsablità nell’aver contribuito a rendere al trufa un indelebile tratto del carattere nazionale). Se è vero- ed io credo che lo sia- che ai giovani tocchi il compito di vivere, e di scrivere, una pagina nuova della storia (perché nulla o quasi, dopo , sarà più lo stesso) io spero di cuore che la riscrittura sia diversa; e potrà esserlo soltanto se anche noi contribuiremo- a ricordare loro il dovere di ricordare .
    Un caro saluto e grazie per questo post.

    "Mi piace"

  3. Ivana Daccò
    marzo 19, 2020

    Ho letto questo tuo commento ieri notte a un’ora indecente. Avevo appena finito di scrivere il secondo post e me ne sono andata a letto pensandoci.
    Non avevo idea di poter/dover individuare una correlazione tra Uxley e il Decamerone. Come ho detto, certo, colloco Boccaccio nel suo momento storico etc ma fnon so fare molto di più.
    Aggiungo che la mia lettura di Il mondo nuovo risale a decenni fa e, a dire il vero, al tempo non ne sono stata particolarmente attratta: ora mi sono incuriosita e dovrò rileggermelo. E non solo.
    Che dire. La presenza del Vaticano sul suolo italiano ha avuto un grande peso sul nostro “carattere nazionale” e sulle devastazioni civili che ha creato – trovandomi ad Avignone, un anno fa, sono stata presa dallo sconforto pensando a quale sarebbe potuta essere la nostra storia se il papato vi fosse rimasto. Pensiero inutile, pure sciocco. Ma tant’è.
    Ma non credo che Boccaccio vi abbia contribuito, con quest’opera. Vero, mostra una società che ride, e accetta benissimo, le storture morali narrate ma vi sto leggendo, per l’appunto, una denuncia, non un’accettazione. All’italiana, certo: non si fanno rivoluzioni, al massimo del sarcasmo, il che comporta una certa qual rassegnazione.
    Speriamo, come dici, che si apra una nuova pagina, dotata di memoria.
    Alla mia età confesso la paura per i miei figli e i miei nipoti. Come non averla.
    Grazie, come sempre, della tua lettura.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Follow la libraia virtuale on WordPress.com

Archivi

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. I contenuti sono di proprietà di lalibraiavirtuale.com salvo diritti di terzi. Alcune foto pubblicate sul blog sono state prese da internet e valutate di pubblico dominio. Se ritenete che la pubblicazione di qualsiasi foto leda i vostri diritti vi invitiamo a scriverci a lalibraiavirtuale [at] gmail [dot] com indicando il materiale di cui chiedete la rimozione. Rimuoveremo nel più breve tempo possibile.
Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

marisa salabelle

Non fu la morte di Romolo Santi, e nemmeno l’incidente capitato ad Alvaro. Ma quando si sparse la notizia che anche Ermanno, il più giovane dei tre fratelli Santi, era morto, allora sì che la gente, a Tetti e nelle frazioni vicine, aveva cominciato a mormorare...

Chiavari EMOZIONI tra Caruggi e Portici

Da un'Emozione nasce un Disegno da un Disegno un'EMOZIONE

Il Blog di Roberto Iovacchini

Prima leggo, poi scrivo.

Tratto d'unione

Ma cosa c'è dentro un libro? Di solito ci sono delle parole che, se fossero messe tutte in fila su una riga sola, questa riga sarebbe lunga chilometri e per leggerla bisognerebbe camminare molto. (Bruno Munari)

Il grado zero della lettura

di Paola Lorenzini

Unreliablehero

libri e storie di eroi imperfetti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: