Michele Mari, “Le copertine di Urania”, Humboldt Book 2023
Con un testo di Luca Pitoni
Ecco un interessante piccolo libro anomalo. Una Casa Editrice, la Humboldt Books, di Milano, “specializzata in narrazioni ed esperienze di viaggio che dà vita a progetti editoriali interdisciplinari incrociando geografia e letteratura, fotografia e arte”, dà alle stampe un libro il cui <testo> è costituito da dieci intense pagine di Michele Mari, più un’appendice, dal titolo “L’egemonia del cerchio” a cura di del graphic designer Luca Pitoni.
Il cuore del libro è invece costituito dalla riproduzione di una selezionata scelta di 42 copertine Urania – Periodici Mondadori di Milano, a partire dal n° 1 del 10 ottobre 1952, lire 150: Arthur Clarke, “Le sabbie di Marte”, per giungere al n° 730, del 28-8-1977, lire 700 – William Tenn, “Gli uomini nei muri”. Nel mezzo, una parte importante della storia d’Italia – così, senza parere.
I romanzi Urania hanno compiuto lo scorso anno i primi settant’anni di vita, superati solo dalla collana Gialli Mondadori il cui primo numero è uscito nel 1929, ed è dunque prossimo, se tutto va bene, a festeggiare il centenario.
I primi venticinque anni, tuttavia, ne rappresentano il cuore, tanto che, ancor oggi, dopo un primo periodo che ha veduto la copertina cambiare, alla ricerca di una propria cifra, passando dall’immagine racchiusa in un quadrato all’ormai classico triplice cerchio, li troviamo in edicola, a cadenza mensile, magari pure allegati a un quotidiano (anche quest’ultimo, oggi, affaticato in uno sforzo di sopravvivenza).
Una fantascienza diversa e uguale che, ancora, affianca, anticipa, sospetta, fantastica, nel bene e nel male, un futuro possibile, e mantiene, con ciò, la propria, magari involontaria, o chissà, vocazione di supporto a favorire l’incontro con il cambiamento, a far pensare il mondo in cui viviamo; ad armarci, attraverso la lettura, e il gioco all’intrattenimento, per la nostra vita.
È, dopotutto, ciò che fanno i libri: proprio tutti, almeno nel loro dover essere.
Nel riquadro accanto al titolo si leggeva, inizialmente: I ROMANZI DI URANIA. PERIODICI MONDADORI MILANO esce il 10 e il 20 di ogni mese.
Venduti in edicola, in quanto periodici, hanno previsto poi un’uscita settimanale, divenuta in seguito quattordicinale fino a non lo so quando, sicuramente per tutta l’epoca d’oro della fantascienza, nel ventennio e oltre che ha visto l’attesa e poi l’avvio – grandioso ma addirittura timido rispetto alla fantasia che lo aveva affiancato immaginato creato d’anticipo – della corsa allo spazio.
Si vide, al tempo, l’allora Unione Sovietica primeggiare nei primi passi: suo il primo lancio in orbita, nello spazio esterno, di un veicolo senza pilota, lo Sputnik, (1957); suo, nello stesso anno, il primo essere vivente a sperimentare l’assenza di gravità: la povera cagnetta Laika morì, condannata come previsto, nell’impresa; suo il primo uomo in orbita, l’astronauta Jurij Gagarin, era il 16 giugno 1963, e a seguire. E via la gara URSS-USA; con le annesse tifoserie, e il generale entusiasmo.
Tutto molto eccitante e tuttavia tutto misurato sulla fantasia, sull’attesa che la fantasia fosse in qualche modo profetica sulle attese o temute “magnifiche sorti e progressive”, o non invece terrificanti e quant’altro.
La corsa allo spazio non era ancora iniziata. Era nell’aria: e la narrativa fantascientifica, tutta di invenzione, talora ritenuta/desiderata presaga, nel fascino e nel terrore, anticipò e affiancò tale “corsa”, rendendola familiare, per non dire attesa.
Furono, i primi venticinque anni, un successo che non tramontò con l’arrestarsi, almeno apparente, delle missioni spaziali. Fu un successo che, nel cambiamento, continua, così come nella fantasia dei suoi autori e dei lettori; e dunque anche nella realtà perché a questo serve la narrativa: a creare significati per il mondo in cui viviamo, a “fare cultura” in senso proprio, accompagnandoci nel cambiamento del nostro mondo.
Ma c’era dell’altro, a segnare la realtà italiana del dopoguerra, oltre alle fantasie, alle attese sulla corsa allo spazio; qualcosa più terra terra forse, ma neppure tanto.
C’era la ricostruzione; la volontà di ripartenza del Paese dopo la tempesta.
Ed ecco, in queste riproduzioni, apparire la quarta di copertina occupata dalla pubblicità dell’AGIP – per i troppo giovani AZIENDA ITALIANA GENERALE PETROLI – con il cane nero a sei zampe, su fondo giallo, che emette dalle fauci una fiamma rossa ancora oggi logo di ENI: Ente Nazionale Idrocarburi di cui l’AGIP, – Ente di fascista memoria – era allora il braccio operativo da riconvertire e aggiornare nella, diremmo oggi, Vision e nella Mission aziendali.
Il libro mostra quattro immagini pubblicitarie dell’allora AGIP e di “SUPERCORTEMAGGIORE LA POTENTE BENZINA ITALIANA”, con cui veniva pubblicizzata la benzina che AGIP produceva da giacimenti italiani, in particolare dal giacimento di Cortemaggiore, un piccolo comune della provincia di Piacenza, vedi un po’ confinante con il comune di Caorso, dove ha avuto sede un impianto di energia nucleare le cui scorie, dopo la chiusura, attendono ancora, non vorrei sbagliarmi, una loro definitiva collocazione.
Il libro ci restituisce dunque, con queste riproduzioni, un altro importante pezzo di storia di quegli anni, di un’Italia che, risollevandosi dalle macerie, aveva intravisto, e stava vivendo, quello che appariva il sogno, diremmo oggi, di un’autonomia energetica, scegliendo di fronteggiare l’oligopolio di quelle che Enrico Mattei, il mattatore di questo sogno, chiamò, con un’espressione rimasta nella storia, le Sette Sorelle – al tempo: Shell, Exxon, British Petroleum, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco; le compagnie petrolifere che monopolizzavano la produzione e il mercato del petrolio attraverso il Consorzio per l’Iran.
Al mio solito mi lascio trascinare dal libro lungo sentieri senza fine ma: vedete cosa accade nel trovarsi tra le mani questo libro? Si “guardano le figure” – e facciamoci raccontare dai bambini, o ricordiamoci, che va bene ugualmente, anzi meglio, cosa e quanto si apprende “guardando le figure”, sognando con loro e su di loro, fantasticando nel mentre imbocchiamo possibili percorsi di fantasia.
Se non che, se pure abbiamo iniziato “guardando le figure”, c’è il testo di Michele Mari; breve; importante e molto bello. E il testo di Luca Pitoni, progettista grafico e giornalista professionista, specializzato in design editoriale, su cui non mi soffermerò in quanto portatore di una competenza che, se mi consente di leggerlo e apprezzarlo, non mi consente di commentarlo.
Ed eccomi a Michele Mari: dopotutto, un libro, nell’immaginario, diciamo nelle attese, è un insieme di pagine occupate, <in prevalenza>, da <scrittura>, da caratteri tipografici ordinati in modo da formare parole e frasi di senso compiuto – che saranno più o meno gradite. Oppure è un fumetto – e dintorni.
In questo caso Il corpo del libro è occupato da, se le ho contate bene, 42 riproduzioni di copertine, – vecchio, un po’ sporche, con ogni evidenza maneggiate, che vale come <vissute>.
E Mari, con il suo linguaggio manieristico, sontuoso, come sempre di rara ricchezza lessicale, espande, anticipa, espandendola, la godibilità della serie di copertine selezionate.
Scrittura unica, quella di Michele Mari: dal vocabolario ricco, sovrabbondante, talvolta portatore di termini desueti e insostituibili, talvolta di invenzioni misto-dialettali e non solo; dall’aggettivazione (avete presente, quella di cui ogni insegnante di letteratura spiega di non abusare MAI) in apparenza ridondante e tuttavia, sempre, totalmente necessaria.
È stringato, Michele Mari, in effetti; sintetico, nella sua scrittura, dove un aggettivo costituisce il sostituto di un intero capitolo, il sostituto di un racconto. Basta l’incipit:
“Forse il sogno più dolce della mia vita fu quando Robert Louis Stevenson venne a chiedermi se potevo prestargli un po’ dei miei Urania. «Dovrei prima chiedere al nonno, erano suoi», ma già le sue lunghe dita accarezzavano il n. 17, già sapevo che quel numero sarebbe finito in Polinesia. E disse: «Il nonno è d’accordo, ci ho già parlato io», e mai come in quel momento io mi sentii sfiorato dalla grazia.”
Un intero romanzo ci sta tutto, dentro quel sogno di: bambino, ragazzo, adulto. E poi: stavamo parlando di sogni?
Il nonno non c’è più ma c’è sempre, nei <suoi> libri, e con lui tutto un mondo, da cui poi ci verrà quel che basta perché possiamo costruircene uno nostro, con dentro un nonno d’altri o il nostro, o una vecchia zia o tutto quel che ognuno ci vorrà trovare di proprio.
C’è Robert Louis Stevenson, ci sono i giorni della sua vita a Upolu, nell’isola di Samoa – ed eccoci partiti con Long John Silver ma anche irretiti dalla vicenda del povero Dottor Jekyll, e poi e poi, vedete da voi quanti percorsi si potrebbero aprire, quante divagazioni e…ci siamo persi? Sì, ed è davvero bello poterlo fare in un dove proprio non c’è, per nostra grande fortuna, Google Maps che tenga.
E gli aggettivi di cui si diceva? Per dire le emozioni di un bambino che ancora non sapeva leggere, ed era affascinato dalle copertine; ed era preoccupato: per sé, che trascorreva ogni domenica a casa dei nonni, dove era chiaro abitassero mostri terribili; e per il nonno che aveva tra le mani quei libri e, mentre leggeva, veniva scrutato dal nipote…
”…povero nonno, quali strazi sta soffrendo per noi, tutto bene nonno? La lettura sta riuscendo? E strisciare a qualche metro da lui senza farsi notare, piegare il collo per sbirciare ancora quelle forme d’incubo, dirsi che il nonno è al loro cospetto, sembra lì seduto ma è da loro, chissà in quale punto cieco dell’universo infinito.”
E i mostri? Come dirne se non “ loricati e squamosi, catafratti, pelosi, bavosi, mucosi ungulati fiammanti, bituminosi, lobati, crestati… (e vai! lungo otto righe di aggettivazioni tutte necessarie, non una di più non una di meno, vi sfido a modificarle se ne sarete capaci!)…figure di plastico orrore che palpitavano per uscire da quelle copertine… e che, se non eri lesto a rimettere il libro al suo posto quel colaticcio ti avrebbe assimilato per sempre.
Incredibile dove mi ha portata questo libro, smilzo, essenziale: dal venir avviluppata da mostri al perdermi nella geopolitica energetica del dopoguerra, dentro la vicenda umana e imprenditoriale di Enrico Mattei per scivolare poi tra i pirati verso l’Isola del Tesoro.
Finisco qui. È meglio.





