Pip Williams, “Il quaderno delle parole perdute”, Garzanti 2021
Ed eccomi, con il libro che mi ha fatto dimenticare i brutti tempi in cui viviamo, che vengono da brutti tempi che, se avessero voluto guardarsi alle spalle, non avrebbero visto molto di buono in ciò che li aveva preceduti; e alla via così. Ma non del tutto.
Questo libro mi ha reso possibile vivere un tempo, e dentro storie in cui, da più parti, da molte parti, individui e gruppi – ma segnatamente le donne – hanno operato come se ci fosse un domani, nella certezza che, quale risultato del loro impegno, sarebbe stato migliore del loro presente.
Come iniziare a raccontare di un libro che, dentro UNA storia d’invenzione, regala un’immersione dentro TANTE storie, reali e di invenzione, convergenti verso un obiettivo, addirittura non saputo, in cui coloro che operarono per raggiungerlo non sapevano, talvolta, l’uno/l’una dell’altro / dell’altra.
Soprattutto, dove gli Uni non sapevano delle Altre.
Proverò a iniziare dalla chiusura, dove l’autrice, in una Nota, ci dice l’input a partire dal quale ha sentito il bisogno di scrivere questa storia; di creare, su di una base storica accurata, una vicenda immaginaria che potesse dar conto di una realtà scotomizzata: la voce, l’esistenza stessa, delle donne, come parte integrante del consesso umano.
Pip Williams scrive una storia che colloca nel contesto della redazione dell’Oxford English Dictionary (1879 – 1928), la cui curatela fu affidata al professor James Murray, che guidò nell’impresa un gruppo di lessicografi, composto totalmente da uomini che pure si avvalsero di collaboratrici, per lo più volontarie, la cui opera è rimasta nell’ombra.
Nella nota di chiusura del romanzo Pip Williams scrive:
“Questo libro è nato a partire da due semplici domande: le parole hanno significati diversi per gli uomini e le donne? E, se li hanno, è possibile che si sia perso qualcosa nel loro processo di definizione?
Io decisi che l’assenza delle donne aveva rilevanza: (…) la prima edizione dell’Oxford English Dictionary era tendenziosa, privilegiando le esperienze e la sensibilità degli uomini. Uomini di una certa età, bianchi e di epoca vittoriana, per dirla tutta.
Questo romanzo rappresenta il mio tentativo di stabilire come il modo in cui noi definiamo la lingua possa definire noi stessi”
Ed ecco la storia, che si snoda nel tempo in cui verrà completata la redazione dell’Oxford English Dictionary. Protagonista, che narra alla prima persona, Esme (Essy) Nicoll, figlia di uno dei lessicografi (figure di invenzione) che lavoravano con il professor James Murray alla prima stesura di quest’opera.
Esme Nicoll – bambina che ancora non sa leggere, poi ragazza, e donna – sarà il personaggio che darà voce, a partire dalle domande che si poneva, al pensiero dell’autrice.
È il febbraio del 1886. Esme ha cinque anni, è orfana di madre e vive con il padre, il professor Nicoll.
Tutto era iniziato nel 1879 quando al professor James Murray venne dato l’incarico, dalla Oxford University Press, per la redazione del nuovo vocabolario della lingua inglese: quello che, alla fine ne risultò fu l’Oxford English Dictionary, un’opera che, pensata in quattro volumi, la cui pubblicazione avrebbe dovuto avvenire di lì a dieci anni, vide la luce nel 1928, in dodici volumi.
La piccola Esme, orfana di mamma, trascorreva i suoi giorni standosene accovacciata, ai piedi di papà, sotto il tavolo dello Scriptorium, la stanza dove lavoravano i lessicografi alla redazione del nuovo Dizionario
“Scriptorium. La parola dà l’idea che fosse un edificio grandioso (…) Ma si trattava solo di una rimessa, nel giardino sul retro di una casa a Oxford. Invece che riporre vaghe e rastrelli, lì si riponevano parole”
Era, quello, per la bambina, un luogo magico, dove il lavoro veniva svolto con certosina pazienza e precisione.
In quel luogo si raccoglievano le parole che, da ogni luogo, venivano inviate, per posta, da collaboratori volontari, su dei cartoncini, di dimensione prescritta, contenenti ognuno una parola corredata dal suo significato d’uso e da citazioni delle fonti che lo documentavano, letterarie e non: modi di dire, documenti, discorsi, modi d’uso variamente certificati.
Ogni parola, dopo aver superato il vaglio di un controllo ossessivo, sarebbe poi stata inserita in uno schedario, pronta per entrare a far parte del nuovo vocabolario.
Obiettivo: far sì che nessuna parola dell’idioma inglese venisse perduta e nel contempo, che nessuna delle parole accolte, e in quanto tali certificate come appartenenti di diritto alla lingua, potesse accedervi se non documentata secondo i criteri stabiliti.
Così, accadeva che proposte di parole, magari dopo discussione o, al contrario, per palese inaccettabilità, o incompletezza, venissero escluse: in questo caso, i cartellini su cui erano state proposte venivano gettati, lasciati cadere a terra, finendo sotto il tavolo e, in seguito, eliminati.
Il tutto, lavorando ad un’opera di cui, forse, non avrebbero potuto vedere il compimento, ad un’opera di cui, forse, non era intuibile, se non a una ristretta minoranza, la necessità, l’importanza: che implicava la sicurezza che ci sarebbe stato un lungo, esteso, domani per i propri figli e che era doveroso prepararlo; e porre a loro disposizione uno strumento per farlo essere migliore.
Esme, la cui presenza era (ma non sempre) ben accetta dal gruppo dei lessicografi, prima tra tutti dal professor Murray, occupava il proprio tempo, lunghe ore, senza disturbare, impegnata, standosene accucciata sotto il grande tavolo, nei suoi pensieri che vagavano dallo studio delle scarpe degli uomini del gruppo, dalle loro posture, dalle proprie riflessioni e dalla curiosità per le parole, che iniziava a compitare, che il padre e “zia Ditte” – Edith Thompson, una zia putativa – le “regalavano”.
Ditte era stata una cara amica di Lily, la mamma di Esme. Abitava tuttavia lontano, a Bath, con una sorella; ma veniva quanto più spesso poteva in visita facendo, per quanto possibile, le veci di una madre; e da consigliera al padre nel suo compito di crescere ed educare la figlia.
Edith Thompson era inoltre una valida collaboratrice del Dizionario, cui forniva regolarmente proposte di parole documentate.
Zia Ditte regalava a Esme bambina parole, storie di parole, e libri: per iniziare a leggere, per incontrare parole nuove, per incuriosirla dei significati, del loro mutamento nel tempo: per incuriosirla della vita delle parole.
Un’altra presenza significativa al fianco di Esme bambina e che, con Edith Thompson sarà al suo fianco per tutta la vita, sarà quella di Lizzie Lester, la giovanissima domestica della signora Murray che veniva “prestata” per i bisogni dell’orfana. E la cameretta di Lizzie costituiva per Esme una zona franca, un luogo dove potersi rifugiare mentre Lizzie era al lavoro.
La curiosità per le parole portò Esme a interessarsi alle schede che, perché doppioni o perché incomplete, perché ritenute non sufficientemente giustificate, venivano scartate, lasciate cadere sul pavimento, sotto il tavolo, in attesa di venir eliminate.
Fu così che Esme incontrò una parola sconosciuta: “Bondmaid”, giovane schiava.*
Nella storia che Pip Williams ci racconta, “bondmaid” diverrà una parola che i lessicografi avevano: respinto? perduto per sbaglio, dimenticato? Esme si interrogherà su questo.
A partire da quella parola, dal suo significato, la bambina si confronterà con Lizzie, la giovane servetta poco più grande di lei, analfabeta; la sua amica, che le vuole bene; il suo unico vero appoggio nel suo diventare una donna – Ditte è lontana, impossibilitata ad una presenza affidabile nel bisogno, nonostante le pur importanti lettere che scambiava con lei.
Lizzie, interpellata, si rispecchiò in quella parola: “Sono io”, disse.
Esme, a partire da questa parola, cominciò a costruire un proprio “vocabolario delle parole perdute” che finirono conservate e nascoste in un vecchio baule che Esme sottrasse a Lizzie: e furono parole del femminile.
Il mondo di Esme si amplierà, a partire dalla sua ricerca delle parole perdute; a partire dal suo legame con Lizzie, con cui cominciò ad uscire, per spese, e a conoscere altre donne, mondi insospettati: primo tra tutti il mondo – i mondi – e le parole delle donne.
Furono le donne analfabete del mercato, e furono le parole di quel mondo; furono mondi nuovi; fu la vecchia Mabel della povera bancarella che vendeva bagattelle di recupero, che possedeva parole mai sentite, mai sospettate; furono, con le parole, altre donne, appartenenti a mondi diversi.
La bancarella di Mabel era frequentata da tante donne. Mabel, richiesta di fornire “parole”, la presentava alle altre.
“Fa collezione di parole”, aggiunse Mabel.
“Che tipo di parole?”
“Parole di donne. Parole sporche.”
Furono prostitute, attrici e il loro mondo, fu il teatro; furono le suffragette. Furono uomini.
E parole, tante parole. Mondi diversi. Il vario mondo maschile, anche.
Nel baule delle parole perdute il bottino cresceva; e con lui le domande, mentre Esme, nello Scriptorium, iniziava a svolgere qualche compito, a fare di quel suo interesse un lavoro, retribuito. Cominciava a conoscere e ampliare anche il proprio mondo; e a scoprire contatti con la realtà al di fuori.
“Certe parole sono più importanti delle altre: questo ho imparato, crescendo nello Scriptorium. Ma mi ci è voluto parecchio tempo per capire il perché.”
Il resto fu vita, non facile – impossibile escluderne il dolore – e tuttavia vita, progetti, fatica ed entusiasmo. Impegno.
Il tempo del Dizionario si allungava. Gli anni passavano. Accadde la vita. Una guerra.
La storia può solo essere letta: cos’altro, per un libro che, proprio come un dizionario, è tanti mondi e tante storie quante sono le parole che contiene. È futuro, ancora come un dizionario, perché le parole vivono, evolvono, muoiono, rivivono e mutano: come ognuno di noi.
“Il mio baule è come il Dizionario”, pensai. “Con la differenza che è pieno di parole che sono andate perdute o sono state trascurate.”
Il baule diventerà un mondo, capace di aprirsi al mondo e accoglierlo.
La storia si chiuderà mostrando un futuro già arrivato, denso, ancora, di altro futuro: per le donne, per gli uomini; per le parole che li fanno essere ciò che sono, e poter divenire ciò che saranno: progettando, ancora e sempre, altri giorni.
“Il quaderno delle parole perdute” è il romanzo di esordio di una scrittrice britannica, che vive in Australia, di cui mi piacerebbe sapere qualcosa di più.
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*Nota. Una parola importante nella storia del Dizionario in quanto, dopo la sua uscita, un lettore ne aveva segnalato l’assenza: era stata davvero, nella realtà, una parola perduta.


