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Nebbie di novembre

Paolo Zatti - Treviso, Le mura di Novembre

Paolo Zatti – Treviso, Le mura di Novembre

C’è davvvero un po’ di nebbia, non ho le idee molto chiare. Che faccio? Continuo il discorso sui due libri di Franco Lo Piparo? Meglio, su “Il professor Gramsci e Wittgenstein”? Che è quello, diciamo così, di contenuto? Mi trovo a usare lo scrivere per pensare, talvolta funziona, almeno per me. Per chi non lo fa, provare per credere. Non come regola naturalmente. Di regola, è meglio sapere prima cosa si vuol scrivere.

No, credo che Gramsci vada brevemente interrotto, il suo posto è nel contesto di “Filosofia e dintorni” e mi pare un po’ pesante, oltre che prematuro, continuare oggi su quella pagina (magari qualcuno ci vuole pensare ancora un momento e trovar qualcosa da suggerire).

Il mio tempo per la narrativa è ora occupato da “Il paese delle nevi” di Kawabata Yasunari . Mi sono decisa a leggerlo e ne parleremo. Dovrò tener conto del fatto che è un libro che sto leggendo, diciamo così, quasi per obbligo. Stava da tempo in elenco.

Mi spiego: ci sono dei libri, che sono riconosciuti dalla critica ufficiale, e soprattutto dai lettori, come grandi libri, e che dunque si ritiene debbano venir letti – Boh! ”si” ritiene? “Chi” ritiene “cosa”? e a che titolo? Ma è così, un po’ è così, immagino che, nell’universo dei lettori, si tratti del minimo sindacale dovuto di snobismo, irrimediabile e forse anche irrinunciabile.

Così, Kawabata Yasunari, che comunque la si voglia mettere, è un premio Nobel, richiede che si legga almeno un suo libro: poi, può non piacere, questa è un’altra faccenda e fa parte non tanto dei gusti quanto dei bisogni di lettura individuali e del momento di vita in cui ci si trova a leggere. E per la verità, ora non potrei interromperlo, valeva la pena affrontarlo.

Dovrò decidermi ad affrontare anche Alice Munro, prima o poi, di cui non ho mai letto alcunché perché, potendo scegliere, preferisco la misura lunga ai racconti. E preferisco la misura lunga anche nei romanzi. Senza che questo sia un assoluto, ovviamente. Ci sono racconti che amo molto. Ne ho anche parlato, credo. Ma scelgo di preferenza il libro in cui io possa andar ad abitare per un po’, almeno qualche giorno. Si trascorre meglio la giornata e i suoi eventuali inconvenienti se si sa dove si andrà a rifugiarsi la sera, un luogo dove si è attesi e si conosce tutti, non vi pare?

Così, l’inizio della lettura di un nuovo libro è sempre un momento di brivido, l’attesa di qualcosa di bello, che si è scelto, con quel po’ di riserva (e se non mi piacesse?) che si prova quando si parte per un viaggio in un luogo sconosciuto invece di rifugiarsi a riposare nel solito paesino di montagna. Per questo, sul comodino, ci deve essere un secondo libro da iniziare, un terzo libro da iniziare e un libro ben conosciuto in cui rifugiarsi se per caso…. E infatti, in attesa, c’è anche Elias Canetti, “Potere e sopravvivenza”, Adelphi 1974. Uno dei miei autori preferiti, un libro che mi ero persa, e che sto facendo aspettare per prolungare il piacere. Già l’incipit: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano. (…) C’è una netta tendenza a buttarsi verso le cose più lontane, subito, e a trascurare così tutto ciò contro cui si va continuamente a sbattere“. Bello, vero? Ci si può fermare e pensare per un bel po’. Ora chiudo il libro. Attendere fa parte dei preliminari del piacere.

E cerco di prendere la via del pensiero ordinato e scrivere, per il poco spazio che resta, ciò che mi ero riproposta. L’intenzione era una riflessione, per me e per chi legge, che serva a condurre a una conclusione i pensieri in libertà dell’ultima chiacchierata.

La domanda suonava così: è il caso di proporre, in questi spazi, libri che non si trovano, o non si trovano facilmente in commercio? Libri che appartengono a cataloghi, per così dire, superati, di cui oggi non si parla molto ma che, oltre ad essere bei libri, hanno anche molto da dire al nostro oggi? Che si perderà molto a non leggere (e anche a non rileggere)?

C’è un blog, che seguo con interesse, che tratta solo questo tipo di libri, con un occhio particolare agli autori del romanticismo tedesco ma non solo. Lo si trova all’indirizzo delfurore.wordpress.com.

Per quanto mi riguarda, io sarei giunta alla conclusione che, poiché questa vuole essere una “libreria”, diciamo meglio, uno spazio-tempo in cui maturare l’intenzione di andare in libreria, è forse opportuno parlare di libri che, in libreria, si trovano.

Senza rinunciare del tutto a una seconda risposta al dilemma, che consiste nella non necessità di risolverlo.

Così, ho pensato che questo spazio, questa pagina di chiacchere, può benissimo essere dedicata, come è già capitato, ‘anche’ a questo compito, a proporre riletture che qualcosa mi richiama alla mente e al desiderio. Potrebbe servire a richiamare alla memoria, o a far desiderare anche ad altri la lettura di libri che, magari, possono non essere di immediatissima reperibilità ma si trovano. Non per niente esistono le biblioteche.

Poi, dato che in questo mondo nessuna regola è totalmente osservata, figuriamoci se lo potrebbe essere qui; e dunque, se verrò davvero travolta dal desiderio, e nel mio rileggere non mi saprò proprio trattenere, vorrà dire che ci scapperà anche la recensione di un libro un po’ più vecchiotto o dimenticato di altri. Di regola, tuttavia, non prevista.

Questo perché possiamo concordare tutti sul fatto che è bene, in tutti i campi e perché le cose funzionino, darsi delle regole, ma anche sul fatto che qualche sregolatezza può rendere le regole più adatte, e darci qualche piccolo piacere aggiuntivo, “che è meglio!” tanto per affidarci a Puffo Quattrocchi. Che è un saggio.

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