Le libellule e la Via Lattea

Il paese delle neviKawabata Yasunari, “Il paese delle nevi”, Einaudi 2014

Non so se questa potrà essere una recensione. Sto ancora riprendendomi dalla lettura. Il che richiederebbe la seconda lettura, e so che non rileggerò questo libro. Non a breve. Ma non lo dimenticherò. E so che sono contenta di averlo letto. Scriverne mi permetterà di metterne a fuoco il senso, che ha avuto per me, ovviamente.

È inverno. Si apre la stagione sciistica nel paese delle nevi, che vive di turismo (la stagione sciistica, il periodo autunnale in cui ammirare le foglie di acero). Si intravvedono, sullo sfondo, degli invisibili che lavorano (un capostazione, il personale dell’albergo, il portiere, le cameriere).

La chiusura non avrà, in apparenza, una relazione necessaria con ciò viene narrato, se non nel senso che porterà un’uscita dalla scena di uno dei tre protagonisti – che sono la storia, in luogo di una vera trama: a pari titolo? forse sta al lettore deciderlo.

Shimamura, un uomo, di classe elevata, un ricco, “uno sfaccendato che poteva passare il suo tempo tra i monti o in qualsiasi altro luogo”, che vive della ricerca dei piaceri che trae dalle arti e nella ricerca-bisogno di sensazioni estetiche, di cui è parte anche la relazione con Komako, la geisha: per rivederla egli si reca una volta all’anno nel paese delle nevi. Komako darà di lui una descrizione fisica, commentando la notte trascorsa: “Eravate proprio buffo mentre dormivate, tutto rotondo e grasso con la vostra pelle bianca e senza baffi.”

Komako, la geisha, una donna dal carattere impetuoso, apparentemente opposto alle prescrizioni di comportamento della sua professione, oscillante tra la forma e le competenze richieste e una personalità dominata dalle emozioni.

Quei modi franchi così pieni di sentimenti diretti, immediati, erano sconosciuti a Shimamura, l’ozioso che aveva ereditato il suo denaro.” Komako la cui vita è umiliazione e fatica, accettazione di una professione degradante, al di là delle ritualità e della normatività che la formalizzano. Ama Shimamura, ne attende la venuta e ne teme, e insieme ne auspica, la partenza.

Yoko, l’eroina della storia, personaggio che primeggia attraverso la sua collocazione nel racconto in subordine ai due personaggi principali, in subordine in particolare rispetto a Komako. Yoko, dalla professione indefinita, cameriera, tuttofare, sarà la prima ad apparire nella storia, con Shimamura, e su di lei e sulla sua sorte si chiuderà il romanzo, stabilendone la centralità.

C’è l’arco di tempo in cui si svolge la storia (una settimana? Un mese?) dato dalla durata della permanenza di Shimamura nel centro termale. Il tutto avviene in una modernità imprecisata.

La storia si svolge, sarebbe meglio dire si ripete, in due parti.

La prima parte. Shimamura “torna” al centro termale dove era già stato, per il desiderio di incontrare Komako. La storia mostra subito il carattere della diacronicità per la quale gli avvenimenti non saranno letti in vista del loro sviluppo (ecco il senso dell’assenza di una vera trama) ma come modi di relazione in cui persone, paesaggio, senso della vita si trasformano in trascendenza, in un senso dell’assoluto che esclude la relazione stessa.

Tuttavia, questo è il senso che il romanzo trae dal punto di vista di Shimamura. Senso che è totalmente travolto dal vissuto dei personaggi femminili, dal senso della vita di Komako, la geisha, la brava suonatrice di ‘shamisen’[1]; e da Yoko dalla bella voce che canta quando è sola, nel bagno; dal confronto, che viene posto attraverso la descrizione della vita e degli ambienti di vita dell’albergo, con la descrizione delle abitazioni della gente comune, presso cui abitano Komako e Yoko. Si chiude la prima parte, la presentazione dei temi.

La seconda parte. La scena cambia. E’ autunno. “Nel paese delle nevi giorni freddi e nuvolosi si succedono ininterrottamente mentre le foglie cadono e i venti si fanno gelidi. La neve è nell’aria.”

I personaggi ora sono noti, fatti attesi sono accaduti. C’è un pervasivo senso di morte (ecco ancora la trascendenza) rappresentato dalle descrizioni estetizzanti di tarme, libellule, insetti che invadono le case, si posano sui corpi, muoiono; dal contrasto tra il senso, il bisogno e il desiderio, di pulizia (il rito del bagno) e una pervasiva sporcizia che convive con gli ambienti e i corpi delle persone.

La natura, gli insetti si avviano alla morte, cadono, si contorcono in agonia. “Nel boschetto di cedri di fronte, le libellule si dondolavano in sciami innumerevoli come steli di bocche di leone al vento.” mentre “Uno sciame di minuscoli insetti alati caddero dal tavolo sul pavimento.”

Shimamura è con Komako, che si lamenta, sta male, ed egli la guarda: “insetti più piccoli delle tarme si raccolsero sulla spessa cipria bianca che le copriva il collo. Alcuni di essi vi morirono mentre Shimamura li guardava”. Lo sguardo di Shimamura è su Komako e sugli insetti e sulla bellezza del disfacimento e sui colori e passa dalle piccole cose e dalle piccole vite al sentimento dell’universo.

La via lattea. (…) Ogni stella si staccava nettamente dalle altre, e si distinguevano persino le particelle di polvere d’argento delle nebulose, tanto chiara era la notte. La profondità senza limiti della Via lattea incatenava i suo sguardo.”

Poi c’è la chiusura. Quando il fattuale si verifica e la trascendenza fa i conti con la vita e “(…) la Via Lattea si precipitò dentro di lui con un ruggito”.

Un commento? Mi è difficile. Ma credo non ce ne sia bisogno.

[1] Strumento a corde, tipo liuto, con il quale la geisha intrattiene il cliente cantando e recitando.