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Armenia, una disputa irreale: strage o genocidio?

Civili armeni in marcia forzata aprile 1915

Civili armeni in marcia forzata verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati. Kharpert, Impero Ottomano, aprile 1915.

Ingiusto e impossibile non tener conto di giorni in cui il pensiero salta dai libri ai fatti della storia e della cronaca, rendendo evidente, se ce ne fosse bisogno, l’appartenenza dei libri al mondo, come fatti del mondo capaci di interagire e farci interagire; rendendo evidente come il leggere non equivalga a rifugiarsi da qualche altra parte.
Le parole di papa Bergoglio, opportune o meno, forse faranno sì che quei fatti di cento anni fa divengano ri-conosciuti da molti. E’ indubbio, infatti, che “il genocidio degli armeni”, detto da alcuni, “la strage degli armeni” detto da altri, sono per molti locuzioni dal contenuto incerto; e nel merito delle dispute sulle parole da scegliere per parlarne, per sapere il cosa è avvenuto, il quando, il perché, i libri aiutano.
Se a qualcuno interessa, vorrei riproporre la lettura di un grande libro, una storia dentro quella storia, che ci porta per mano in quegli avvenimenti.

 

2205113_I quaranta giorni dl Mussa Dagh_cop@01.inddFranz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Casa Editrice Corbaccio 2013

Questa è una storia ed è un romanzo: Werfel narra la vicenda di cinquemila armeni, gli abitanti di sette villaggi alle falde del Moussa Dagh che, nell’imminenza della deportazione da parte della Turchia, l’allora Impero Ottomano, nel corso della prima guerra mondiale – era il 1915 – decisero di resistere rifugiandosi e organizzandosi per combattere sulla loro montagna. Da lassù, il monte si trova a Nord della Baia di Antiochia, a picco sul mare, sperarono di essere individuati da qualche nave francese o inglese che li potesse salvare, rivolgendo dunque le loro speranze, necessariamente, al nemico.

Alzarono una grande bandiera, con scritto “Aiuto, Cristiani in pericolo” sperando che fosse veduta. Dopo quaranta giorni, prossimi alla morte per fame, furono individuati, non per merito del segnale, da una nave francese che li mise in salvo. Questa è Storia, ed è la storia di quella gente, di quelle comunità, di quella decisione e di quei quaranta giorni.
Franz Werfel, uno scrittore ebreo, ha scritto le sue più grandi pagine documentando, con lo strumento a sua disposizione, e dunque traducendo in romanzo una cronaca, un episodio di resistenza dentro una vicenda – la storia del genocidio degli Armeni – avvenuta vent’anni prima dell’Olocausto.
Mentre penso al taglio da dare ad una recensione su questo libro, provo una forte difficoltà a concentrarmi sull’aspetto ‘Romanzo’, e rimango incerta, nonostante il fatto che tale aspetto sia essenziale per la lettura: si tratta, infatti di un gran bel romanzo, che tiene legati alla storia, nonostante la sua mole (sono 900 pagine fitte, che si leggono tutte d’un fiato, come si dice).
Ma è essenziale anche – soprattutto? – il fatto che sia, insieme, il reportage di una storia vera, in cui fatti storici e storia romanzata si intrecciano fino a dare ai personaggi una emozionante realtà, fino a portarci ad amarli tutti, buoni e cattivi, sommersi e salvati verrebbe da dire.
Desidero recensire quest’opera, ripensarne i personaggi, gli intrecci delle storie che lo compongono, vite che vengono esaltate dal racconto di quei fatti senza soggiacerne, tragedie ed eroismi che convivono con gli affanni di ogni giorno; desidero ripensare il permanere, in ogni personaggio, di quella qualità umana che non consente di comparare una vita all’altra, di renderla indifferente alla sua unicità, per il fatto di star vivendo una comune tragedia e, insieme, la Storia.
E la penna di Werfel, attraverso i personaggi, di invenzione, collocati dentro quei fatti, ci mostra vite vere. Quegli uomini, donne, bambini avevano altri nomi? Altre professioni? Altro aspetto? Quel che importa è che avevano pelle, corpo, occhi (quanto vengono detti gli occhi in questo romanzo!), abiti, attività, progetti, lavori, tutto ciò che fa essere uomini e donne reali, a partire dalle piccole miserie ancor più che nei grandi eroismi.
Se voglio pensare e, in conseguenza, scrivere, di questo libro, sono ingabbiata dalla necessità, di parlare della storia del popolo armeno, e della storia della resistenza sul Moussa Dagh. Perché questo è un romanzo e non lo è, i ‘personaggi’ sono tali e non lo sono, e l’intreccio dà alla verità della storia carne e sangue e respiro.
Questo romanzo è la massima opera di uno dei grandi scrittori del nostro tempo. Dico del ‘nostro’ perché il mondo in cui Franz Werfel è vissuto, lasciandoci presto, quando aveva solo cinquantacinque anni e la seconda guerra mondiale era terminata da soli dieci anni, è ancora il nostro, anche se l’enorme distanza di quegli anni dal modo di vivere odierno cerca di nascondere che ne stiamo ancora pagando le domande di verità non risolte.
Questa storia si colloca dunque, e trova il suo significato, all’interno di quella del genocidio degli Armeni. Un compito troppo grande il raccontare, per me e per questo spazio. Troppo grande soprattutto perché – mi sbaglio? – per la grande maggiorana di noi “Il genocidio degli Armeni” è solo un titolo, una frase che tutti ripetiamo – Il genocidio degli Armeni – ma, dentro tale frase, non abbiamo contenuti chiari da porre, e non sapremmo raccontarne.
Qualcosa, in breve, è doveroso dirlo, credo. Almeno questo: è doveroso ricordare come, vent’anni dopo, non senza relazione, quella storia figliò. Fu un tassello, non piccolo, di un’altra storia.
“ “Chi parla ancora, oggi, del massacro degli armeni?”. Con questa celebre espressione Adolf Hitler si preparava, nell’agosto del 1939, ad invadere la Polonia usando ogni brutalità possibile. Non a caso: i dirigenti nazisti e lo stesso Hitler consideravano la “soluzione armena” come un importante precedente per tanti motivi, ma soprattutto per la relativa facilità con cui venne attuata, la sostanziale impunità ottenuta dai suoi responsabili e la generale dimenticanza di quell’avvenimento negli anni successivi.” [i]
Questo è dunque un romanzo Nel senso più proprio del termine. Ma nessuno avrebbe potuto inventare una storia così, scrivere questo romanzo, se non raccontando fatti.
Eppure, il romanzo è bello, al di là di questo. E’ bello, e questo è l’inconcepibile. Così come è inconcepibile che i personaggi di quella storia, i cinquemila del Mussa Dagh, siano, appunto, personaggi, perché non lo sono, sono proprio loro. Chiunque occupi le loro tombe, sul Moussa Dagh, dove comunque sono rimasti in molti, o esuli in Libano, o in qualunque altro luogo, non possono essere che loro, uno per uno. Veri, non meno dei Johannes Lepsius, missionario tedesco, orientalista, che si adoperò per evitare il massacro e del suo antagonista, Ismail Enver Pascià, capo della rivoluzione dei Giovani Turchi, di cui il romanzo documenta l’incontro storico, l’uno nel tentativo di fermare il genocidio, l’altro fermo, e ironico verso l’interlocutore, nella sua determinazione a compierlo.

[i] In: Marco Tosatti e Flavia Amabile, “Gli eroi traditi”, incipit di “Finestra sul massacro” di Marco Impagliazzo

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