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Una voce femminile nera che lotta e scrive nell’America del Ku Klux Klan

Maya Angelou, “Io so perché canta l’uccello in gabbia”, Neri Pozza Editore 2015.

Maya Angelou nel 1993Va innanzitutto detto, di questo libro, che cattura il lettore, che si fa leggere tutto d’un fiato. Al di là del suo valore letterario, comunque indubbio, è stato, nel 1969, il primo libro pubblicato da una donna afroamericana ed è un libro che si legge con partecipazione e che, se ce ne fosse bisogno, ricorda un ieri che non è, a tutt’oggi, sufficientemente sepolto.

Si tratta di una narrazione autobiografica caratterizzata da una grande freschezza di linguaggio, che comunica, con la fatica, la rabbia, l’orgoglio per la propria appartenenza, una grande carica di speranza e determinazione; comunica tutta la forza che farà di Maya Angelou la grande attivista dei diritti civili, la donna che, attraverso mille mestieri e mille esperienze, sarà una voce importante dell’America impegnata a superare – tuttora – una cultura razzista profondamente radicata e, all’apparenza, inestirpabile. Fa questo, a partire dall’esperienza di una bambina, poi ragazza, cresciuta in una realtà di segregazione razziale estrema, supportata da una grande capacità di passione e da una grande fantasia, che le consentirà di trasfigurare la fatica di esperienze devastanti.

Sinossi: Marguerite Ann Johnson, in famiglia chiamata Maya, e suo fratello Bailey, causa la separazione dei genitori, vengono mandati a vivere a casa della nonna paterna, Mrs. Annie Henderson, detta Momma, che vive con il figlio disabile Willie, a Stamps, Arkansas. Siamo nei primi anni ’30 del secolo scorso, e Stamps è un paesino del Sud degli USA dove la comunità nera vive una totale segregazione, lavorando duramente alla raccolta del cotone e come taglialegna. Momma è una quasi benestante, gestisce l’emporio della comunità nera.

In tale realtà Maya e il fratello Bailey non conoscono bianchi, impossibile pensare a una qualsivoglia forma di rapporto, se non a quella data dall’arrivo, per spedizioni “punitive”, degli assassini del Ku Klux Klan, occasioni che costringono gli uomini della comunità nera a nascondersi per evitare il linciaggio. E per Maya comincia il vissuto di rabbia e umiliazione, si forma l’indomito rispetto di sé che la caratterizzerà e sarà alla base della lotta di una vita.

Lo sceriffo sedeva a cavallo con disinvoltura. (…) ‘Annie, di a Willie di non farsi vedere in giro stasera. Oggi un negro fuori di testa ha messo gli occhi su una donna bianca. Più tardi verranno i ragazzi’.”

La nonna aveva subito provveduto. Aveva richiamato Maya e il fratello in casa e mandato il figlio Wille a nascondersi dentro il contenitore delle patate. Poi aveva spento le luci. E Maya ricorda.

“Se nel giorno del Giudizio San Pietro mi chiedesse di rendere testimonianza del gesto di cortesia dell’ex sceriffo, non sarei in grado di dire niente a suo favore. La sicurezza con cui prevedeva che, sentendo dell’arrivo del Ku Klux Klan, mio zio e tutti gli altri neri sarebbero corsi a nascondersi tra gli escrementi delle galline era troppo umiliante”.

La storia contiene pagine di grande durezza, una vita di bambina stuprata, in tutti i sensi, tuttavia bilanciata dalla forza di una comunità, dalla risorsa che quella comunità trovava nelle proprie regole, nella fede e nell’appartenenza, nei riti e in un rispetto di sé tale per cui il dover cedere a forze superiori, il dover vivere un tempo di schiavitù, di fatto, intaccava la dignità dei bianchi, non la loro; a loro restava una vita di sofferenza estrema, da vivere in attesa della ricompensa, sicuramente nell’al di là; forse, un giorno, sulla terra, dove, dopotutto, Dio aveva pur liberato il suo popolo dal Faraone. Nonostante il fatto che, si sapeva bene, Dio fosse bianco.

Anche al di là del rispetto delle leggi degli uomini, anche dentro un mondo di marginalità sociale in cui si troverà a vivere, tornata temporaneamente a casa dai genitori, nel paese come nella grande città, a Saint Louis come a S. Francisco, Maya combatte. Studia. Anche dopo un trauma che la porterà, ancora bambina, a non parlare per cinque anni, è consapevole. E riemerge. “La giovinezza e l’approvazione sociale divennero mie alleate, e insieme intralciammo la strada ai ricordi di insulti e umiliazioni”.

Detto questo, è difficile parlare del libro se non si parla della donna, di Maya Angelou, autrice – ma, ecco, il termine è riduttivo e non la descrive – di cui in Italia manca la pubblicazione delle opere, salvo sperare che, con questa edizione del primo dei suoi sette, credo, romanzi autobiografici, si avvii un recupero che sarebbe importante, di tutta la sua produzione, sempre autobiografica: perché questo la interessava, la testimonianza della sua vita quale paradigma della vita di una bambina ragazza donna nera nell’America della segregazione razziale – e della sua poesia, che non ottiene grande consenso dalla critica e che tuttavia, si dice, magari non rispondendo ai canoni prescritti, contiene un messaggio da non perdere.

Questo primo volume della sua autobiografia, che copre la storia della sua vita dai cinque ai diciassette anni, con, allora, il titolo italiano “Il canto del silenzio” (1996), e il secondo volume, con il titolo “Unitevi nel mio nome” (1999) avevano avuto una prima pubblicazione dall’editore Frassinelli, nella stessa traduzione qui riproposta di Maria Luisa Cantarelli, mentre Guanda aveva pubblicato, nel 1994, per la traduzione di Laura Noulian, una raccolta di saggi, “Il semplice viaggio del cuore”. Sono libri oggi non più reperibili. Si può solo sperare che Neri Pozza dia seguito all’opera iniziata.

Resta la sua vita, conclusasi lo scorso anno, di cui la scrittura è una parte, importantissima ma non esaustiva della sua figura che si è espressa con molti linguaggi.

Maya Angelou è stata attrice, è stata ballerina, ha fatto parte del cast che ha portato sulle scene “Porgy and Bess” di G. Gershwin; per la sceneggiatura del film “Georgia, Georgia”, la prima scritta da una donna di colore, avrà una nomination al Premio Pulitzer.

È stata bigliettaia di tram, la prima nera a occupare tale posto (a sedici anni, avendo finto di averne diciannove, e lo racconta con orgoglio nel libro); è stata cuoca, cameriera. Insegnante, giornalista free lance. Ha vissuto in Egitto, in Ghana.

Collaboratrice di Malcom X, amica di Martin Luther King, l’apice del suo successo come attivista per i diritti civili si può considerare la lettura della sua poesia “On the Pulse of Morning” alla cerimonia di insediamento di Bill Clinton.

Di lei riporta un articolo di La Stampa che “s’era sposata forse tre volte, ma non teneva il conto «per non sembrar civetta». Scriveva di esperienze come prostituta, finite male, e tenutaria di bordello, stavolta un successo” .

Un commento su “Una voce femminile nera che lotta e scrive nell’America del Ku Klux Klan

  1. MarianTranslature
    novembre 8, 2015

    L’ha ribloggato su Translature.

    Mi piace

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