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«Madame…c’est moi»: dice «lui»

Madame BovaryChiusi i giorni pasquali – e le festività, gli amici, la famiglia, le gite fuori porta – mi trovo alle spalle una settimana che vorrei chiamare ‘di non lettura’: non perché nelle mie mani non siano passati libri, questo no, ma perché ho scelto di non dedicarmi con attenzione a un libro e di riservare la lettura, unicamente serale, al divagare, spiluccando cose diverse.

Mi sono goduta pezzetti di libri che qualcosa richiamava alla mente, letture brevi, e sì, ho anche proseguito, la lettura di «Lettere dalla Siria», Freya Stark, una-due lettere alla volta, senza fretta, che sarebbe il modo giusto di leggere una corrispondenza; nel frattempo il postino ha consegnato, dell’autrice, «Effendi», impossibile non leggerne qualche pagina (ed è stato stupore, ma ne dirò, penso, più avanti).

Nel frattempo, ho rimuginato. Cosa buona perché, che si legge a fare se poi non si ha il tempo di assimilare, di far rotolare in testa e in pancia qualche idea.

Ultimamente, ho frequentato scrittrici, i cui libri continuo a maneggiare, e occupano tuttora il mio tavolo – Ingeborg Bachmann, Christa Wolf, Karen Blixen, la stessa Virginia Woolf – e avevo scritto, mi pare, che mi piacerebbe cercare, per converso, le immagini del maschile nella narrativa contemporanea.

Si parla, lo sappiamo bene, di una specificità della scrittura femminile: che è indubbia, pur non costituendo un assoluto. Esistono scrittrici – vedi l’elenco dei libri sul mio tavolo – per le quali l’identità di genere costituisce la cifra della loro scrittura.  Sull’argomento avevamo già fatto una chiacchierata, è trascorso un po’ di tempo.

Pare dunque esistere una narrativa al femminile, mentre nessuno parla di una narrativa al maschile, in quanto, nella nostra cultura, (e nella grammatica, non solo italiana) quest’ultimo non è <un> genere. È <il> genere, vale/vorrebbe valere per l’umano totale, che non necessita di specificazioni perché le comprende in sé. Nel sentire comune, lo scrittore, il narratore, sarebbe in grado, dunque, di rappresentare i due sessi e le loro (eventuali) specificità.

«Madame…c’est moi», dice lo scrittore – e non vale solo quando Madame è Emma Bovary e lo scrittore è Gustave Flaubert. Vale anche per molti altri scrittori, da Lev Tolstoj a Ippolito Nievo, che ‘sonoAnna Karenina e Pisana.

IppolitoNievo

Ippolito Nievo

Resta il fatto che, se è innegabile che ognuno di noi, maschio o femmina, porta in sé le componenti del maschile e del femminile ed è, dunque, capace di rappresentare il proprio complementare, è anche vero che, nella scrittura come nella vita, l’identità di genere influenza necessariamente la visione del mondo, e dell’altro.

Ora, in presenza dell’autrice donna, viene fatta esistere, anche quando non sarebbe il caso, una categoria che può, a buon diritto, chiamarsi ‘narrativa femminile’; per converso, non categorizziamo una ‘narrativa maschile’, come se l’autore maschio non mettesse in gioco, nella scrittura, la propria identità di genere ma unicamente la rappresentazione di una improbabile dualità.

Il romanzo moderno – e la scrittura maschile – hanno sempre dato forma, e parola, alla donna, rappresentandola nel modo che ogni tempo richiedeva e contribuendo a sancirne il <luogo> sociale; e hanno contribuito, anche, alla costruzione di un pensiero divergente sul femminile, anticipando tendenze evolutive del costume non ancora percepite, o accolte.

La scrittura ha rappresentato, e culturalmente contribuito a prescrivere, e a confermare, anche il corrispettivo immaginario sul maschile. Abbiamo così avuto «Jacopo Ortis» di Ugo Foscolo, che nelle sue lettere rappresentava gli ideali maschili del Romanticismo, mentre Andrea Sperelli, protagonista de «Il Piacere» di Gabriele D’Annunzio si collocava nel contesto dell’Estetismo e del Decadentismo, indicando i modelli maschili del proprio tempo, e così via.

Ma oggi, se guardiamo alla narrativa contemporanea, la codifica, la cifra del maschile, prescrittiva o contestata che sia, appare sempre meno. Gli ultimi epigoni di un’identità di genere maschile codificata paiono essere Ernest Hemingway, John Steinbeck e la loro generazione.

Sull’altro fronte, la storia del genere letterario ‘romanzo’ e la storia della presenza femminile in letteratura possono considerarsi coevi.

Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

In epoca moderna, e fino a Virginia Woolf, il romanzo femminile, pur cominciando ad annoverare una presenza non più eccezionale di scrittrici, (Jane Austen, le sorelle Brönte) ha inizialmente rispettato la cifra, il codice, prescritti dal maschile; e se ha sviluppato una propria voce lo ha fatto unicamente in quanto, come si diceva, è impossibile stare al mondo a prescindere dalla propria identità di genere: restando perfettamente possibile sposare e accogliere i valori del complementare e trasmetterli.

Il romanzo ha costituito il genere letterario e il principale strumento attraverso il quale ha iniziato a esprimersi, non più come eccezione, la voce femminile, con la sua specificità: rivendicata, ma anche assegnata, imposta.  Ed è così nato un ‘quasi-genere’ entro cui confrontare le opere delle autrici e, eventualmente, collocarle. L’identità di genere, per le scrittrici, ha avuto una forma di riconoscimento al femminile nata originariamente come squalifica (vedi, ancora una volta, il ‘romanzo rosa’) ma che, rivendicata, evidenzia ora un’identità forte e, con ciò, rende visibile la strana forma di assenza di un complementare capace, al proprio interno, e verso l’esterno, di sviluppare un pensiero dell’identità, delle complementarietà e delle differenze, rendendo possibile il confronto e il dialogo.

Ecco, l’idea è questa: se è vero, come lo è, che nessuno può, nella propria visione del mondo, prescindere dalla propria identità di genere, e se è vero che, a questo punto, alle scrittrici viene correttamente riconosciuta la specificità della loro voce, non più squalificata, manca agli uomini, agli scrittori, il rivendicare e assumere una voce di genere, mentre quella che era considerata, che si sceglieva di considerare, una rappresentanza esclusiva del genere umano, sta diventando, poiché la vce femminile parla per sé, una voce che si spegne, se a sua volta non sceglierà di parlare per sé e di sé.

Sintetizziamo: quando le donne non esistevano socialmente, l’uomo e la parola (il sociale) erano cosignificanti e l’uomo rappresentava il tutto, era ‘la società’. Nel romanzo, rappresentava i valori e i modelli cui donne e uomini erano richiesti di conformarsi, o di opporsi.

Nel momento in cui l’esistenza femminile emerge come esistenza sociale, l’uno diviene il due e, se l’altro non rappresenta sé, l’esito sarà una strana forma di afasia. Forse ancora non ci siamo, ma è un esito vicino.

Certo, nelle storie ci sono i personaggi maschili, ma come mai non viene messa a tema un’immagine del genere sociale, come avviene per il femminile? E se la voce maschile esiste, come esiste, socialmente, ed è anche, come è, forte, come mai non viene tematizzata in quanto tale? Come identitaria, capace di rappresentare il maschile e il suo punto di vista sul mondo. In luogo di presentarsi come un tutto che, in presenza dell’altra voce, equivale ad un silenzio? Mentre la voce femminile, che pone la propria identità di genere, vive la mancanza della voce complementare, con cui dialogare.

Ora, è ovvio, il maschile nel romanzo esiste, e come! Non è questo il punto; e non può essere espresso da un elenco di autori che, nei loro personaggi, lo rappresentino: in tale elenco, ovviamente, ci finirebbero tutti. Il punto sta nel dar voce alla specificità, tematizzandola, dato che la supposta equivalenza della scrittura maschile al tutto (che, in teoria, viene fatta valere anche per le donne, ma solo in teoria), in un sistema duale porta ad un’assenza. Ad una perdita.

Da cui la domanda: quale immagine del maschile emerge dal tal romanzo, e dal talaltro? Come è stata voluta e pensata, e proposta? Come si relaziona al mondo cui appartiene, e al femminile? Vogliamo parlarne?

 

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