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E di Garcilaso de la Vega, che mi dite?

Commentari reali degli Inca23 aprile 2016, Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, di cui si festeggia la ventesima edizione da quando l’UNESCO –  Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – ne decretò l’istituzione. Era il 15 novembre del 1995. Tale Giornata venne fissata nel giorno in cui cade la ricorrenza della morte di TRE – non DUE – grandi autori: William Shakespeare (1564 – 1616), Miguel de Cervantes (1547 – 1616) e il peruviano Garcilaso de la Vega (1539 – 1616).

Tanto per cavillare, leggo sull’apprezzato Wikipedia che, in realtà, William Shakespeare è morto dieci giorni dopo. In Inghilterra, all’epoca, era in vigore ancora il calendario giuliano, e non il gregoriano: questo falsifica la convergenza delle date. Va ovviamente bene lo stesso.

La mia curiosità si ferma tuttavia su Garcilaso de la Vega, che, nonostante la Giornata sia dedicata anche a lui, sparisce dai nostri mass media, almeno mi pare. Di quest’autore, un grande, almeno per l’altra faccia del pianeta, non si parla.

Vero, per me è, ancora, quasi solo uno di quei nomi che si trovano nelle antologie scolastiche, in nota piccola piccola, e che si memorizzano, in luogo di studiare le pagine del libro, sulla base del fatto che “basta imparare le note, il professore, per l’interrogazione, si fissa su quelle”.

Dico <ancora> perché sono in attesa del suo «Commentari reali degli Inca», traduzione di Francesco Saba Sardi, edizione Bompiani 2011, che, pur trattandosi di un libro importante, non sembra aver avuto, da noi, una grande fortuna editoriale: lo deduco dal fatto che non trovo, online, commenti dei lettori, né sul sito della Casa Editrice, né sul ‘glorioso’ Amazon – se non trovi cerca qua – che pure lo fornisce, sia in cartaceo sia in e-book.

È un fatto, ultimamente vengo attratta da libri e autori che non risplendono per diffusione ma che, ciononostante, possono regalare letture interessanti, credetemi. Poi, penso che Garcilaso de la Vega sarà un autore che non proporrò, a suo tempo, qui. E tuttavia, hai visto mai? Per ora sono curiosa di un uomo che, figlio di uno spagnolo conquistatore del suo popolo e di una principessa di discendenza Inca, nato a Cuzco, in Perù, visse la sua età adulta in Spagna, senza mai più tornare nella sua terra. In Spagna, condusse una vita da erudito – dopo una carriera militare che lasciò per prendere gli ordini religiosi – essendosi scontrato con la propria condizione di meticcio, prima per il riconoscimento della propria legittimità e poi, ottenutala, venendo comunque marginalizzato sul piano sociale: da cui, mi par di capire, la scelta del mondo religioso che, interessato forse alla sua anima più che alla mescolanza etnica, si direbbe oggi, che lo aveva generato, gli consentiva un riconoscimento sociale migliore.

Garcilaso de la Vega

Garcilaso de la Vega

«Commentari reali degli Inca» è il suo capolavoro; dove si narra, e credo sia ciò che rimane, di scritto, per la conoscenza di quel popolo, la storia degli Inca, tra storia e mito; e si narra la conquista spagnola, da parte di una persona che viveva una faticosa doppia appartenenza. Così mi par di capire, e sono davvero curiosa di questo libro. Potrebbe interessare a molti.

Così, ho piacevolmente divagato, secondo mia abitudine, girovagando tra informazioni sull’autore, sul libro, sulla sua storia; sull’interessante censura che il libro, diffusissimo, subì per ordine di Carlo III di Spagna (1716 – 1788) che ne proibì, al tempo, la pubblicazione a Lima – ma solo a Lima; in Spagna e, forse, altrove, continuò a circolare – mentre era in corso una guerriglia capeggiata da Tupac Amaru II (1738 – 1781) – altra bellissima storia, tutta da scoprire – il cui nome, di (supposto) discendente dell’ultimo re Inca del Perù, è la fonte del nome ‘Tupamaros’, assegnato ai guerriglieri di ideologia marxista-leninista che, capeggiati da Raul Sendic, negli anni ‘60 – ’70, lottarono contro il regime dittatorial,e in Uruguay,  compiendo pesanti azioni di guerriglia urbana, con un significativo seguito.

Comunque sia, oggi, a Cuzco, in Perù, lo stadio cittadino è intitolato a Garcilaso de la Vega: e Cuzco è una città di trecentomila abitanti. Dichiarata Patrimonio dell’umanità, ultima capitale dell’Impero Inca, è considerata la capitale storica del Perù.

E il libro, magari con scarsa fortuna editoriale sotto i nostri cieli eurocentrici, da quattrocento anni continua ad essere pubblicato, e dunque letto. Vorrà pur dire qualcosa che meriterebbe una nostra attenzione; magari anche quella della nostra stampa. Con i complimenti all’Editore Bompiani.

 

Passo a due chiacchiere su libri letti e da leggere. Vorrei anche parlare un po’ della Casa Editrice ‘La nave di Teseo’, che ha avviato le pubblicazioni con «Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida», un libro di Umberto Eco – inaspettatamente senza di lui che tuttavia, forse, probabilmente, sapeva che così sarebbe avvenuto.

È seguito, sempre di Umberto Eco, «Come viaggiare con un salmone», un ulteriore libro che raccoglie brevi articoli di quelle che l’autore chiama “istruzioni per l’uso”, simpaticamente utili per varie evenienze che potremmo chiamare della vita quotidiana.

Poi, «A passo di gambero», che era già stato edito da Bompiani nel 2007; e ristampe di altri, importanti, libri di Eco: «Il superuomo di massa», «Trattato di semiotica generale», «Arte e bellezza nell’estetica medievale», «I limiti dell’interpretazione».

La femmina nudaSegue – e mi pare possa essere considerato il vero tuffo nell’esperienza editoriale della nuova casa Editrice – «La femmina nuda», di Elena Stancanelli, un romanzo che si candida al Premio Strega; un libro che non so se, per ora, leggerò. Scelto, per l’avvio delle pubblicazioni, è sicuramente un libro interessante; non del genere che amo, almeno in questo momento e, dunque, lo lascerò, attendendo di saperne qualcosa da recensioni altrui.

Ho invece acquistato, appena uscito, «Pape Satàn Aleppe», oltre che per doveroso infimo contributo all’avvio di questa Casa Editrice, perché so bene che le Bustine di Minerva rappresentano un piacevolissimo ‘libro da comodino’. Se ne legge qualcuna; si tiene a portata di mano; se ne legge qualche altra. Si sorride un po’, si chiariscono alcune cose, si condivide una riflessione, si scende a qualche dignitoso patto con il proprio bisogno di far chiarezza sulla realtà.

Pure: era davvero necessario farne un volume di quasi cinquecento pagine? Non è un romanzo; non si deve leggere tutto di seguito; sarebbe come leggere un libro di racconti tutto di fila: la rovina del libro.  E dunque, non c’è motivo di farne un tomo che pesa in mano e, ad esempio, a letto si legge con difficoltà – fisica, intendo, del polso, dovendo sostenere il libro stando distesi. Vero: la mia non è propriamente una critica letteraria. Ma credo sia un argomento che ha una sua concretezza. Perché non ne avete fatto due libri di dimensioni più contenute?

Cosa ancora? Ho letto un piacevole romanzo, consiglio e prestito di un’amica, «La misura della felicità», di Gabrielle Zevin, nella traduzione di Mara Dompè, Editrice Nord 2014. UnaLa misura della felicità, Gabrielle Zevin storia di buoni sentimenti, piacevole e ben scritta. Protagonisti un libraio e una bambina, personaggi di sicura presa, per un libro che, tempo permettendo, si fa leggere senza interruzione.

Non avevo mai letto quest’autrice e credo che leggerò qualcos’altro di suo, probabilmente «Benvenuti ad altrove», nell’idea che il genere fantasy le consenta la libertà inventiva che, nel romanzo letto, sembra trattenuta, vincolata da qualcosa come un obbligo a star dentro una storia un po’ preconfezionata. Un pregio sicuro: essendo il protagonista un libraio, la sua voce fornisce una bella serie di utili indicazioni di lettura, di autori americani (tralasciando l’ironia sui lettori di «Infinite Jest» e la stroncatura implicita della Recherche di Marcel Proust: imperdonabili! Ma c’è dentro anche la storiella di un ragazzo che marina la scuola perché ha bisogno del tempo per leggere, appunto, Infinite Jest! Dunque: soprassiederò all’insulto. Perdonato).

 

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