Le biblioteche delle case altrui

Possiamo ben chiamarla una comunità, quella che si esercita sui nostri blog a scambiare libri, recensioni, proposte di lettura; a parlare di libri acquistati, portati a casa dalla biblioteca comunale; posseduti e amati; riletti più volte; dimenticati e riemersi, talvolta da un lungo oblio.

Stiracchiando il termine, esistono elementi per definire un cosiffatto insieme di persone una “comunità”: Controllo il lemma. Il Treccani elenca una miriade di esempi (comunità statuale, locale, nazionale, internazionale; religiosa, terapeutica, familiare e così via) ognuno contrassegnato tuttavia da una formalizzazione che, ovviamente, non ci appartiene.

Decido che si tratta di un limite del vocabolario. Mi vengono alla mente – cosa non si fa per aver ragione – gli elementi costitutivi di quella comunità che chiamiamo “Stato”: cittadinanza, territorio, sovranità. Bene: il territorio, a ben guardare, pure se virtuale, lo possediamo: è lo spazio dei nostri blog. Possiamo ben attribuirci una certa qual forma di cittadinanza, in questi nostri “territori”, e una sovranità sugli stessi. Dopodiché, ognuno ha la propria, certo, non condivisa ma, come dire, messa a disposizione, felice di accogliere: la nostra “comunità” è dunque una particolare forma di federazione? In cui è possibile entrare e uscire senza grandi formalità, e questo è un vantaggio.

Potremmo definirci una comunità-orchestra sui generis che esegue una speciale forma di canone inverso: uno parla l’altro risponde, le voci si alternano spostate nel tempo ma sequenziali, secondo una regola di progressione, qualcosa di questo tipo.

Mi si presenta l’immagine, impossibile da mettere a fuoco, di un insieme di persone che, ognuno nella propria casa, ognuno per sé, ognuno diverso, detiene un più o meno elevato numero di libri-strumenti musicali, per l’esecuzione di una sinfonia, comunitariamente ricercata e condivisa. Suoni e partiture individuali, coesione d’insieme.

Facciamo questo, credo, con i nostri libri, giocandoci anche una particolare forma di condivisione, sempre virtuale ma non per questo meno concreta, delle nostre ignote biblioteche domestiche, simili, temo, per una comune tendenza alla proliferazione incontrollata. Ma che importa, quando i figli sono molto desiderati e anzi, non se ne hanno mai abbastanza?

Oddio, nel nostro caso, almeno per me, dovrei dire tante madri, tanti padri; amici a cena e a pranzo, anche a colazione; fratelli. Non figli; tali sono solo i libri che si scrivono, non quelli che si leggono. Mi arriva l’immagine di chi scrive come quella di una madre, di un padre, che depone il figlio nella ruota degli esposti, soffrendo come un cane per quell’abbandono, mentre sbircia dal fondo del vicolo se una mano arriverà a girare la ruota per accoglierlo, amarlo e tenerlo con sé.

Ci sono – talvolta se ne parla, solitamente no, ognuno si regola a proprio piacere – diversi modi di procurarsi un libro, dalla frequentazione delle librerie cui facciamo un più o meno intenso riferimento; dallo scambio, all’acquisto al mercato dell’usato, on line ma anche passeggiando, cercando, a bancarelle; utilizzando il prestito bibliotecario; riscoprendo libri posseduti, letti e dimenticati, che ritrovano un proprio diverso tempo. Ci sono gli e-book, con i loro pregi e i loro difetti (spesso, va detto, una stampa non curata, refusi e quant’altro), e una loro specifica utilità.

Ai diversi modi di procurarsi un libro corrispondono anche diversi modi di essere lettori, credo. Nel mio caso, e mi chiedo quanti mi somiglino, il bisogno che il libro mi appartenga è assoluto, con tutti i problemi che ciò comporta; di spesa, di spazio, di acquisti errati, che poi non si sanno (diciamo che non so) eliminare, perché un libro, come il cibo, non si butta.

Varrebbe, forse, la pena di conservare presso di sé unicamente i libri che hanno, lo vogliamo chiamare, un valore assoluto? I “capolavori”? Quei libri che, è certo, si rileggeranno; che <noi> rileggeremo; i libri che dispiace, almeno a me succede, di aver letto (e riletto, a ripetizione), di cui non potremmo mai più gustare quella prima, affascinata lettura. Lo stupore. La sensazione di aver trovato la chiave di volta per la comprensione della nostra e delle altrui vite.

Le riletture, potrei persino dire che sono più belle. Pure, nulla potrà più eguagliare quel primo incontro, mai più.

Ecco, di nuovo. Perché poi, quando scrivo (chi mi conosce direbbe anche quando parlo) non riesco mai a stare in argomento, rotolo lungo miriadi di deviazioni e sentieri trasversi, non lo so; ma neppure so rinunciare a farlo.

Pensavo al fatto che, se il nostro insieme, la nostra comunità virtuale può essere segnata dall’elemento comune dell’abitare con i libri, le nostre biblioteche domestiche, a parte, immagino, uno zoccolo duro più o meno condiviso, saranno sicuramente quanto di più diverso si possa immaginare. Io ci muoio nello sforzo di contenermi, quando incontro una biblioteca domestica sconosciuta; devo ricordarmi la buona educazione per non ritrovarmi a ignorare i padroni di casa e perdermi a esaminare la dotazione libraria del luogo.

Un mondo intero di biblioteche domestiche, le più diverse tra loro e, insieme, le più confrontabili; in grado di dialogare, di condividere una lingua comune, lo vediamo bene ogni giorno, come se la non possibilità di leggere tutti i libri che si desiderano venisse compensata dalle molte letture individuali di cui narriamo, suggerendo, certo, letture che abbiamo apprezzato, ma non necessariamente.

Non che io sappia dove mai vorrei andar a parare con ciò che sto scrivendo; lascio, temo, che si formino pensieri in libertà. Avviene (in questo caso non mi pare) che prendano forma. Pazienza.

Vengo presa talora dal desiderio di imparare un libro a memoria (fortuna mia che non ne ho il tempo, di vita, né peraltro il tempo dei singoli giorni, né, diciamolo, la capacità), per averlo veramente con me, quando serve, come accade (non solo a me, credo) con la poesia, con i brani imparati negli anni della scuola, e un po’ anche dopo. Ma pur sempre in gioventù, poi basta (perché?). Un tempo, a scuola (oggi non si fa più) l’esercizio di memoria era considerato propedeutico alla comprensione. L’ho sempre trovato giusto e bello, per la verità. Come dire, ecco, ora questa cosa, questi versi, questo pensiero, sono miei, da ora in poi potrò veramente dar loro voce, significato; accedervi. Per sempre.

È una forma di delirio? Certo. E anche no. Non fa alcun male. Credo. Fa compagnia, la notte, quando avviene di non poter dormire e non voler riaccendere la lucetta per leggere. L’insonnia, e i suoi sconosciuti motivi, solitamente scelgono per noi. La scelta non è ampia, ma contiene molto, per ore così.

Lo maggior corno della fiamma antica……

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio – no, dimenticato, fa male…

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo………

Imparare un intero libro a memoria. Uno solo. Il proprio. Credo non mi sia più passata, dopo la prima lettura di “Fahrenheit 451”. Affascinata per sempre; dall’idea; dall’immagine di questi uomini-libro.

Questo è un altro punto. Ci sono i capolavori assoluti e grandi libri che non lo sono, se non per noi  – tutti nel limite della relazione a una cultura, a una civiltà, a un linguaggio. Niente è assoluto; ed esistono grandi libri di cui mai sapremo, per l’impossibilità di ognuno di uscire dal proprio mondo.

Come dire: certo, ce ne andremo senza aver letto tutti i libri che avremmo desiderato leggere, ma c’è anche l’altro aspetto: esistono libri che farebbero la nostra felicità di cui non conosciamo l’esistenza, così come esistono grandi libri, nella nostra lingua, appartenenti alla nostra cultura, alla cui lettura non siamo minimamente interessati. Lo immagino, quantomeno. Ed esistono libri, buoni libri, diciamo, che non sono capolavori, se con tale attributo intendiamo una loro capacità di resistere al tempo, ma che oggi, qui ed ora, nel tempo che è il loro ed è il nostro/mio, sono fondamentali – per me, per ognuno di noi. Sono, sono stati, una ricchezza della nostra vita.

Non necessariamente il tempo è il metro di misura del valore. Non so, non riesco a enuclearlo ma sono certa che, su questo, c’è un pensiero importante per noi che leggiamo.

E ancora prima di poter far emergere una domanda, che urge e non conosco, sono certa che tale domanda esiste. La risposta – se così è –  saranno tante risposte. Con il pregio di non essere definitive.

Le domande non finiranno. Una forma di vita eterna.