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Omertà: il silenzio e la parola

Gaetano Savatteri, “La congiura dei loquaci“, Sellerio 2017 (Prima edizione Sellerio 2000)

 

Sono passati molti anni, nella mia disgrazia che, forse lei ancora se la può ricordare, si cominciò il 6 novembre 1944…”

La storia si avvia con la prima parte di una lettera, datata, sapremo poi, 22 dicembre 1967, che sarà ripresa in epilogo, a sigillo, e conferma, degli avvenimenti narrati e dei percorsi di vita dei protagonisti. Mittente, tale Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci“.

Nel mezzo, la storia di un omicidio, di una incriminazione e di una condanna ingiuste (mai tuttavia, se ho ben capito, riconosciute come tali): storia di omertà che prenderà la forma di una inedita loquacità diffusa, finalizzata alla costruzione del capro espiatorio.

Destinatario della lettera, l’ex tenente della marina statunitense Benjamin Adano, un italo-americano il cui padre era originario della Sicilia, che fungerà da testimone partecipante e sguardo dell’autore sugli avvenimenti narrati, in un lungo flash-back che l’incipit della breve lettera riattualizza.

Una storia vera, raccontata in forma di romanzo, così da accrescerne la verità, da uno scrittore-giornalista. Sarà l’invenzione di uno sguardo che, con gli occhi del tenente Adano, ne legge e ne interpreta lo sviluppo.  Una narrazione in terza persona, a stabilirne la caratteristica di cronaca, i fatti separati dai commenti. Un linguaggio essenziale, di grande intensità, a marcare una distanza che consenta di non sfuggire, senza bisogno di parole oltre i fatti, un giudizio che, se nulla ha di moraleggiante, esprime tutto il dolore e la fatica del vivere in un piccolo chiuso mondo di gente “che soccombe e tace, parla e maledice, sorride e pugnala”

“L’abbiamo vista questa Sicilia,  ….“ – dirà il giovane tenente al suo autista alla fine della storia – “e non ci è piaciuta. Non ci piace la sua intelligenza cinica, la rabbia dei poveri, l’indignazione dei ricchi. Non ci piace quest’isola presuntuosa, ignara che il mondo è diverso. Non ci piace quest’isola, alla quale il mondo intero potrebbe finire per assomigliare”

Una narrazione perfetta che, da una ricerca accurata dei fatti e delle fonti, ricostruisce una storia siciliana paradigmatica di un contesto sottoculturale dominante dove sono socialmente condivise, con la regola dell’omertà, le regole per la costruzione del capro espiatorio, che obbediscono a criteri di (in)giustizia peculiari.

Il racconto – l’assassinio del Sindaco, avvenuto la sera del 6 novembre del 1944, nella piazza di un paese della provincia di Agrigento, nelle stesse ore in cui vi giungeva il tenente Adano per investigare sulla sparizione di otto camion dell’esercito U.S.A. rubati in zona – non avrà la struttura della storia di investigazione, o della storia giudiziaria, ma si organizzerà su due poli – il polo dell’omertà che copre la sparizione dei camion, rendendo tale investigazione unicamente un problema di “carte” su cui poter porre un formale sigillo di chiusura indagini senza esito; e il polo di una anomala loquacità sull’assassinio del Sindaco là dove, di norma, nessuno, in osservanza alla regola omertosa condivisa, mai vede, sa, conosce, nulla e alcuno:  il polo di una loquacità che costituisce una diversa, più violenta declinazione del silenzio.

Dell’omicidio verrà accusato, fin dalle prime ore, Vincenzo Picipò, detto “Centoedieci”, per la presenza di un movente (che, per tale omicidio, quasi ognuno nel paese possedeva) e per la presenza di inconsuete multiple testimonianze oculari più o meno costruite, sostenute da un tacito consenso, ad esprimere il quale non si sottrarrà neppure, nei fatti, l’incolpevole Centoedieci in tutta la sua disperazione.

Un caso particolare, dunque, di “errore giudiziario” – a tal punto emblematico da divenire, nella parlata dei luoghi, proverbiale (“Tanto paga Centoedieci”) – verrà ricostruito non attraverso la narrazione di un percorso investigativo e giudiziario bensì attraverso la messa in scena di un ambiente – la piazza, il bar, il Circolo dei galantuomini, dove i notabili del paese si ritrovano, a leggere il Giornale di Sicilia, a giocare a biliardo, a conversare dei fatti e dei personaggi del luogo; e attraverso l’entrata in scena dei diversi personaggi che comporranno, tipizzati, il quadro di una società.

Conosceremo il Pretore che “dopo mezzogiorno lasciava il suo ufficio, passava dalla bottega di Angelina, scambiava due chiacchiere, comprava frutta e verdura, poi andava al circolo dei galantuomini. Leggeva “Il Giornale di Sicilia” per mezz’ora. All’una meno un quarto tornava a casa. Quasi sempre, uscito dal circolo, percorse poche decine di metri, tornava indietro perché aveva dimenticato la spesa consegnata al cameriere.”

Conosceremo gli altri “galantuomini”, l’Avvocato, il Professore, il Proprietario terriero.

Si spettegola, al circolo dei galantuomini, dopo che il Pretore se ne è andato. Si parla delle testimonianze oculari che inchioderebbero un colpevole, Vincenzo Picipò, un piccolo pregiudicato di poco conto, con famiglia, moglie e figli di nessun conto.

Ci sono testimoni d’accusa, anche se Centodieci avrebbe un alibi, che non conta niente perché c’è un testimone oculare più testimone degli altri.

«Il parente di Papandrè?» ….

«Esatto, professore, esatto. Con quella testimonianza gli mettono la lapide su Centodieci»

«E il pretore, perché non sa niente?»

«Forse è un po’ coglione?»

«Senza forse»

Il capomafia locale, Papandrè, non fa parte del Circolo, non ne ha bisogno, così come non ne faceva parte, e non ne aveva bisogno, il Sindaco buonanima, che Prepotente era sempre stato, ma ancor di più, fino a restarne accecato, appena gli americani lo nominarono Sindaco subito dopo lo sbarco (…). Gabelloto[i] di solfatara, aveva amicizie e alleanze dappertutto. Prima della guerra, per quegli stessi amici era stato trascinato in galera, indicato come capomafia. Ma ne uscì prosciolto, inguaiati coloro che lo avevano calunniato.”

Ci sono, naturalmente il Maresciallo dei Carabinieri, l’appuntato, il brigadiere. E c’è Centoedieci, pregiudicato, capacità di lavoro poca o nulla, e poco importa se questo sia conseguenza o causa delle sue disgrazie, rassegnato alla propria sorte; ci sono la moglie Maria, disperata, i bambini, salute precaria, pranzo e cena incerti. C’è il figlio di Centoedieci, Angelo, il maggiore, che avrà una parte, una funzione di raccordo tra due mondi, da lasciare possibilmente al futuro, il presente senza vie d’uscita.

Leonardo Sciascia

Sull’altro fronte, ad agire talora fuori luogo, nel contempo guardando quel mondo ad occhi bene aperti, c’è Benjamin Adano, il “testimone” dello spettacolo inscenato in osservanza di una regola che prescrive i modi per rendere legge l’illegalità, e giustizia l’ingiusto, affinché il capro espiatorio stesso non possa far altro che colludere con i suoi persecutori. E Nanà, un giovane intellettuale, un incontro casuale e amichevole tra due diverse-uguali domande di senso, dirà a Benjamin come l’ingiustizia che Centoedieci subisce non stia in ciò che gli sta accadendo al momento, avendo invece radici più lontane e più profonde.

A volte ho l’impressione che il mondo si riduca alla Sicilia, a quest’isola, e dentro quest’isola l’isola del paese, e ancora dentro ci siamo noi, con le nostre rabbie cupe, i nostri risentimenti, le nostre vite e i nostri morti. Lei se ne andrà e noi resteremo qui…”

Nella Postfazione a questo libro, Andrea Camilleri individuerà in Nanà la figura di Leonardo Sciascia, nativo di Racalmuto, il paese dove il fatto è avvenuto; che di tale fatto ha scritto nel suo “Le Parrocchie di Regalpietra” e che – dice sempre Camilleri – quasi certamente fu uno dei passanti che quella sera erano in piazza”.

Un piccolo libro importante; doloroso; rassegnato? Forse, e forse no, se non per il rischio, veduto, che la bellissima Sicilia (di un tempo?), con la sua storia millenaria, i suoi disincanti, le sue colpe e le sue pene, sia l’immagine del mondo intero.

Camilleri (e l’editore Sellerio, il solo editore perfetto per la pubblicazione di quest’opera), ne offre una decodifica ben fondata. Dopodiché, sono molti i livelli di lettura possibili, le angolazioni che condurranno a rintracciarvi pluralità di senso. Non secondariamente, si tratta di un libro dalla scrittura superba, che afferra, con la forza del fattuale, il lettore, e lo conduce a doversi districare tra letture plurime, di quadro e di dettaglio.

Dimenticavo: anche la ricerca degli otto camion troverà un risposta: consona alle regole del luogo, momento di sorriso (amaro, ma che vuol dire?), qualcosa come un pallone di alleggerimento.

_______________________________

[i] Gabellotto, affittuario

2 commenti su “Omertà: il silenzio e la parola

  1. ilmestieredileggereblog
    ottobre 4, 2017

    Bentornata! e con che recensione! Il romanzo mi sembra davvero interessante, quelle vicende amare ma dense di realtà. Mi sa che lo metto nella lista… Ciao!

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  2. Ivana Daccò
    ottobre 4, 2017

    E’ davvero un piccolo gioiello. Di cui non è possibile dire molto proprio per la sua essenzialità formale di cronaca che non è cronaca dei fatti (falsamente oggettiva), e che invece restituisce, con pochi tratti, un ambiente, rovesciando l’omertà in visibilità e mostrando tutto ciò che conta. Mi farà piacere se lo leggerai.

    Mi piace

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