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Dopotutto, la narrativa per ragazzi esiste

Non ho dimenticato il mio proposito (qui) di tematizzare la narrativa per ragazzi – giovani – adolescenti; e sono giunta a una piccola, molto provvisoria, scelta, che lascia aperta tutta la grande difficoltà di discriminare una classe di età sempre più incerta, che si sta estendendo a rubare, da un lato, una quota di infanzia ai nostri bambini mentre dall’altro pare aver termine, per molti, per troppi, con l’entrata, ferocemente negata, nell’età anziana, a talloni puntati, scuotendo la testa e dicendo forsennatamente di no. Pietoso.

Ho dovuto pensare e rovistare, nei miei ricordi e in ciò che vedo ora, dentro l’adolescenza o in qualunque cosa sia quella cosa lì. Ora provo a scriverne: il risultato temo sia molto diverso da ciò che ho pensato, perché tenta di mantenere una sia pur precaria linea discorsiva che ciò che penso non possiede. Come fosse un tema da svolgere a scuola. Contagio adolescenziale.

La nostra società pare aver istituito l’adolescenza come “classe sociale”, cui si accede tramite una improbabile forma di cooptazione da parte di chi non fa parte del gruppo. Superfluo dire che, come da ogni appartenenza di classe, dall’adolescenza diventerà difficilissimo uscire.

Sto forzando il significato del termine “classe”: non del tutto. Non credo. Lo faccio, quantomeno, con consapevolezza, quasi obbligata da una qualche forma di retropensiero che, emerso, mi sta tenendo occupata, preda di una di quelle curiosità che somigliano tanto a un prurito: impossibile non impegnarsi in una gradevole grattatina al concetto – nulla di male, si gioca un po’ con ciò che frulla per la testa.

L’adolescenza, questa particolare invenzione del secolo appena trascorso e già molto lontano[i], può costituirsi come “classe sociale”? Consultando il Vocabolario Treccani, forzando un po’, giusto quel tanto che occorre, la definizione 2°a[ii] anche sì. Oggi, sì.

Volendo sinteticamente e grossolanamente, porsi una domanda sulla funzione che, a partire dalla seconda società industriale, ha portato al sorgere di questa “classe” – gli adolescenti –  basterà chiedersi: a quale bisogno della nostra organizzazione sociale è funzionale? Per non dire, brutalmente: a chi serve? Sulla risposta è impossibile sbagliare. L’adolescenza, il contenimento dentro confini prescritti di una certa fascia di età della popolazione, costituisce un formidabile strumento di controllo dei giovani in fase di accesso al mondo del lavoro e del potere adulto da parte della classe anziana che lo detiene.

È stata “costruita” consapevolmente, da una sorta di Grande Fratello, a questo fine? Certo che no. È, come si dice, venuta bene: ogni cultura costruisce e muta nel tempo i propri strumenti, la cui funzionalità è assicurata dal fatto che il loro uso sia vissuto come “naturale”, per un tempo e una società dati.

La seconda rivoluzione industriale ha avuto necessità di sostituire il vecchio ordine sociale con un nuovo ordine, funzionale ai bisogni del nuovo sistema di produzione, ci informa lo storico Marcello Flores (op. cit.).  Con l’organizzazione familiare che, da patriarcale estesa, diviene mononucleare, nel passaggio di massa dalla campagna e dal lavoro agricolo alla città e al lavoro salariato nell’industria; con le nuove trasformazioni che, oggi, stanno ancora una volta disarticolando quell’organizzazione, si è rafforzato il bisogno di chiedere ai giovani, al momento del loro accesso all’età adulta:

– di rendersi disponibili a dilazionare tale accesso, rimanendo per un tempo indeterminato, la cui estensione si va prolungando sempre più, “in formazione”, e comunque dentro una specie di sala d’attesa priva di qualsivoglia attrezzo eliminacode;

– di veder, in conseguenza, sospeso il proprio accesso all’età adulta, aspettando Godot in una sorta di Terra di Nessuno, e rimanendo, come nell’infanzia, economicamente dipendenti dalla famiglia;

– chiedendo inoltre alle famiglie di prolungare all’infinito il tempo dedicato all’educazione dei figli, cui la società assegnerà, come risarcimento per l’attesa, una considerevole area di impunità relativa per comportamenti socialmente problematici che i loro adulti di riferimento (genitori e insegnanti impotenti) non saranno più in grado di controllare – senza di che, come sarebbe possibile negare ai cosiddetti adolescenti la qualifica e, con i doveri, i diritti degli adulti?

Quella che oggi chiamiamo “adolescenza” è stata da sempre, in ogni cultura, il  breve tempo dedicato ad un rito di passaggio; e questo ha sempre costituito, per ogni individuo, un tempo critico della vita: non l’unico, se pure quello segnalato da dispositivi culturali particolari.

L’adolescenza, dunque, come fase di passaggio (di “crisi”, per l’appunto), mai è stata tematizzata, se non a partire dal secolo scorso, nelle società occidentali industrializzate, come un qualcosa di cui qualcuno, diverso dal titolare della crisi, dovesse farsi particolare carico: che strano tipo di crisi di passaggio sarebbe (è), se non fosse lasciato (se non verrà lasciato) in carico al titolare il superarla?

Inevitabile la conclusione: l’accesso all’età adulta coincide con l’assunzione dei corrispondenti diritti e doveri in presenza di una raggiunta capacità lavorativa e dell’indipendenza economica. Ora: se devo chiedere a una parte consistente della popolazione di non accedervi – non all’indipendenza economica e, in conseguenza, non alla titolarità dei diritti-doveri adulti – sarà necessario che convinca tale gruppo a riconoscersi come una specifica classe sociale sotto tutela, assicurandole il privilegio, tutto teorico (la pratica, poi, lascia molto a desiderare per tutti), di una serie supposta di vantaggi collaterali.

Il prezzo da pagare è alto: l’essere considerati incapaci di autodeterminazione e il rimanere sottoposti a forme anche pesanti di limitazione della propria autonomia: tra cui, non poter scegliere da sé cosa si desidera leggere; cosa che ha spesso, quale corollario, che si smetta per sempre di leggere.

L’adolescenza. Una classe sociale di adulti (magari inesperti: ma quanti sessantenni non lo sono?) esclusi – limitatamente al mondo occidentale industrializzato, in cui non casualmente sono sempre meno (occorre crescere e diventare adulti per metter su famiglia e fare figli; il problema va articolato, la complessità è massima ma, utilizzando due rasoiate alla Occam, la cosa è forse più semplice di quanto non appaia. Le soluzioni lo sono sicuramente meno).

I libri. La lettura:

L’adolescenza esiste, come dispositivo culturale che segna la vita delle persone nella nostra società. È una realtà fattuale: con tutti i suoi bisogni. Mantenendo dunque ferma la mia convinzione per cui tutti i libri sono la lettura giusta per chi li desidera e li legge, a qualsiasi età, esistono, come ben sappiamo, libri specialmente adatti a dar piacere, a stimolare pensiero fantasia e immaginazione in lettori davvero molto giovani: ultimamente ho riletto “Il giro del mondo in 80 giorni” e sono rimasta stupita. Da bambina ho adorato quel libro, e ora, rileggendolo, scopro un libro interessante e divertente per adulti. Parlo di contenuti: che forse, da bambina, non coglievo.

Dovrò, credo, dedicare un qualche tempo a rileggere Jules Verne.

Esistono poi libri che un lettore molto giovane potrà apprezzare in modo particolare; dei quali perderà molto nel non averli letti prima che l’età e i guasti che porta con sé abbiano indebolito fantasia, speranza, fiducia, piacere di esercitare la capacità di sognare – e di soffrire, partecipando, con la capacità eroica tutta giovane di non farsi travolgere e non fuggire la prova. Prima, in ogni caso, che un’altra età offra una diversa lettura, mai più quella, ineguagliabile, dei quindici anni (sedici…venti, a ognuno il tempo suo).

Chi ha letto “I fratelli Karamazov” a sedici anni o giù di lì lo sa bene.

Chi ha letto a quell’età “Il signore degli anelli” è rimasto catturato a vita.

Ambedue hanno avuto vite molto più ricche.

Ho dunque escluso l’ipotesi di organizzare una categoria di libri per una classe di età che non è possibile porre a tema senza prevaricazioni dannose: optando invece per segnalare, discorsivamente, l’area di interesse nelle proposte di lettura e, soprattutto, dedicandomi, oltre che a leggere, a proporre libri per ragazzi-giovani adulti con maggior frequenza (finora l’ho fatto troppo poco).

Al momento sto leggendo racconti di Don Barthelme – che quasi sicuramente proporrò: nella Prefazione di una sua raccolta di racconti – “La vita in città” – trovo scritto:

Come non essere sempre, indiscutibilmente d’accordo con la persona che ha detto: “lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto coperto di pelo che vi spezza il cuore”?

Un grande autore per ragazzi.

___________________________________

[i] La letteratura in merito è ampia. Un buon estratto, che ho utilizzato per sintesi e conferma di quanto sto scrivendo, può essere letto, per chi fosse interessato (qui):

[ii] 2. a. Nel linguaggio politico-economico, c. sociale (o assol. classe), ciascuno dei raggruppamenti d’individui che, all’interno di una società, manifestano comportamenti unitarî e specifici rispetto a quelli di altri raggruppamenti, dai quali si differenziano per una diversa collocazione nei confronti della ricchezza, del potere, del prestigio, ecc.: distinzione affermatasi soprattutto dopo la prima grande rivoluzione industriale, in cui, sulla decadenza della società feudale, si crearono nuove disuguaglianze e nuovi aggruppamenti, definiti in base alla fonte e alla dimensione del reddito (c. degli imprenditori, c. della nobiltà terriera, c. dei lavoratori, ecc.). In contrapp. a casta, ordine, corporazione (l’appartenenza ai quali avviene per nascita o per cooptazione)

 

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