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Recensioni e consigli di lettura

“Visto da vicino nessuno è normale”.

Marco Ubertini, “33”, Sperling & Kupfer 2020

Prefazione di Coez

Avviene, quando si è fortunate, di incrociare una importante opera prima. Avviene di ritrovarsi immerse in un libro, e in una storia, splendidamente condotti, da leggere non gradendo interruzioni e tuttavia senza fretta, per assaporarne la scrittura.

Un tema difficile: un percorso adolescenziale doloroso e affaticato, vissuto nella ribellione ad una famiglia che, come ogni famiglia, attraversa problemi; che non rinuncia ad accogliere, senza obbligare a rimanere; che consente l’esserci e il ritorno, rimanendo porto sicuro anche nella burrasca.

Una famiglia dove le persone, soprattutto una madre, la fronteggiano mentre, nella fatica estrema, ognuno si scontra con il proprio limite.

Un percorso che porta un sedicenne dentro i gironi infernali della droga.

Problemi familiari? Si, certo, del genere che la vita presenta a tutti; e vengono alla mente le parole di Franco Basaglia: Visto da vicino nessuno è normale. Non i singoli, non le famiglie. Non ognuno di noi.

Non lo è nessuna vita, con le sue risorse, tante, poche; non quella di chi ce la fa come non lo sarà stata la vita di chi è rimasto nel ricordo, e nella domanda.

Un’autobiografia, scritta a distanza di anni, non di fretta – un linguaggio accurato, un fraseggio pensato, dove ogni parola è proprio quella, giusta, che narra e non chiede, narra e non giudica, lasciando che il lettore se ne appropri e ne interpreti l’emozione. La si legge: e la si porta nella propria vita. Così. Semplicemente.

Talvolta, e solo quando serve, il linguaggio cambia metro e si fa poesia, per ritornare ad essere prosa e narrazione. Il trascorrere da un metro all’altro è un continuo, è un respiro che registra l’emozione e vi adegua il proprio ritmo.

La poesia, il linguaggio spezzato, apre e chiude il secondo breve capitolo: Perché sì. Perché è il suo luogo.

Punto primo, l’amore

 La mia prima pera mi ha spiegato l’amore.

 

 Mi ha conosciuto meglio della mia

        prima donna,

è andata più a fondo,

    e poi ancora più giù.

 

Si è presa la mia anima

    e l’ha resa più calda.

 

Ha rallentato il mio respiro.

   Ha calmato il mio cuore.

 

Non voleva niente indietro, mai.

 Ero io che volevo darlo a lei.

 

Ha voluto il mio sangue,

          e io l’ho mischiato col suo.

 

Ha voluto i miei soldi, e io glieli ho dati,

          non sarebbero serviti a nulla

         senza di lei.

 

Ha voluto il mio pane,

           poi si è presa i miei denti.

 

      Ha rapito il mio amico e non l’ho visto

mai più.

 

Mi ha rubato la vita,

            senza darmela indietro.

 

  Mi si è attaccata alle ossa, quella

piccola stronza,

e non ha mai voluto che me ne

andassi via.

 

   Preferiva morissi piuttosto che restare da

sola.

 

                   Ma l’amore è libero.

 

Tu adesso va’,

e cerca il tuo tramonto migliore.

 Sono 33 brevi capitoli che segmentano una storia ricostruendo il tempo di un percorso interiore e di un percorso fattuale, intrecciati come avviene in quella narrazione di sé con sé che, per ognuno, è forma della propria vita, quella che consente ad ognuno di dire a se stesso “io sono”.

Una dichiarazione, iniziale – ancora a mezzo tra prosa e poesia – informa con immediatezza il lettore sulla qualità armonica del testo (leggendo qualcosa sull’autore, non casualmente trovo un’esperienza in ambito musicale) che rende ragione della sua coerenza, della consonanza che riprende la dissonanza dei flashback temporali. Non lo so dire meglio.

E c’è quello schema, di un percorso dentro i gironi di un nuovo, profondo, Inferno

Sono morto 33 volte

33 volte ho avuto di nuovo una vita.

33 sono i gironi che ho attraversato

camminando per le strade della mia città.

Ho 33 anni e queste sono le mie 33 storie.

La storia si avvia con un ricordo. D’infanzia. Lontano. E con, forse, o forse no, una traccia di lettura della propria storia; come quando nel sogno, dopo il sogno, la mente opera la costruzione di una trama, e sì, c’è tutto, una parabola di vita, dal caldo immergersi nel tepore delle acque, seguendo un Virgilio distratto, a una discesa all’Inferno. Nella certezza di un ritorno.

Un ricordo che prende spunto da un adesso. O è stato ieri.

Capitolo 1. Le terme.

“Quando entri alle terme non è come al mare. L’acqua è calda, sembra densa. La terra è rossa, giallastra. Quando è asciutta è fine e polverosa, ma se si bagna diventa fango.

Proprio come la mia vita.”

Come nella vita, ci si ritrova per caso, di strada, e non importa quando, come accada, o perché. Come nella vita, in quell’acqua è bello starci, trovarvisi, prendendone tutto, anche gli aspetti spiacevoli, che ci stanno, perché no.

“Le terme sono la natura. Sono una ragazza trasandata e accogliente, a volte anche un po’ sporca. Ma bella così.

Sono lo sguardo vero della notte: ti ritrovi lì alle sei di mattina, senza prima avvertire, e senti che tutto si incastra perfettamente, mentre ogni cosa ritorna al suo posto. (…)

Nelle campagne intorno a Roma sorgono in mezzo al nulla, come dei tesori nascosti.

Grandi pozze d’acqua calda e densa, abbandonate.

Le terme sono una ricerca. E non fai mai programmi prima di andarci. Le trovi così, di ritorno da un viaggio, davanti a un’alba alcolica o nel bel mezzo di una notte di primavera.”

E c’è il tempo, quella cosa che si dilata si restringe, che ritorna e poi va.

Il racconto di un incidente. Le terme. Un bambino che segue un padre, uno zio. Loro davanti. Figure potenti. Protettive. Lui dietro.

Il bambino è piccolo. L’acqua sale. Due adulti in conversazione. Si distraggono. Il bambino non demorde. Segue. C’è quella cosa. La fiducia. Silenziosa.

Il bambino incontra la morte, che lo vede ma se ne va: sola, senza di te che riapri occhi che non vedono, che confondono le immagini, la paura e no, non il sollievo.

Mi avevano lasciato lì.

Non ero riuscito a seguirli.

La delusione, quella che uccide, ha sempre due facce: loro. Io.

La riemersione può essere lunga se la narrazione, il sogno e la vita, hanno dato luogo a una storia.

Un episodio. Poteva perdersi tra i tanti incidenti di percorso che la vita porta con sé.

È stata strada per il ritorno: la morte se ne è andata via sola, senza di lui. La strada si è riaperta al cammino, davanti a lui. E al significato.

Nel tempo di mezzo, la guerra. Per esserci. Per ritrovarsi.

La strada. Il writing. Soltanto Tag, e throw up.”

Dichiarazioni di esistenza: nulla, per chiunque, è più importante.

Sai cosa?

La città è mia.

Per strada ci vivo io.

Dovunque andrai, tu leggerai il mio nome.

Prima ancora di vedere qualsiasi altra cosa, correndo fra le luci di questa folle schifosa città, leggerai il mio nome.

E sarà sempre più grande.

Impresso a fuoco sopra le vostre case.”

L’arrampicata. A venti metri da terra. Il vento. La vita da giocare. L’onnipotenza dell’eroina.

“Ero arrivato lassù.

E cazzo, adesso ero libero davvero.

Libero di morire, di cadere, di finire di sotto, di fare qualsiasi cosa avessi voluto guardando il mondo immerso tra le nuvole, seduto da solo in cima alla mia città.

Non avevo niente da perdere.

Non avrei perso niente.”

 Esperienze estreme. In solitudine.

Con altri. Ognuno solo. Amici. Tanti. Alcuni, troppi, fermati sul percorso.

C’è Roma, in queste pagine. Un tempo della città. Un modo. Solitudine e accoglienza. Lì dove incontri altre storie. E vite interrotte. Ognuna con un nome.

Spezzoni. Una storia si dipana. Un altro zio. Una mano tesa. Il tempo giusto per afferrarla. Una mano che non lascia la presa. Che ti dice chi sei. Al tempo giusto per una dolorosa risalita.

Casa. L’ultimo esame con sé.

Il libro si apre con una dedica: che parla al plurale. Dice di un’appartenenza. Dell’io e del noi.

A Chiara, Claudia e Pietro.

In qualche modo, siamo sopravvissuti.

Vi voglio bene.

Un libro importante, dicevo. Una scrittura importante.

Che spero trovi il proprio percorso per continuare – non importa con quale racconto, di quale genere letterario. Sappiamo tutti benissimo che, in ogni storia, sempre, ogni scrittore narra sé.

Solitamente, l’autobiografia chiude un percorso di scrittura (e di vita, che è la stessa cosa. La vita, dopotutto, è un racconto). In questo caso, chiude un tempo di vita e un percorso che hanno saputo trovare la propria strada. È stato difficile, e doloroso, trovarla; forse la si scopre impensata.

Attendo, e so bene che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, e dunque attendo senza urgenza la prossima opera di uno scrittore che, con queste pagine, ha assunto una responsabilità e non può, non deve, lasciare i suoi lettori, presenti e futuri.

 

3 commenti su ““Visto da vicino nessuno è normale”.

  1. ilmestieredileggereblog
    febbraio 1, 2020

    Anch’io ho appena terminato una sorprendente opera prima. Quando il talento è quello vero, si manifesta fin da subito e, quasi sempre, mantiene le promesse. Grazie per questa segnalazione, che magari mi sarebbe sfuggita. Buon weekend!

    "Mi piace"

  2. Ivana Daccò
    febbraio 1, 2020

    Un libro che mi ha molto emozionata e, non vorrei dire soprattutto ma la forma sostanza, frutto di una scrittura sapiente.

    Buon weekend a te!

    "Mi piace"

  3. zapgina
    febbraio 7, 2020

    Mi sembrano poesia, poesia bellissima e viva, le frasi che hai riportato del libro.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 31, 2020 da in Contemporanei, Narrativa, Recensioni con tag , , , , , , , .
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