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Avvicinare Jack Kerouac: con passo cauto

da Wikipedia. Circa 1956

È giunto il tempo, per me, quello giusto, spero, per vivere pagine lontane, lasciate molte vite fa, senza che mai mi avessero lasciato. Non so se ne sarò capace. Né se potrò, riuscirò a, condividerne qualcosa.

Jack Kerouac: Jean-Louis Kerouac, 1922 – 1969, considerato <il> fondatore del movimento beat (e verrebbe da aggiungere, al solito: “qualsiasi cosa ciò significhi”) è stato, in realtà, e a suo modo, un outsider nel <mondo> che ha creato – come avesse dato il via a qualcosa e, nello stesso tempo, se ne fosse distanziato; è stato seguito da un mondo che, anche sulle sue orme, si andava facendo, mentre è parso non aver mai chiesto ad alcuno di seguirlo.

Riprendo, qui, un tema di cui avevo già scritto (poco, qualcosa); e un autore solo sfiorato (qui  e qui).

Vi è sempre stato uno scarto tra lui e i suoi compagni di strada. Battitore libero, a tratti si è trovato a lato, altrove, rispetto all’appartenenza che gli veniva assegnata, o meglio rispetto a compagni di strada che, con lui, hanno creato qualcosa di mai prima veduto: arduo dire cosa, e incasellare quel movimento, e la strada che ha aperto nel mondo delle arti – nella musica, nella pittura, in letteratura, nella poesia, così come nel costume, nella cultura – nella politica, nell’impegno per i diritti civili,  nella concezione del vivere comune e delle sue regole – proponendo una pacifica rivoluzione: concettuale? Attraverso una nuova filosofia? Una fenomenologia e un’antropologia: un vivere, convivere, condividere e un metodo per farlo? In un presente perenne, non effimero e, insieme, inafferrabile.

Ha pensato quel mondo Jack Kerouac? Lo ha indirizzato? Non credo; se non per sé, trascinando chi entrava in relazione con lui e, quasi immediatamente, scartando: in avanti, di lato, per andarsene altrove.

E anche sì, lo ha fatto, nella sua ricerca sul buddismo, nel suo ricostruirne e adeguarne le indicazioni per la vita, e le norme, al proprio mondo, innanzitutto cristiano e cattolico. Sempre a suo modo; per sé.

Un anomalo <caposcuola>. Sto parlando del <mio> Kerouac, naturalmente; e non saprei davvero dire se ciò che sento, e tanto più ciò che scrivo, trovandomi a fronteggiare le sue pagine e la sua vita, possa essere condiviso. Se non per il solo fatto in sé, fattuale nel suo esserci, nella forma di un’emozione che dice questo.

Da una vita non rileggo “Sulla strada” e, per la verità, riproponendomi sempre di farlo, in memoria di un antico amore intenso e disturbante, oggi lo ripenso, talvolta, temendo il rinnovarne l’incontro.

Ho atteso il momento: e forse è questo, il tempo fermo di questi giorni, opposto, in effetti, a quel tempo quando un tempo fermo era l’eternità della prima giovinezza, quando ognuno è un dio, immortale: persino nella morte.

Difficile seguire la storia di vita dell’uomo Jack Kerouac, decrittare il legame tra questa e i suoi scritti nella loro assoluta, immediata caratterizzazione esperienziale. La sua opera contiene, senza infingimenti, e in senso fattuale, tutta la sua vita.

Non io ma un qualsivoglia suo biografo comporrebbe, temo, solo un’anamnesi (in senso medico, non platonico) – di profondo interesse, se vogliamo, unicamente per mostrare come ogni <ricostruzione> di una vita e di una storia personale attraverso i <fatti>, e le esperienze, che l’hanno caratterizzata costituisca una distorsione, frutto di una ricercata <normalizzazione> di sé su di sé (autobiografia) o di sé attraverso una vita altrui (biografia).

Finiremmo, nel caso di Kerouac (ma non solo) per porre a cardine ad esempio la diagnosi, di area psichiatrica, che giustificò il suo congedo dalla leva militare in marina, nel 1943, con un valutazione che, senza arrivare ad attribuirgli una condizione conclamata di malattia mentale, ne ritenne tuttavia la personalità, cui fu appicciata l’etichetta di “schizoide”, quantomeno inadatta al compito della guerra: non male!

Kerouac, almeno questo gli deve venir riconosciuto, ha ottenuto l’evitamento di questa fallacia interpretativa; ha ottenuto che le sue pagine e la sua vita debbano venir riconosciute come consustanziali: come una sola, unica, opera d’arte.

Abbiamo suoi diari: Un mondo battuto dal vento: I diari di Jack Kerouac 1947-1954”. Mondadori 2007. Traduzione di Sara Villa. Non ho ancora osato leggerlo. Non riesco a liberarmi (non desiderabile!) da una sensazione di !PERICOLO! nell’aprire le pagine di quest’uomo; dalla sensazione che, dopo averlo fatto, e al di là di quanto di noi può apparire, non saremo più gli stessi.

Potrebbe essere questo il tempo giusto: come dire, il tempo mio e quello in cui stiamo vivendo.

Cattolico-buddista, alcolista, dedito all’uso di droghe, hobo la cui unica forma è stata la scrittura, a lungo senza editore, fu uomo incredibilmente incapace di reggere una qualsivoglia relazione stabile, potremmo dire con gli altri e con se stesso – banale dirlo ma come si sposano la sua vita, le sue scelte di libertà, la sua filosofia, con l’adesione al partito Repubblicano e l’approvazione della guerra del Vietnam? Come si sposano con il fatto che fosse capace di grande amicizia di breve momento ricevendone in cambio amicizia e aiuto perenni, tali per cui mai fu abbandonato dagli amici che abbandonava, e a cui ritornava, per poi ri-andarsene a sperimentare altre relazioni senza una meta che non fosse del momento: tenendo sempre la barra dritta a quella meta; senza soldi, chino comunque sui propri taccuini, sul conteggio delle parole scritte, ogni giorno, e sul proprio pensiero. Sempre, senza cedimenti, senza tentennamenti.

La pubblicazione di “Sulla strada” ne consacrò la scrittura – era il 1957. Da allora seguirono le pubblicazioni – romanzi, poesie, racconti – che tuttavia, a esclusione del suo <capolavoro> (quasi la sua sola opera a venir ricordata, pare a me) e del bellissimo “I vagabondi del Dharma”, che ne è considerata un seguito, collezionarono stroncature; mentre lui si disfaceva, mentre gli amici continuavano a non mancare nel soccorrerlo. Inutilmente? Non proprio: Jack Kerouac ha continuato a scrivere.

 Mi trovo a fronteggiare uno strano, osceno interrogativo: soccorrevano lui o la sua scrittura? E ancora: saranno distinguibili? O non dovremmo dire che egli ha riversato l’una nell’altra – la sua scrittura e la sua vita – facendone un inestricabile sintesi: un capolavoro.

Occorrerebbe dunque dire che la sua vita è stata un’opera d’arte. Paradossale, certamente, ma il paradosso, dopotutto, non è, univocamente, la risultante di un sofisma. È anche una porta, tra le più accattivanti, di accesso alla comprensione (a <una> comprensione) di un mondo.

Riesce difficile eppure, da qualche parte, ci dev’essere qualcosa che sfugge al senso comune, a quella cosa che ci consente di vivere gli uni con gli altri; di avere, certo, regole molto personali che ognuno di noi fa sue, ponendole tuttavia dentro una cornice di regole condivise: a proposito di ciò che vorremmo per noi, per la nostra vita; e a proposito di ciò che significa una vita riuscita.

La poesia di jack Kerouac. E certo, ogni libro chiede di essere categorizzato, ma forse è poesia la sua intera produzione, quella che ha posto sotto questa voce, e quella che ha posto sotto altre voci.

Non sono in grado di accedere alla sua scrittura originale. Mi consolo pensando come, dopotutto, ogni lettore scriva, per sé, l’opera che legge – e a proposito di paradossi, che dire di qualcuno che ha scritto, e concettualizzato, la forma <haiku americani>? Per non dire di un buddismo che ha potuto disegnare, rivisitare una forma di cattolicesimo?

Tutto giusto, direi. Perché (l’impossibile) negare il mondo cui apparteniamo? Perché dovrebbe essere inattingibile, al mondo di ognuno, una forma appartenente a un diverso tempo, a una diversa cultura, a un’altra lingua – forme, tutte, del comunicare?

Haiku americani – e certo. Il solo modo di accogliere in sé, esprimere nella propria lingua, la (intraducibile) poesia, facendola propria e restituendo, rinata, altro da, la medesima <cosa>.

Un assaggio – e la scelta appartiene a quest’ora; domani sceglierei diversamente; mentre so di aver escluso alcuni haiku che sono, per me, dei <preferiti>; che appartengono alla, e fanno risuonare la, mia storia di vita: al punto di non poterli condividere. Miei.

 

 IL LIBRO DEGLI HAIKU

     Ragazza con furgone –

       cosa

     Posso saperne io?

 

                                                                                                         Nessun telegramma oggi

                                                                                                           -Soltanto

                                                                                                         Altre foglie che cadono

 

     Arrivano da ovest,

      coprono la luna,

     Le nubi – non un suono

                                                                                                         Vino all’alba

                                                                                                            –  Il lungo

                                                                                                         Torpore piovoso

     Dopo la doccia

    Fra le rose inzuppate,

    Scompiglio d’uccelli bagnati

 

                                                                                                         Quando la luna sarà scesa

                                                                                                            oltre il cavo elettrico

                                                                                                         Tornerò a casa

 

     Uccelli si dirigono a Nord –

       Dove sono gli scoiattoli? –

     Quell’aereo va a Boston

 

DHARMA POPS

Occorrerebbe entrare dentro i motivi per cui Kerouac, in questo libro, ha raggruppato suoi haiku sotto questo titolo. O sotto altri titoli.

“Il libro del Dharma”. Scritti di qualunque forma intorno al Dharma: “Tutto avviene nel tempo presente”. Ecco, forse, la spiegazione, ammesso che una parola balorda come <spiegazione> possa trovare cittadinanza nei luoghi-tempi di Jack Kerouac.

 

Sprofondato nella seggiola

Ho deciso di dare all’haiku

Il nome di Pop

 

 Il tutto, particolarmente adatto a questi nostri giorni sospesi. Forse solo per me.

5 commenti su “Avvicinare Jack Kerouac: con passo cauto

  1. Nonna Pitilla
    maggio 23, 2020

    ti dirò ho letto i suoi libri in tempi lontanissimi e alcuni anche riletti, ci ho anche scritto dei versi su alcuni, ma ultimamente mi ha lasciato un po’ così non so mi sembrava meglio alle prime letture, forse sono io che invecchio! bellissimo post

    "Mi piace"

    • Ivana Daccò
      maggio 23, 2020

      Il tempo, credo. Non nel senso dell’età che abbiamo; nel senso di un (momento del) tempo che consenta il ripresentarsi di una risonanza. Qualcosa del genere.
      Ho dovuto attendere anch’io, per poterlo rileggere. Molto a lungo. Decenni. E forse l’accesso è avvenuto per averlo ripreso dalla sua poesia, e non, per dire, da Sulla strada.
      Ora mi sto godendo (e ricordando e, perché no, interrogandomi su quei ricordi) I vagabondi del Dharma. Oltretutto, una grande scrittura.

      Piace a 1 persona

  2. Ivana Daccò
    maggio 23, 2020

    Lo consiglio? Domanda difficile. Certo sì. Al momento sto leggendo, diciamo, il seguito, I vagabondi del Dharma; ed è un’esperienza, e insieme il riviverla, e tante cose.
    Nello stesso tempo, ecco: non sose consigliartelo. Cosa ardua i consigli.
    Al momento in cui ti andrà bene leggerlo. Perché non è (non solo) un libro, con gli altri, legato a un momento storico e a esperienze irripetibili. E’ un libro vivo. Che parla ora. Del senso di una vita. Della sua irripetibilità. Del fatto che ogni vita è, a suo modo, un capolavoro. Comunque vada. E’ un libro – meglio: un autore – che (per me) rompe, utilmente, il mortifero buon senso comune.e fissa degli .
    Meglio che mi fermi.
    Leggi Kerouac, sì. Vedi tu quando.
    Mi farebbe piacere che lo leggessi, e che leggessi altro di kerouac.

    "Mi piace"

  3. Gravantes
    maggio 23, 2020

    me lo consigli ? lessi sulla strada anni fà e ne rimasi colpito, pensando al periodo che Jack e Neal vissero attraversando l’America. Dovrei rileggerlo.

    "Mi piace"

  4. Pingback: E se ci trasferissimo, per qualche tempo, a Fairie? | la libraia virtuale

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