Fuori l’autore!

Jean-Luc Bannalec, “Intrigo bretone. Un omicidio a Pont-Aven”, primo libro della serie “Il Commissario Dupin”. Ed. Neri Pozza Super BEAT: e a seguire…

Arrivata l’estate, ci si trovi o meno al mare o ai monti, l’atmosfera deve avere i toni della vacanza; e le letture, almeno in parte, pure.

E dunque: tascabili che si possano strapazzare sulla spiaggia, ottimi gli e-book, buoni romanzi leggeri, anche non proprio, non del tutto; buone storie d’amore per chi ha la giusta età ma anche, perché no, per chi ha un’altra età e, come dire, ha già dato ma ricorda volentieri: per me, preferisco sicuramente qualche buon giallo; meglio ancora un giallo-rosa, con un pizzico di umorismo, da gustare al volo. Scritto bene, va da sé. 

Non tutti i libri di narrativa sono “letteratura” – non mi ricordo chi lo ha detto – e ci sta. Tuttavia, il lavoro di chi fosse anche solo un buon artigiano della scrittura e dell’inventiva, regalerebbe, con lo svago, molto altro, e ad ognuno ciò che gli serve.

Chi ama leggere sa tutto questo molto bene; e ricerca storie accattivanti, capaci di regalare, senza parere, pensieri sulla vita, sugli incontri, sui modi della relazione; di regalare domande e ipotesi di risposta; informazioni, conoscenze. 

In sintesi: leggere regala “cultura”, in senso proprio. Vale a dire che leggere fa bene, rende utile il nostro riposo, da cui emergeremo arricchiti di maggiori risorse per i nostri giorni nel nostro mondo – e la cultura è questo, in estrema sintesi.

Allora, ecco il problema, si fa per dire, della scelta: è una brutta esperienza scegliere il libro sbagliato, o il momento sbagliato per un buon libro. 

Nella foresta delle edizioni ne escono davvero troppi e la scelta potrà avvenire solo con il consiglio del libraio di fiducia oppure dopo aver optato per le Case Editrici cui rivolgersi.

Do uno sguardo a Neri Pozza – e a Neri Pozza SuperBeat (denominazione che vale, sempre utile ricordarlo: Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili), ed ecco: incappo in una, per me nuova, serie – “I casi del Commissario Dupin”, di un autore dal nome francese, Jean-Luc Bannalec.

Per la verità, rischio sempre di perdermi dei buoni libri a causa di una acquisita allergia alla parola “Commissario” ma qualcosa di questa serie mi incuriosisce: mi ritrovo a coltivare il gioco divertente di un sospetto in allegria.

Si tratta di questo: l’autore, nascosto dal “nom de plume” di Jean-Luc Bannalec, è un tale Jörg Bong, tedesco di Bonn, sessantasei anni, che firma questa serie gialla ambientata in Bretagna. Nel contempo, alla penna di questo pseudonimo non vengono attribuiti altri romanzi, né, peraltro, ne vengono attribuiti alla penna di Jörg Bong.

Cos’altro? Le storie del Commissario George Dupin si svolgono in Bretagna, a Concarneau, nel Finistère, un territorio che l’autore conosce bene e, a quanto pare, ama molto; e dove possiede un’abitazione, suppongo per le vacanze. 

In un secondo romanzo (e sì, ne ho letto due e non escludo di darmi al terzo) la storia si svolgerà nel paradiso naturalistico delle Isole Glénan, al largo di Concarneau, in un ambiente contrassegnato dalla tutela delle sue spiagge bianchissime, del bellissimo mare; dove si gusta del buon cibo e… ecco, come manifesto turistico le storie del Commissario Dupin funzionano alla grande; inducono sentimenti del genere prendo e parto – e lo dice una come me, tendenzialmente montanara, che non ama particolarmente il mare, se non per guardarlo, ammirarlo e andarsene.

Ed è a questo punto che scatta in me, inevitabile, il ricordo; e una domanda su altre storie, aventi quale protagonista una “Madame le Comissaire”, scritte da un certo Pierre Martin – ancora un “nom de plume” francese di un autore, ancora una volta, tedesco, la cui identità rimane tuttavia, ad oggi, sconosciuta: (qui).

Concarneau, la ville close, di Di Jean-Jacques Abalain from Melgven (près de Concarneau)

In ambedue i casi, i romanzi – leggo nei commenti – si caratterizzano per il loro costituire, nei fatti, una ottima forma di promozione turistica: della Provenza nel caso di Pierre Martin; della Bretagna nel caso di Jean-Luc Bannalec.

Rimarrò sola a trovare la cosa curiosa? Mi leggo i primi due libri di Bannalec e prendo atto di un, fatto: così come, dopo aver letto la prima storia di Pierre Martin avrei acceso il motore al camper e sarei partita immediatamente per la Côte d’Azur, ora, dopo aver letto le prime due storie di Bannalec mi ritroverei, senza por tempo in mezzo, di strada per la Bretagna – ci abita pure una coppia di cari amici, dopotutto, perché no.

Per ora, purtroppo, vale il perché no, ma tant’è, il desiderio c’è tutto e, con il desiderio, il gioco al sospetto: Jean-Luc Bannalec e Pierre Martin sono la stessa persona? Vale a dire Jörg Bong?

Il sospetto è ora in me! E quanto mi diverte il gioco! – che non può essere altro. Dopotutto, mi manca ogni necessaria competenza per dare corpo allo stesso.

Davvero, potessi inserire nei miei giorni, tra parentesi, un pezzetto di vita aggiuntiva, un pugnetto di anni di lavoro a tempo pieno, per acquisire una qualche competenza: a) di lingua tedesca, di cui biascico qualche parola da turista oltremodo impacciata e, b) nel campo della stilometria; per poi chiudere la parentesi e ritrovarmi nuovamente nei miei anni di vita reale: quanto mi divertirei! A prendere atto che mi sto sbagliando, chiaro. Eppure: è così impossibile?

Alcuni indizi ci sono.

Ambedue pubblicano con Neri Pozza nella collana SuperBEAT. Immagino tuttavia che sia inutile chiedere all’editore.

Nel primo caso, lasciando stare ogni impossibile esercizio di stilometria, il personaggio di Pierre Martin è una poliziotta parigina che i casi della vita portano in Provenza, sua terra natale, dove sceglierà di rimanere senza conservare alcun rimpianto per Parigi.

Nel secondo caso il personaggio di Bannalec è, ancora una volta, un poliziotto parigino che, trasferito per punizione, ai “confini della terra” (in senso letterale) lentamente si innamora (mi pare, suppongo) del nuovo mondo in cui si ritrova a vivere.

Cos’altro? Questo: nei commenti dei lettori, peraltro positivi, in ambedue i casi il tutto viene equiparato addirittura a un quasi-obiettivo pubblicitario: sulla Provenza e sulla Bretagna.

Nel primo caso, in modo, diciamo, più leggero, conosceremo la Provenza anche attraverso, per lo più, luoghi comuni sulla Costa Azzurra: e vai di champagne a ogni momento, e nutriti di Tarte Tatin e altre amenità culinarie, e respira a pieni polmoni il profumo di lavanda. Aggiungi al tutto ricordi di vecchie glorie cinematografiche, da Brigitte Bardot in sandali alla schiava, a Grace Kelly e Gary Grant nel film “Caccia al ladro” di Hitchcock, con l’aggiunta di un accenno di malavita marsigliese.

Nel secondo caso, e in modo via via più approfondito, conosceremo la Bretagna e il Finistère attraverso le peculiarità di un territorio segnato dal suo partecipare del mare e della terra; dal suo presentarsi come un luogo di confine, incerto tra terraferma e isole-scogli dalla configurazione mutevole a causa della maree; in un luogo dai profili cangianti; fatto di grandi spazi e insieme di separatezza per le caratteristiche storiche, linguistiche, culturali della Regione; per i rischi che l’attività di pesca in Atlantico, che costituisce l’economia della regione, impone di conoscere e affrontare. Nel rapporto con gente chiusa, severa, prudente nell’accogliere l’estraneo, a protezione delle proprie regole di vita, della propria lingua, della propria storia.

In questo secondo caso l’autore è noto: ha un nome, una storia, delle appartenenze. Le storie sono, in verità, maggiormente corpose; l’ambientazione approfondita: ma la scrittura è, ancora una volta, sciolta, veloce, senza mancare di accuratezza.

Jörg Bong è stato, prima che uno scrittore, un filologo; dal 1997 impegnato a lavorare in ambito editoriale presso la prestigiosa Casa Editrice S. Fischer Verlag, divenendone, dal 2012, direttore editoriale. 

Dal 2019 ha lasciato questo suo incarico per dedicarsi all’attività di scrittore a tempo pieno.

Come detto, non ho competenze stilometriche; lungi da me il poter confrontare con competenza le scritture dei due autori. Il mio è dunque solo un gioco a svelare una identità che mi incuriosisce: ma quanto mi piace questo gioco! Quanto mi diverto a cercare indizi!

E che dire: storie diverse, personaggi diversi, ma il dato condiviso di un trasferimento, senza più desiderio di ritorno, da Parigi alla vita di provincia, del piccolo paese, mi intriga.

In ambedue i casi una scrittura agile che trattiene senza sforzo il lettore. Personaggi, nella loro totale diversità, messi a fuoco al punto, nel caso del Commissario Dupin, di suscitare nel lettore persino una punta di iniziale antipatia – incerta, provvisoria, che si prende il tempo di conoscere meglio il protagonista, per saperne di più.

Sono storie che prevedono, come dovuto, il tot richiesto dal genere di morti ammazzati ma che, pur dipanandosi dentro un percorso di investigazione si reggono su altro, particolarmente, ma non solo, nella serie Commissario Dupin: soprattutto sulla rappresentazione, di grande interesse, di un mondo, di una cultura, di una, di tante, storie di vita.

Lettura piacevole, senza dubbio; che lascia qualcosa: soprattutto la voglia di partire. E un gioco a chiamare: Fuori l’autore!

Nota: In Germania questi romanzi sono stati classificati come best seller. Sono tradotti in molti paesi.

Di questi romanzi è stata inoltre prodotta una serie di cinque episodi, protagonista Pasquale Aleardi, attore svizzero tedesco, nei panni del Commissario Dupin, apparsa, da qualche parte, anche in versione italiana: ma, davvero, vale la pena, innanzitutto, di goderne la lettura.