Annie Ernaux, “La scrittura come un coltello – dialogo con Frédéric-Yves Jeannet”, L’Orma Editore 2024.
Traduzione di Lorenzo Flabbi
Un libro che mi ha catturata, insieme con la storia personale e la figura di donna che questa autrice rappresenta; una figura di scrittrice e di studiosa del genere donna; delle appartenenze, di classe e di genere, che fondano e contengono ogni storia di vita individuale; una scrittrice del cambiamento, della fatica e del dolore, degli sradicamenti che la vita porta con sé.
Una scrittrice di cui questa è la prima opera che leggo. Che continuerò a leggere. A cui credo che mi legherò. Profondamente. Potevo farlo prima.
La Premio Nobel 2022 Annie Ernaux dice, di se stessa, di non essere una scrittrice; di essere una persona che ha bisogno di scrivere.
“Limitarsi a godersi la vita è una prospettiva improponibile. Dal momento che ogni istante senza un progetto di scrittura è come se fosse l’ultimo”*
Dice anche: “Non mi piace lo sfogo, né la scrittura inutile”.
Nata Annie Duchesne nel 1940 a Lillebonne (FR), la sua vita, di figlia della classe operaia prima, di piccoli commercianti in grado di far studiare la figlia poi, è trascorsa dalla sua originaria appartenenza alla classe dei “dominati” fino all’appartenenza alla classe borghese (dei dominanti).
Tutto è accaduto attraverso un tempo di transizione e di scrittura difficile e doloroso; senza che questo abbia costituito la rottura di un percorso, di una crescita; senza che non siano stati riconosciuti i problemi, le domande sulla propria identità, nel mutamento, di classe e di appartenenza, di legame e riconoscimento con la propria famiglia; senza che le fonti della sua vita abbiano cessato di essere una solida base per la sua formazione: ne sono derivati (in quanto ricercati, pensati, concettualizzati) identità e storie di vita.
Ed ecco prendere forma la sua scrittura pubblica nel modo del romanzo su tematiche autobiografiche, per transitare al tema della biografia e dell’autobiografia: ne uscirà un approccio originale che prenderà la forma di un’ “autobiografia impersonale”; per definirsi in una forma che prenderà il nome di “autosociobiografia”**
“Mi considero molto poco come un essere singolo ma piuttosto come una somma di esperienze o di determinazioni, sociali, storiche, sessuali, di linguaggi e continuamente in dialogo con il mondo (passato e presente)”
Ed ecco l’appartenenza di genere, l’appartenenza di classe, il cambiamento di classe, attraverso lo studio, che comporta l’esperienza della frattura.
Annie Ernaux scava nella storia propria, dei genitori, dei nonni, nelle fasi della vita sua e della famiglia. Non lo farà in forma propriamente autobiografica: lo farà nella forma anche di uno studio, di una riflessione sui condizionamenti cui danno concretezza la cultura, le sottoculture, le appartenenze di classe, l’appartenenza al femminile; nella comunità, dentro e attraverso status e ruoli assegnati, in cui il tempo di vita, i luoghi e le appartenenze costruiscono l’esperienza della realtà, dandole una imprescindibile consistenza.
Annie Ernaux ha frequentato la scrittura per tutta la sua vita, come giornalista, scrittrice, docente. Ha scritto molto, è stata molto premiata, ricevendo infine il Premio Nobel per la letteratura 2022. Motivazione: «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale».
Militante, dagli anni ‘70, del movimento femminista, la sua scrittura finirà per rifiutare l’assegnazione ad un genere connotandosi in una riflessione sugli aspetti della personalità, e sulle singole storie di vita, che l’appartenenza di genere e di classe comportano; che non potranno venir escluse; che imprimeranno il loro segno sui vissuti e sui valori individuali di ognuno di noi
Questo libro è l’esito di una lunga conversazione di Frédéric-Yves Jannet con Annie Ernaux, a partire da una corrispondenza-intervista che ha potuto dispiegarsi, via mail, senza fretta né regolarità, nel corso di un anno. Tema: la sua scrittura.
Frédéric-Yves Jannet, scrittore nato in Francia nel 1959, emigrato in Messico all’età di sedici anni – nazionalità francese-messicana (e scrittore nelle due lingue) – dopo aver conseguito la laurea in letteratura comparata all’università di Grenoble, è stato professore di letteratura a New York e a Wellington in Nuova Zelanda. Dopo aver vissuto per un certo tempo a Londra, è ritornato in Messico, dove attualmente vive, a Cuernavaca.
Il libro – storia di un percorso di scrittura – si avvia attraverso una prima domanda che può aprire una, più, tante risposte a seguito delle quali – e in questo caso <della quale> – Ernaux rovescerà, subito, il tavolo.
Domanda: “La mia proposta: esaminare insieme a lei le modalità e le circostanze di scrittura che hanno portato alla nascita della sua opera e ne costituiscono il fondamento.”
Risposta: “(…..) mi pare importante fare presenti pericoli e limiti di un esercizio di questo tipo (…). Ho parlato di libri e scrittura, ma non di «opera». Per quanto mi riguarda è una parola che non uso, che non penso; è un termine per gli altri, come del resto anche «scrittore» o «scrittrice». Sono quasi parole da necrologio, o comunque da manuali letterari. Sono parole chiuse. Preferisco «scrittura», «scrivere», «fare libri», espressioni che evocano un’attività in corso.”
L’intervistatore offre una articolazione della propria domanda. Suggerisce che l’intervista possa essere “un’esplorazione parallela a quella della scrittura propriamente detta, sulla falsariga del diario o della corrispondenza” (quale è, in effetti, la loro «conversazione») per ritrovarsi, per mettere a fuoco, un «altrove ».
Il dialogo si avvia.
Viaggiare era stato il sogno dell’infanzia, per Annie Ernaux; sognava di vedere il mondo, sognava, per l’appunto, un «altrove ». Eppure ora, al tempo della pubblicazione di questo libro (2003) la già acclarata scrittrice parla del suo sentirsi, dopo aver molto viaggiato per la promozione dei suoi libri, straniera in tutto il mondo.
Quando è in viaggio la sua scrittura si interrompe, e lei si troverà ad abitare un periodo di vacanza: bello, certo ma che dovrà durare poco
“Soprattutto se ho un testo in lavorazione. In tal caso la prigione è fuori, e la libertà è l’ufficio in cui mi chiudo. È lì che esisto veramente. Non: che mi sento scrittrice. Non mi penso mai come scrittrice, soltanto come qualcuno che scrive, che deve scrivere. Tutto qui,”
Scrive e parla, Annie; in risposta a domande, certo. Eppure per chi legge, è sua la conduzione del dialogo; è sua la ricerca di quel qualcosa che le serve dire, a se stessa innanzitutto – e questo testimonia tutta la capacità dell’intervistatore di connettersi e ascoltare.
Il discorso torna al percorso, ai mutamenti del percorso di ricerca della propria scrittura nella propria vita; di quella necessità che fa di lei una <donna che scrive>, indirizzando in ciò la sua vita individuale. Per trovarsi. Per ricongiungere le tante vite che sta vivendo e ha vissuto – come accade ad ognuno di noi, irripetibilmente.
Gli inizi erano stati il romanzo. È quasi una prescrizione, per chiunque scrive, viene detto (anche se, a mio parere, viene prima la poesia).
C’è il cosa, della scrittura. Il cosa si sta ricercando, di cosa è necessario dire. C’è una verità. Da ricercare, da non coprire. Da ritrovare e che non si trova.
C’è la vita, il suo essere cambiamento, avendo avuto un’origine, e con ciò, un’appartenenza; sentendo di avere dei crediti e dei debiti che a tale origini si legano; che legano – quantomeno, questa è la mia <traduzione> di ciò che dice, qui, Annie Ernaux, parlando del romanzo “Il Posto”, come del libro da cui è iniziato il cambiamento, “non solo della voce, ma dell’intera postura nell’atto di scrivere”.
È, direi, inevitabile, e giusto, per ognuno di noi, secondo il proprio bisogno, appropriarsi, cercando la propria voce e la propria storia, della scrittura altrui; utilizzarla, modulandola per sé, per decifrare la propria e altrui vita: a partire da quella di coloro da cui è originata e, per questa via, del mondo.
C’è il «Diario» nella scrittura di Annie Ernaux. Che è altro dall’«autobiografia»; che è scrittura per sé, ma anche no. E il tutto – romanzo. autobiografia, diario – gioca con il concetto di «verità», in cui la scrittura scava, incidendo, nel ricordo così come nel corpo, proprio e relazionale: nel corpo sociale, familiare e di classe, nel corpo come genere.
Scava, Annie Ernaux, e ora non andrò oltre. Questo è un libro che ognuno di noi leggerà, se vuole, modulandolo sulla propria storia e sulla storia del proprio mondo.
Ne ho iniziato la rilettura. Una prima lettura non basta a catturarne le realtà, singole e non, che contiene; le verità, plurali, cui dà forma.
Per dirla con le parole di Annie Ernaux:
“E poi, come mettersi d’accordo su una definizione comune di verità? Per me la verità è solo il nome dato a quel che si cerca e che continuamente sfugge”
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*In “Memoria di ragazza”, editrice L’Orma 2017
** Ornella Tajani, Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell’opera di Annie Ernaux, Marsilio, 2025.

