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Due vite, due donne, una storia

la-porta-magda-szabo-recensioneMagda Szabò, La porta, Einaudi 2007

Una narratrice e deuteragonista, Magda Szabò, una protagonista, Emerenc Szeredàs, di cui l’autrice narra i vent’anni di vita durante i quali è stata la sua ‘donna delle pulizie’, e ne narra la morte, assumendone la responsabilità. “Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. (…) Volevo salvarla, non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose.

Un rapporto difficile, intenso e importante tra due donne: Emerenc, dura con sé e con gli altri e capace di grande intensità nel dare aiuto, nel farsi carico di chiunque, persona o animale, fosse in difficoltà; Magda, un’artista, fragile nelle cose della vita di ogni giorno, a tratti infantile, incapace di farsi carico dei propri bisogni quotidiani.

Il libro è un racconto di vita vissuta, scritto in prima persona, attraverso il quale l’io narrante della scrittrice suggella un vissuto di amore, di rispetto, assumendosi la responsabilità di non aver saputo corrispondere a tale rapporto e tradito il patto di protezione che la legava a Emerenc.

Emerenc – dura, un carattere imperioso e autorevole, che dando aiuto a umani e bestie con la stessa dedizione, non accettava alcun aiuto per sé, che respingeva anche la minima cortesia, Emerenc che della fatica fisica, del “prendere la scopa” faceva la propria filosofia di vita e il metro di giudizio sugli altri – si era affidata alla ‘padrona’ di cui disprezzava l’incapacità a svolgere un lavoro fisico, concreto, disprezzava la fragilità, ma che aveva finito per amare nel modo assoluto che le era proprio. Ignorando, dunque, il proprio giudizio, mitigando il disprezzo che esprimeva nelle parole, mentre con le azioni proteggeva, tutelava, dava amore fattivo e senza limiti.

Le persone che non la conoscono non riescono neanche ad immaginare quanto sia irragionevole (…) eppure queste cose gliele ho già spiegate tante volte. Lei crede che la vita duri in eterno, e anche che valga la pena che duri, e ci sia sempre qualcuno che cucina, pulisce, e un piatto pieno, e fogli di carta da scarabocchiare, e un padrone che la ami, e vivere qui con lui per l’eternità, come nelle fiabe, e non avere altri guai oltre alle cose cattive che i giornali possono scrivere sul suo conto, le quali sono sicuramente enormi infamie…ma come mai ha scelto un mestiere così abbietto che il primo bandito che passa può coprirla di fango? Non so come sia riuscita a farsi un nome, perché di testa ne ha poca e delle persone non capisce niente.

Sono le parole che Emerenc rivolge a Magda quando, di fronte al suicidio di un’amica dell’anziana, di cui stava portandole notizia, Magda scopre che il fatto era le già noto: Emerenc, che dava aiuto a tutti e sapeva vedere le persone e i loro bisogni con lucidità, aveva aiutato la sua amica ad organizzare il proprio suicidio, le aveva suggerito cosa scrivere nel biglietto di addio da lasciare, le aveva suggerito il modo, l’impiccagione. Emerenc aveva disprezzato questa scelta, ma non aveva fatto mancare il proprio supporto: “Le persone che non puoi aiutare vuol dire che non hanno bisogno di aiuto; se ne aveva abbastanza della vita nessuno aveva il diritto di trattenerla

Quando Emerenc parla così alla ‘signora scrittrice’ il loro rapporto è ormai datato, così come il forte legame che porterà Magda a divenire responsabile della morte della sua donna delle pulizie-madre-amica-tutrice e quest’ultima a scegliere, a suo modo, la morte che le verrà dall’età anziana, dalla vita che aveva vissuto e dal carattere che in quella vita si era formato.

Il modo e l’occasione della sua morte verranno invece dal comportamento di Magda, che non riuscirà a assolvere al patto di protezione che si era impegnata a fornire. Era un patto chiaro e accettato: Magda doveva assicurare che nessuno oltrepassasse la porta della casa di Emerenc, da sempre sbarrata a tutti, e che a lei era stato concesso di varcare; doveva assicurare la protezione della vita segreta che l’anziana viveva tra quelle mura.

Emerenc aveva ceduto il suo cuore a Magda, aveva condiviso le proprie devastanti storie di vita, da cui era uscita forte, ma non fino in fondo.

Un giorno, aveva persino accettato di gettare uno sguardo sul mondo della scrittrice, assistendo ad una ripresa cinematografica in cui Magda Szabò era impegnata.

Arte – ripeté la parola con amarezza – se voi foste effettivamente artisti tutto sarebbe vero, anche gli alberi che danzano, riuscireste a fare in modo che le foglie ballino a un vostro comando e non perché c’è una macchina del vento o qualcos’altro, ma voi non siete in grado di fare niente, né lei, né gli altri, siete tutti buffoni, canaglie, peggio dei ladri”.

Eppure, dopo queste terribili parole, quale fascino, quali fantasie, quali sogni, che non avevano trovato sbocco, erano sopravvissuti, protetti da quella porta, se le parole seguenti sono state “Sì (…) momenti del genere esistono, non c’è bisogno di operatori che alzino la mano, né di elicotteri, perché le piante si mettano a danzare da sole

La chiusura sarà data dalle parole del marito di Magda Szabò che, quando tutto sarà finito e sarà necessario riprendere a vivere la normalità dei giorni, le dirà: “Ora perché piangi? Non puoi piangere Emerenc, i morti vincono sempre. Solo i vivi perdono.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 1, 2014 da in Contemporanei, Narrativa, Recensioni con tag , , .

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