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Vecchie e nuove letture per il nuovo anno

Un albero cresce a BrooklynQuest’anno, l’arrivo del nuovo anno mi fa uno strano effetto: la voglia di ripensare vecchi libri, di un salvataggio della memoria, delle letture che hanno accompagnato i miei anni di crescita, di gioventù, di libri che si sono o non si sono salvati. Senza, necessariamente un vero desiderio di rilettura e, anzi, con il desiderio di nuove letture, di esplorare altro. Come se volessi una base, un punto di partenza.

Nuovo anno nuove letture? E’ un fatto, il passaggio dal 31 dicembre al 01 gennaio, porta tutti nel girone infernale dei buoni propositi, che sono sempre propositi di cambiamento. Porta ad iniziare un nuovo conteggio sul come andrà il nuovo anno, mentre di nuovo c’è solo un altro giorno.

La stessa cosa ci succede, in minore, con il nuovo mese, la nuova settimana e, naturalmente, il mitico “domani”, sostenuto da buoni vecchi luoghi comuni, dal “Ci penserò domani” di hollywoodiana memoria (abbiamo tutti presente Miss Rossella O’Hara, vero?) al “Domani andrà meglio”: eccoci al dunque, qualcuno ricorda questo romanzo di Betty Smith, molto deludente, per la verità, dopo la grande prova data da quest’autrice con “Un albero cresce a Brooklyn”, rimasto nella mia memoria come un grande romanzo che, nella mia tarda adolescenza, ho letto e riletto e letto ancora, in un (totalmente improprio) processo di identificazione.

L’editore Neri Pozza lo ha ripubblicato, nel 2011, e da allora ogni tanto ci penso, vale a dire penso di riprendere in mano il mio vecchio Oscar Mondadori, che si trova in casa tra i salvati di quella grande collana economica, e poi non ne faccio niente: si tratta di un libro che non oso rileggere, nel timore di vedermi portar via il ricordo di “quella” lettura, irripetibile. Un bel libro, di questo resto certa, anche se l’autrice non ha scritto altro di quel livello, rimasto il libro di una vita, in cui si elabora e si restituisce un’esperienza, dopodiché tutto è stato detto e ci si potrebbe solo ripetere.

Questo è un tema che mi ha sempre intrigato: il tema dei libri unici; quell’ evento per cui, se più o meno tutti, a una certa età, abbiamo tenuto un diario, scritto poesie e ritenuto la nostra vita un unicum e i nostri pensieri, le nostre emozioni, irripetibili e degne di essere trasmesse, per poi non produrre alcunché, o produrre qualcosa che parla solo a noi, c’è qualcuno che riesce a tradurre il suo particolare e renderlo un universale, accidenti che frase, ma forse mi sono spiegata.

Nasce così ‘il’ libro. Poi basta. Si esaurisce la spinta a scrivere, forse tale spinta non riesce ad allargare lo sguardo, a trovare altro, al di fuori della stretta esperienza autobiografica, per sostenere la grande fatica della scrittura.

Ma non è sempre così. Esistono anche autori che non lavorano, o non in modo diretto, sulla propria esperienza di vita e che pure producono il ‘libro unico’. Restando al nostro luogo comune sui buoni propositi per il domani, ne è un esempio proprio Margaret Mitchell, autrice di “Via col vento”, romanzone che non deve la sua fama solo al grande film che ne è stato tratto: dal 1936 ad oggi il libro ha venduto circa trenta milioni di copie, e continua a vendere, collocandosi come uno dei romanzi in assoluto più letti al mondo (personalmente non l’ho letto; di solito non amo i film tratti da libri mentre, in questo caso, mi sento appagata dal bellissimo film che ho visto e rivisto, come molti, credo).

Margareth Mitchell ha scritto questo unico libro e va detto che, nonostante le vendite, non è certo considerata un’autrice di particolare pregio, e la sua opera forse non entrerà nella storia della letteratura; purtuttavia, l’indicatore del numero di lettori non può essere così facilmente ignorato, dicano i critici letterari quel che vogliono. Va anche detto che la Mitchell, morta in un incidente dieci anni dopo l’uscita del suo libro, chissà, forse avrebbe scritto ancora, magari un’altra bella storia nella tradizione del romanzo storico, come nel caso del suo primo e unico libro.

Così, chiacchiera che ti chiacchiera, ho parlato di due libri dei quali, l’uno, non credo lo rileggerò mentre l’altro non l’ho letto e non credo lo leggerò mai.

Va detto, tuttavia, che “Un albero cresce a Brooklyn” è un libro assolutamente da leggere, un grande romanzo, che appartiene ad un periodo e ad un genere importanti della narrativa americana.

Alla conoscenza degli autori di questo periodo ha dato un grande contributo, negli anni ’60, la Casa Editrice Mondadori di allora che ‘inventò’ il primo vero tascabile, una collana di grandi romanzi della letteratura contemporanea, italiana e straniera, diffusi, come periodici, nelle edicole, al prezzo di un settimanale quale in effetti era. Quella collana fece leggere l’Italia intera e, con alcuni grandi autori italiani, fece conoscere la narrativa americana al grande pubblico. Quale primo volume fu scelto, infatti, “Addio alle armi” di Ernest Hemingway; poi seguirono, cito a caso, John Steinbeck, Saul Bellow, William S. Maugham, Louis Bromfield – chi lo ricorda più? Ma sì, vedo che si trova ancora, eppure, non so, mi pare un autore dimenticato. Ha accompagnato molte mie notti di letture e riletture forsennate, e “La grande pioggia”, “La signora Parkington” e “Notte a Bombay” sono stati letteralmente consumati, non sono sopravvissuti all’uso (sempre mia mamma che, pur essendo una lettrice vorace, buttava le ‘cose’ sporche e rotte). Ho riacquistato, qualche anno fa, edito da Adelphi, “Il filo del rasoio”, di W. S. Maugham, e confesso che non ho ritrovato l’emozione del mio ricordo (e dunque confermo che non rileggerò “Un albero cresce a Brooklyn”): ma se qualcuno non li ha letti, e per lui non sono fusi con un tempo di vita, credo sino ancora bei romanzi, da leggere con piacere.

Mi fermo e scusate la rimpatriata, ma era un pezzo che ci rimuginavo, credo per una voglia, incerta, di riposo, di ritorno a casa, a quando lamattatoio n 5 lettura era un certo tipo di piacere puro: perché mi insegnava la vita, in anni in cui le domande erano molte e gli adulti non parlavano, che si trattasse di amore o politica – salvo, per la politica, nelle famiglie caratterizzate da militanza attiva, mentre per il ‘chiamiamolo amore’ tutto doveva essere scoperto da sé, fatti fisiologici e educazione al sentimento. Ed era una scoperta per sempre.

Ora, sto (ri)leggendo “Mattatoio n° 5” di Kurt Vonnegut e ne parleremo. Ho riletto “Strage” di Loriano Macchiavelli, e forse ne scriverò; in programma avevo anche di far seguire, come rilettura, “Romanzo criminale” di Giancarlo De Cataldo. Vedremo.

Mi pare che anche oggi i libri, le storie, restino indispensabili per imparare a viver e a leggere il mondo in cui viviamo.

PS. I vecchi libri dimenticati si trovano, a poco soldo, nel mercato online dell’usato. Recuperateli. O andate in biblioteca. E passate parola. Chissà che qualcuno si accorga della richiesta e decida di rieditarli.

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