la libraia virtuale

Recensioni e consigli di lettura

Il traduttore: la voce invisibile dei libri che amiamo

Burned Memories, di Ryan McGuire

Burned Memories, di Ryan McGuire

La maggior parte dei libri che leggiamo, degli autori che apprezziamo, è straniera; così come lo sono la maggior parte dei film che vediamo e della musica che ascoltiamo. Non si tratta, in questo caso, della nota esterofilia italiana: gli autori italiani sono apprezzati, mi pare, dai lettori e tuttavia, in un mondo globalizzato, dove tutti esportano i propri prodotti e il mercato è globale, dove sono globali la comunicazione e il bisogno di conoscere, non può essere che così.

Ed ecco aprirsi il tema della centralità che assume, o dovrebbe assumere, in un mercato di questo tipo, il traduttore letterario.

Se le leggi del libero mercato fossero ciò che pretendono di essere, i traduttori dovrebbero essere una categoria superpagata, nel cui novero è ambito e difficile accedere in base ad una selezione che premia e acquisisce i migliori. Dovrebbero essere una categoria superorganizzata, che tutela i propri membri con la potenza di una lobby e seleziona ferocemente i propri professionisti su base meritocratica.

E dunque, coloro che hanno il compito, eccelso, di abbattere le barriere linguistiche e consentire lo scambio della parola, la conoscenza reciproca tra genti diverse, l’accesso alle diverse letterature con tutto il valore che ne consegue, dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, al pari degli autori.

Le cose non stanno così, quantomeno non nella realtà italiana. Non conosco a sufficienza la situazione degli altri paesi, e mi piacerebbe saperne di più.

In Italia, la legislazione tutela in modo vago la professione, senza veramente definire la specificità, il valore, l’identità professionale del traduttore, e in conseguenza i suoi diritti al riconoscimento, non solo economico; in conseguenza, tale professione si riduce, spesso, ad un lavoro sostenuto solo dalla passione del singolo professionista, che tuttavia in esso impegna una alta (e costosa, in tutti i sensi) professionalità, da costruire e da mantenere.

Lo scarso riconoscimento economico dell’attività di traduzione letteraria è, nella sua ingiustizia, precisamente l’indicatore del suo scarso riconoscimento professionale e sociale. Ciò è tanto vero che difficilmente il traduttore è in grado di sostenersi economicamente su questa sola attività che pure è di grande impegno e richiederebbe di essere svolta in via esclusiva.

Eppure, i traduttori delle opere che leggiamo con passione sono, spesso, anche per noi lettori, degli invisibili: chi, quanti di noi conoscono, con i nomi e la storia degli autori dei nostri libri, i nomi e la storia dei loro traduttori, il cui nome è riportato, quasi nascosto, nella copertina interna e, talvolta, solo nel colofon? Quasi mai è in copertina. Del traduttore non esiste il volto, su tale figura non si hanno informazioni, la sua voce si sente raramente. E quasi mai, se non per opere particolari, è considerato, valutato, dalla critica letteraria: al massimo, lo diviene quando ci sono pecche nel suo lavoro. L’encomio: raro.

Il problema è, in effetti, difficile. Quanti di noi sono in grado di leggere libri in diverse lingue, diciamo più di due e, anche in questo caso, hanno la competenza necessaria a valutare il lavoro del traduttore e la sua qualità? Quanti di noi sono in grado di valutare e discriminare, in conseguenza, non il valore generico ma la specificità, di una traduzione, il suo rispetto per il testo ma, soprattutto, per il mondo dell’autore?

Alcune informazioni, per passare al concreto. L’opera del traduttore è tutelata unicamente dalle legge 22 aprile 1941, n. 633 Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”, con le modifiche apportate dal D.lgs. 21 febbraio 2014, n. 22 e dal D.lgs. 10 novembre 2014, n. 163 dove, all’art. 4, si dice:

“(…) senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale.”

Tutto molto vago e, nella misura in cui la traduzione viene, correttamente, considerata come ‘opera creativa’, lasciato alla indefinitezza che viene sempre associata a tali produzioni: non è possibile, sembra si dica, impegnare, legalmente, un <artista> a esser <preda di ispirazione>.

Ora, mentre la qualità creativa di un’attività quale quella del traduttore non può essere disconosciuta, è altrettanto reale che non può esserlo neppure la professionalità, che dunque dovrebbe incontrarsi con il riconoscimento del suo diritto ad essere tutelata, anche legalmente e contrattualmente.

Questo, dovrebbe, per la verità, valere anche per gli scrittori. Se è possibile commissionare un pezzo musicale, così come una scultura, un affresco, un quadro, senza dover dipendere dal momento di ispirazione dell’artista, lo è anche commissionare un romanzo, per non dire un saggio. Certo, diversamente da come si commissiona una scaffalatura in cui collocare i propri libri: ma non è possibile disconoscere, nel lavoro creativo, la componente di professionalità che lo qualifica (e volendo, in ogni lavoro, la componente di creatività che non manca mai: non esistono lavori che non abbiano, alla base, il pensiero).

Ora, cercando informazioni sul tema, emerge come il lavoro generico di traduzione venga retribuito, di norma, tra gli 8 e i 16 euro a cartella, che arrivano a 20 euro di media per la traduzione letteraria. E possiamo concordare sul fatto che tradurre una cartella (2000 battute, l’equivalente di una pagina a stampa) richieda almeno, e dico almeno, un’ora di lavoro, senza riferimento al <cosa> deve essere tradotto, di quale autore si parla; ci sono pagine che sicuramente, per una cartella, possono richiedere giorni o una intera vita.

Ancora: il traduttore non è mai (immagino ci siano le eccezioni ma nel caso sono da considerarsi numericamente tali) legato alla Casa Editrice da un contratto di lavoro. Egli opera come free lance, in regime cosiddetto agevolato, come gli autori, e dunque non è soggetto a IVA: in conseguenza, ai suoi redditi non corrisponde alcun versamento previdenziale. L’insicurezza e l’invisibilità professionale sono servite.

Ultimo punto: al traduttore, di regola, non vengono riconosciute royalties. Ma come: gli si riconosce il diritto d’autore, ma non si riconosce che, in conseguenza, tale diritto corrisponda, anche per il traduttore, ad un risultato economico sulle vendite?

Massimo BocchiolaIl risultato di tutto ciò porta al fatto che l’attività di traduzione venga svolta da professionisti che, non essendovi alcun requisito formale obbligatorio richiesto per esercitarla, possono venir travolti da un meccanismo di concorrenza sleale, che produce l’ingiusto livello della retribuzione esistente e il permanere in uno stato di invisibile insicurezza.

Tutto questo non può non avere ripercussioni pesanti, oltre che sulla qualità di vita del traduttore, anche sui prodotti che l’editoria italiana mette a disposizione dei propri lettori; e dunque ha ripercussioni pesanti sulla nostra vita di lettori che, inavvertitamente, non si impegnano a conoscere adeguatamente questa parte, essenziale, dell’opera che hanno tra le mani e che tanto amano. Se parlo solo per me, per favore, ditelo: ne sarò felice e cercherò di emendarmi. Se invece parlo per molti, se non per tutti, potremmo cominciare a emendarci insieme.

E’ uscito un libro di Massimo Bocchiola[1], “Mai più come ti ho visto. Gli occhi del traduttore e il tempo”, Einaudi 2015. Non l’ho ancora letto, lo farò. Spero sia interessante. E sicuramente, da ora, vergognandomi per il comportamento passato, nonostante il nulla che questo vale, ricorderò di porre, accanto al nome dell’autore straniero che propongo, il nome del traduttore (come persino la bistrattata Amazon fa). Se dimenticherò di farlo, richiamatemi all’ordine.

[1] Di cui segnalo una interessante intervista nel blog ‘Il bloggo di Herr Joe e Ma’am Freida”. Vedi qui

4 commenti su “Il traduttore: la voce invisibile dei libri che amiamo

  1. viducoli
    novembre 24, 2015

    Ciao Ivana.
    Ottimo articolo, in cui poni un problema reale. Con un po’ di cinismo potrei dire che i traduttori sono tra le avanguardie della società precarizzata verso la quale ci stanno portando, nella quale ogni lavoro (a proposito, purtroppo ne esistono ancora molti che escludono per loro natura qualsiasi forma di pensiero), a parte quelli dei “soliti noti” sarà esattamente così: sottopagato e sottoposto all’arbitrio.
    Tornando ai traduttori, la valutazione del loro lavoro è complicata, e senza dubbio dovrebbero essere messi maggiormente in rilievo: ciò in genere capita solo quando a tradurre è un altro scrittore, spesso con risultati disastrosi (Vedi Ceronetti che traduce Marziale).

    Liked by 3 people

    • Ivana Daccò
      novembre 24, 2015

      Grazie. Hai ragione sul tema del precariato che sta diventano la regola mentre il lavoro diviene sempre più qualcosa di slegato dalla propria creatività, dal pensiero, dall’essere sentito una cosa propria. Una merce, insoma. Per questo, dico che ogni ‘lavoro’ è lavoro umano e dunque implica il pensiero, è prima di tutto pensiero: Quando non è così (ed è vero, molte volte, oggi, e sempre più, non è così), quello non è lavoro, è riduzione in schiavitù. Talvolta, troppo spesso, con l’aspetto della brutalità.Ed è osceno. E’ negazione dell’umano.

      Liked by 1 persona

  2. Pingback: Hic manebimus optime, ma cosa ci sarà di là? | la libraia virtuale

  3. madamefreida
    gennaio 27, 2016

    Ciao! Scrivo per segnalare che l’intervista al signor Bocchiola si trova ora su quest’altro blog: https://fediwriting.wordpress.com/2016/01/27/massimo-bocchiola-traduttore-di-irvine-welsh-intervista/

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog che seguo

Follow la libraia virtuale on WordPress.com

Archivi

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. I contenuti sono di proprietà di lalibraiavirtuale.com salvo diritti di terzi. Alcune foto pubblicate sul blog sono state prese da internet e valutate di pubblico dominio. Se ritenete che la pubblicazione di qualsiasi foto leda i vostri diritti vi invitiamo a scriverci a lalibraiavirtuale [at] gmail [dot] com indicando il materiale di cui chiedete la rimozione. Rimuoveremo nel più breve tempo possibile.
Pensieri lib(e)ri

"Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, almeno. Dentro di me tutto resta come prima." I. Calvino

Italianostoria

Materiali per lo studio della Lingua e Letteratura Italiana, della Storia, delle Arti

Disturbi Letterari

Blog letterario di Chiara Cecchini, giornalista: Libri, recensioni, commenti

C’è una vena ma non la trovo

Ognuno è artefice del proprio vino

Se puoi sognarlo, puoi farlo.

Viaggiando, fotografando, leggendo, sognando... non importa come, lascia che la vita che ti gira intorno ti attraversi l'anima...

THE REVIEWERS

Parliamo di LIBRI, FUMETTI, SERIE TV, FILM, ANIME, MUSICA E DOCUMENTARI.

La Critichella

Film e serie tv senza peli sulla lingua

Il colibrì

L'Economia e la Politica alla portata di tutti

Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: