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“…Le storie sono tutto quello che abbiamo. Senza di loro…non siamo niente”

Ya, La battaglia di CampocarneRoberto Recchioni, «Ya, La battaglia di Campocarne», Mondadori 2015

Che sia fatta l’avventura / Senza ieri né domani /

Con la vita tra le mani / Sempre pronti a battagliar

Questa è una fiaba. Una di quelle vere, dove ci sono tutti i personaggi previsti, capaci di farci provare quella meraviglia che fa bene al nostro vivere; che, per permetterci di godere davvero una tale meraviglia, dovranno essere ampiamente prevedibili e previsti: qui ci sono i buoni, là ci sono i cattivi; c’è una storia e ci sono le storie, plurali, che portano ad aspettare un altro racconto; c’è l’amore, quello bello che riscalda e, soprattutto, non complica la vita.

C’è un lieto fine che non chiude alla vita vera e i protagonisti siamo noi, come eravamo nell’immaginario della nostra adolescenza, ragazzi troppo magri, ragazzine racchie, carichi di attesa che la vita ci regalasse la dovuta trasformazione da brutti anatroccoli in cigni e, soprattutto, che la vita ci regalasse una VITA, dove ci sarebbero accadute le cose più impensate e l’avremmo fatta vedere noi a tutti quelli che ci ignoravano, ci deridevano, ci limitavano. Quando si sarebbe aperta dinnanzi a noi La Via dell’Avventura, quella che oggi – adulti fintamente responsabili – continuiamo a sognare, attendere, sperare.

Una fiaba, dunque, ideale per giovanissimi, per quell’età in cui si vive in procinto; ideale per adulti, quando la si leggerà per vedere se possa andar bene per i nostri ragazzi, figli, nipoti, perché a qualcuno servirà una scusa, mentre l’ideale, per un adulto come si deve, sarà ancora il leggerla per il proprio piacere, per regalarsi due ore di meraviglia, e qualche buona riflessione in aggiunta.

Ora, questa fiaba non ve la posso certo raccontare. Niente sinossi. Ve la dovrete leggere da voi. Tutto quello che posso fare è presentarvene i personaggi, a partire da Stecco, il nostro eroe.

Stecco è un ragazzino di quattordici anni. “Alto, aguzzo, scabro e nodoso” che “(…) conosceva le storie. Le conosceva nei minimi dettagli. Sapeva tutto del Granduomo, dell’Incappucciato e di nonna Mannaia. Di come quei tre viaggiassero da soli in quel vecchio carrozzone tirato da due cavalli gialli e coperto da un telo blu con sopra una scritta in argento. Sapeva di come reclutassero ragazzi ai quattro angoli di Attalya per formare eroiche compagnie di avventurieri. (…)” – e dunque, le storie, si preparava a viverle.

A lui si affiancherà Marta la Brutta, “una figurina strana con un gran testone a forma d’uovo e un corpo straordinariamente minuto. Aveva una massa di capelli lisci e più o meno biondicci, che incorniciavano un volto quadrato dai lineamenti tutti raggruppati al centro

Ma l’amore nasce nei modi più strani e anzi, diciamolo, sempre nello stesso modo antico.

C’è il Granduomo, di cui non occorrerà dire alcunché se non che ci dovrà essere: Ideale da servire, non ha reale importanza chi sia, potrebbe persino non essere nessuno. Nel caso, questo qui può andar bene: lui o un altro, sarà utile alla bisogna.

E andrà benissimo Nonna Mannaia il cui volto “somigliava a una prugna lasciata essiccare al sole e poi masticata da un cane randagio. (…) Forse la vecchia aveva cent’anni. O forse duecento. O forse era stata l’ostetrica del mondo stesso e le sue mani si erano infilate in mezzo alle cosce della Madre per strapparle fuori la palla di fango che sarebbe diventata il mondo”.

Nelle fiabe c’è quasi sempre la Fata, che non è raro si trasformi, si mimetizzi in una donnina curva, rinsecchita, vecchia come il mondo, fragile e bisognosa di aiuto. Una strega, insomma. Questa, tuttavia, non ha proprio nulla che suggerisca fragilità. Al massimo, può capitare che sia stanca. Ma la mannaia, appesa al suo fianco, sarà un avvertimento adeguato. O forse no.

Quanto all’Incappucciato, la sua cifra è il silenzio, che consente di immaginare:Qualcuno diceva che si trattasse di un demone delle terre orientali, un Genio che il Granduomo aveva catturato e soggiogato al suo volere. Altri sostenevano che si trattasse (…) dell’Uomo Tatuato, il leggendario assassino di uomini, donne, vecchi, bambini e cuccioli di cane, (…).”

E poi e poi, c’è un personaggio aggiuntivo, un piccolo colpo di genio in luogo di quello che, nelle fiabe, solitamente è un oggetto magico, un procedimento, una filastrocca, una parola, un gesto, un rito. Qui personificato: all’incontrario.

È Trappola, lo studente di iettatura, che Stecco e Marta incontreranno lungo la via, facente parte dell’esercito del Granduomo che non credeva nella fortuna ma aveva un grande rispetto per la malasorte, (e) per questo motivo non muoveva mai battaglia senza portarsi dietro alcuni specialisti del settore che non facevano altro che augurare sventura sulla testa degli avversari.”

Non mancheranno – come potrebbero – gli esseri infernali, “creature del Diavolo, fatte di fuoco e di tenebra. Ci vuole un prete nero per evocarle, e il sangue di mille bambini”; non mancherà l’essere divino-magico che proporrà una prova da superare (e cosa meglio di una partita a Briscola Selvaggia, gioco a carte di cui nessun giocatore (…) conosce tutte le regole, ma quelli bravi ne conoscono molte, e sono svelti a inventarne di credibili quando la necessità lo richiede.”

E ci sarà “La Via dell’Avventura”: la vogliamo considerare un personaggio? A suo modo lo è, se sul suo percorso capita di tutto, se anche la Via, nelle Storie, nasce, cresce, giunge al termine, come la vita. Credo le si possa parlare, che ci possa rispondere, qualcosa come sì, sono la tua, sono per te; oppure no, non sono io il tuo percorso, cerca altrove, stai sbagliando strada.

Che dire. Roberto Recchioni ha dato vita a un “romanzo” che, nel contesto del mondo fantasy, costituisce, mi pare, una novità; che si colloca all’interno del mondo della fiaba, facendo tesoro di un patrimonio orale immenso, di ogni popolo e di ogni tempo, di cui disponiamo nella forma di innumerevoli preziose trascrizioni (e purtroppo fino a rovinose riduzioni che umiliano la fantasia dei più piccoli e portano i più grandicelli a non leggerle.)

E tuttavia l’autore, collocandosi nel contesto della fiaba, ne rinnova la struttura, pur rispettandone le tradizionali figure di rappresentazione delle emozioni – paura, solitudine, coraggio, perdita, desiderio – e il percorso che, da un equilibrio iniziale che si rompe, attraverso peripezie e la messa alla prova del protagonista, porta a ristabilire un nuovo equilibrio di livello superiore.

Il rinnovamento portato dall’autore passa attraverso il linguaggio, che fa ampio uso di iperboli, e accentua gli aspetti ironici, divertiti, delle situazioni (dalleggendario assassino di uomini, donne, vecchi, bambini e cuccioli di cane” alla “Prova” con la dea che consisterà in una partita a Briscola Selvaggia – e come non vedere certe partitacce a rischio rissa dei nostri vecchi all’osteria, come non sentire il colpo secco della carta che batte sul tavolo accompagnata dalla bestemmia rituale). Passa attraverso l’organizzazione in brevissimi capitoli, che realizzano un ritmo veloce della narrazione, che sugellano la linearità del linguaggio e la sua pregnanza, dove nessuna parola è di troppo. E passa attraverso l’uso di flashback temporali, per cui la storia inizia in prossimità dell’esito finale – e nel momento della crisi da cui l’avventura dovrà risalire al suo esito positivo.

Mutuato sul modello della graphic novel (nel leggerlo, si ha l’illusione di vederne le illustrazioni), certamente è un libro che non può venir valutato secondo i tradizionali modelli. Non è, propriamente, un romanzo (troppo lungo difficile e inutile discettare su cosa sia il romanzo: capiamoci) e, come fiaba, rompe con la linearità temporale richiesta; e non realizza la trascrizione dell’oralità essenziale al genere.  È un testo dalla struttura nuova. E molto interessante.

Ne ho goduto la lettura e attendo un’altra di queste storie.

Un appunto alla casa editrice: per favore, nella prossima ristampa, la Mondadori potrebbe evitare refusi quali quelli di pagina 63, sestultima riga, di pag. 89 riga dodici e di pagina 202 quindicesima riga? Sono proprio fastidiosi. Se ce ne sono altri, non sono di tale pesantezza. Grazie. Sulla ristampa ci conto.

.

 

 

 

 

5 commenti su ““…Le storie sono tutto quello che abbiamo. Senza di loro…non siamo niente”

  1. Le5stanze
    settembre 5, 2016

    Grazie, lo leggerò sicuramente! domani vado a ordinarlo, mi serviva una cosa del genere per i miei ragazzi a teatro:)

    Mi piace

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