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Il mito, e la realtà, dell’androgino in noi

orlando-virginia-woolf-oscar-mondadori-1995E così, sommersa da desideri di lettura incongrui, da richiami sui quali mi è difficile arrestarmi, ho riletto, di getto, e con grande partecipazione, «Orlando» di Virginia Woolf, ripromettendomi di scriverne; e ora questo impegno con me stessa, in certo qual modo, mi inguaia.

Un “libriccino” lo aveva definito la stessa Woolf, con riferimento alle dimensioni, relativamente contenute, di un romanzo che, per molti versi, ha la struttura di un lungo racconto; e con riferimento al suo essere stato concepito come un “gioco” tra lei, Vita Sackville-West e Violet Trefusis: due donne, queste ultime, che sarebbe certo interessante conoscere ma che – ed ecco la difficoltà – alla fine della fiera hanno, dovrebbero avere, poco a che fare con l’opera, che vive di vita propria, al di là dell’intenzione che ne ha motivato la scrittura; e al di là del fatto che, in qualsivoglia recensione, non si parli quasi dell’opera in sé e si parli invece sempre delle biografie, delle storie di vita, che l’hanno fatta nascere. Scandalose per l’epoca – e poi neanche tanto.

Si tratta di una storia presto riassunta. Virginia Woolf e Vita Sackville–West, appartenente, quest’ultima, ad una famiglia della nobiltà inglese e moglie del parlamentare e diplomatico Harold Nicolson hanno avuto una relazione, che ha segnato una parte della loro lunga amicizia; e del lungo e tutto sommato felice matrimonio, programmaticamente aperto, di Vita la quale, al suo attivo, oltre all’abitudine di vestire maschile in società, ha avuto anche una certa frequenza di fughe temporanee con la scrittrice Violet Trefusis.

vita-sackville-west

Vita Sackville-West

Virginia Woolf ha scritto e dedicato «Orlando» alla sua amica-amante: e, a sua volta, anche Vita ha scritto sul tema; e lo ha fatto Violet Trefusis. Ed ecco che, a mia volta, mi perdo nelle biografie mentre il romanzo vive di vita propria; e mentre la storia da cui è nato e i fatti di vita delle protagoniste non aggiungono né tolgono alcunché alla sua bellezza e al grande interesse che riveste per scrittura, originalità di inventiva e per il tema trattato.

Oggi, questo libro non costituisce più, temo, una lettura di interesse per il “grande pubblico”, si fa per dire, dei lettori; rimanendo un long seller indistruttibile. Se non mi sbaglio, l’ultima edizione di «Orlando» risale al 1995, Oscar Mondadori, tuttora reperibile, che ha seguito il bellissimo film del 1992, per la regia di Sally Potter, e con la grande interpretazione di Tilda Swinton.

Eppure, mai come oggi questo è un libro in grado di dispiegare tutto il suo fascino – e i suoi interrogativi, e le sue proposte, e un vissuto anticipatore del tema della convivenza tra il maschile e il femminile, nella società e in ognuno di noi, che ora dispiega tutta la sua forza – ancora una volta, in parte, in modo falsato ed evaso.

orlando-locandina-filmEd infatti: parliamo molto, oggi, di diritti civili, di libertà sessuale, di tanti aspetti del tema, eludendone spesso il punto centrale: il significato, il valore, dell’androginia che sta in ognuno di noi. Che Virginia Woolf aveva pre-sentito e esplorato? Si. E anche no. Semplicemente, che Virginia Woolf, nella sua enorme capacità di indagare il proprio animo e, con esso, l’animo umano, e segnatamente l’animo femminile, aveva vissuto, e espresso.

Sarà stata consapevole del suo coraggio? Della sua enorme onestà intellettuale? Sarà stata incapace, semplicemente, di sfuggire una profonda domanda di senso, di anche solo prendere in considerazione la possibilità di farlo?

Ciò che, alla lettura, appare certo, è che, come sempre, la Woolf ha lavorato, per dare una voce al tema, alla creazione di una nuova forma della narrazione, e che ci si è, per una volta in vita sua, anche divertita.

Mai come oggi, dunque, questo è un testo in grado di essere letto come tale, al di fuori della sua storia e del legame che lo connota, inestricabilmente e ingiustamente, come un buco della serratura totalmente inutile, attraverso il quale sbirciare episodi pruriginosi nella storia di vita della sua autrice, vissuti a porte aperte.

Il libro si apre con un sedicenne Orlando, di nobile e ricchissima famiglia, che vive in un palazzo di 365 stanze (una al giorno), nella campagna inglese, dove lo incontriamo mentre si diletta in modo affatto particolare. Un incipit irripetibile.

“Lui – e non ci si poteva sbagliare sul suo sesso, anche se i costumi dell’epoca lo dissimulavano abbastanza – prendeva a piattonate la testa di un negro, che, oscillando, pendeva dalle travi. Il colore e la forma erano quelli di una palla di cuoio usata, a parte le guance, scavate e i capelli secchi e rigidi come quelli di una noce di cocco.  (…) Gli avi di Orlando avevano galoppato su pascoli, territori sassosi e terre bagnate da fiumi sconosciuti, avevano staccato molte teste di diversi colori da molti corpi, e le avevano poi appese alle travi delle loro case.”

Certo, il termine “piattonate”, oggi, è fuor d’uso, credo, nel suo senso proprio di “Colpo dato con la parte piatta della lama della spada o della sciabola” (Vocabolario Treccani).

Il giovane ci viene dunque presentato mentre si allena in un’attività richiesta dal suo rango, mentre il bersaglio, forse, poteva essere inusuale anche al tempo di cui l’autrice scrive, in cui la scena si svolge. Oppure, può costituire un’informazione, una rappresentazione storica di un costume; e certo ci offre l’immagine di un maschio di una certa classe sociale dell’epoca – ci troviamo in Inghilterra verso la fine del XVI secolo, regnante Elisabetta I, la Regina Vergine.

E perché, si chiede il lettore (se non se lo chiede, è molto distratto) viene subito espressa la precisazione – “non ci si poteva sbagliare sul suo sesso”?

Il tema dell’androginia è posto: mai, nessuno, magari sulla base del vestiario, può affermare l’appartenenza di genere di un’altra persona; e fin qui, per quanto riguarda Orlando, sarà possibile assegnargli il genere maschile, con ragionevole certezza, in forza del comportamento.

Orlando, sapremo, ama scrivere – “(…) tirò fuori un quaderno sul quale c’era scritto Etelbert – tragedia in cinque atti. Intinse una penna d’oca nell’inchiostro e si mise a scrivere. Compose almeno dieci pagine di versi: anche se era piuttosto superficiale. La sua composizione parlava di vizi, omicidi e sfortuna; i protagonisti erano re e regine che vivevano in luoghi inventati. Trame oscure condizionavano il loro destino”.

Tra prentesi: c’è qui una vera stranezza, ma forse qualcosa sfugge a me. I quaderni non esistevano alla fine del ‘500. Una distrazione dell’autrice? Alle prese con la propria forte identificazione e con la propria abitudine di “tirare fuori un quaderno”? Viene immediato immaginare un Moleskine tra le mani di Orlando, in cui il giovane scrive con la penna d’oca. Bello! Vero che il romanzo, nella sua accuratezza, nelle diverse ambientazioni, ha una sua caratterizzazione di gioco, di scherzo, una vena (auto)sarcastica che lo rende, tra l’altro, leggero alla lettura e molto piacevole. E dunque, anche un quaderno del ‘500 ci può strare

In questo inizio c’è già tutta la storia . Orlando, favorito della Regina Elisabetta I, Regina Vergine, certo, ma non affetta da eccessive ripulse; Orlando alla corte di re Giacomo I; Orlando fidanzato – lei è   Eufrosyne, al secolo Lady Margaret O’Brein O’Dare O’Reilly Tyrconnel, “(…) di nobili origini irlandesi, aveva i capelli biondi, era robusta, compassata, e con denti perfetti nell’arcata superiore; sfortunatamente nell’arcata inferiore erano ingialliti”; Orlando che si innamora di un’altra, follementeSasha, al secolo la russa principessa Marussia Stanilovska Dagmar Natascia Iliana Romanovic – venendo da lei brutalmente abbandonato; Orlando che, nei momenti critici della vita sprofonda in un sonno che dura un’intera settimana e, al risveglio, come rinato, affronta una nuova vita e un nuovo tempo.

Per arrivare, infine – lascio il seguito della storia, pur noto, alla lettura – al proprio oggi, ad una matura, consapevole, ancor giovane età.

Orlando, una gioventù che vive lentamente e attraversa i secoli, che accoglie il cambiamento, per fuggire più in là, perché “(…) l’amore ha due facce: una bianca e una nera: uno liscio e l’altro peloso; due mani, due piedi, tutto è doppio ed è in antitesi all’altro. Non si possono però dividere le due parti.”

Pure, occorre una grande consapevolezza per poterle vivere. Anche, e soprattutto, per sé.

 

4 commenti su “Il mito, e la realtà, dell’androgino in noi

  1. Alessandra
    novembre 19, 2016

    Mi incuriosisce molto questo romanzo (anche il film), ma prima devo terminare di leggere (o meglio, rileggere da capo) Gita al faro, iniziato e abbandonato perché mi era apparso noioso. O forse, più semplicemente, non era il suo momento. Sempre interessanti i tuoi inviti alla lettura! 🙂

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    • Ivana Daccò
      novembre 20, 2016

      Se devo dire il vero, Gita al faro non mi è piaciuto particolarmente, non come La signora Dalloway, per dire. Ma Orlando è, davvero, una cosa totalmente diversa. E’ godibilissimo, al di là di tutte le riflessioni, peraltro molto interessanti, cui volendo dà luogo. Un lungo lento attraversamento di secoli veloce e imprevedibile come la gioventù. Ti piacerà.

      Liked by 1 persona

  2. ilcollezionistadiletture
    novembre 19, 2016

    Ciao. Su “Orlando” mi permetto di segnalarti un ampio e approfondito saggio di Harold Bloom “L’Orlando di Virginia Woolf: femminismo come amore della lettura” pubblicato in Harold Bloom – “Il canone occidentale” – Bompiani.
    Complimenti per il commento.
    Buona giornata

    Mi piace

  3. Ivana Daccò
    novembre 20, 2016

    Grazie della segnalazione. Ne faccio tesoro. E grazie a te dell’attenzione

    Mi piace

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