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Molti studenti scrivono male…e troppi adulti leggono, e scrivono, nulla.

professore-universitarioÈ chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. (…) servono interventi urgenti”.

È l’incipit della lettera che seicento tra docenti universitari e personalità del mondo della cultura hanno indirizzato al Governo italiano, chiedendo provvedimenti.

Devo dire che, di primo acchito, sono rimasta perplessa. Lo scoprono ora?

Passato il breve attimo di sconcerto, la lettera mi pare importante; quantomeno, otterrà di fornire ad un problema ben noto quell’ufficialità che forse mancava. Potrebbe derivarne l’impegno a intervenire (con urgenza? Non lo credo possibile. Da parte di chi? Molti gli attori in campo, mi pare).

Una stranezza. i correttivi che i nostri illustri docenti indicano paiono aver a che fare unicamente con la didattica, e un po’ di organizzazione:

«A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari (……) ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base (…) i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media (…)”

Fatemi capire: stanno chiedendo al Governo di dire agli insegnanti “come” si insegna? Quali strumenti di didattici utilizzare? Sicuramente, stanno chiedendo che gli insegnanti del grado superiore siano incaricati di verificare il lavoro dei colleghi del grado inferiore.  Mah! Molte le interpretazioni. Tralascio. No, una si impone: “Evitate, prego, che tali somari giungano a noi”.

A distanza di qualche giorno pare che la stampa, avida di notizie, rivolta a un pubblico avido di notizie, possibilmente di cronaca vera e nera, abbia già lasciato cadere il tema. Quando ho veduto apparire alla TV, nel corso di un TG, la titolare del MIUR mi sono fatta attenta. Pensavo che sarebbe entrata in merito: invece no, trattava il problema del bullismo nella scuola – problema serio, molto, ma – penso – un altro problema.

D’improvviso, mi pare che i due problemi (più altri) si tengano. Cerco di recuperare un pensiero. Bullismo: azione impropria che si sostituisce, malamente, a parole adeguate che mancano. La violenza è, anche, un aspetto della mancanza di parola.

Ecco, sì, lo stato in cui versa, nella nostra scuola, la lingua italiana, è certamente problematico. Prima di ciò, tuttavia, lo è lo stato in cui la stessa versa nella nostra società tutta. La lingua parlata socialmente non è meno importante e sarà difficile ottenere una buona scrittura e una buona comprensione dei testi da ragazzi che vivono in una società non in grado di esprimersi, a parole, in modo adeguato.

Per dire cosa? Per dare forma e contenuto a relazioni diverse, rispettandone le specificità. Per ascoltare comprendendo e formulare un pensiero in risposta, scegliendo le famose parole per dirlo; per fare amicizia e per chiedere, essere compresi, ottenere. Per godere la reciproca compagnia attraverso piacevoli conversazioni. Per non incorrere in diverbi e incomprensioni rischiosi e spiacevoli.

Per poi scrivere, ottenendo che il pensiero espresso sia almeno a grandi linee corrispondente a ciò che si voleva dire. Per ottenere che il nostro pensiero non mostri tutto, inopportunamente proprio tutto ciò che pensiamo, pur riuscendo a dire, bene, il necessario. Per saper discriminare.

La lingua abita un intero mondo di bisogni e da essa dipende la qualità della nostra vita, condivisa con altri, a diversi livelli di vicinanza e dunque con bisogno di diversi livelli di linguaggio.

corriere-dei-piccoli-francobolloSubentrano ricordi, nel bisogno di esplorare un percorso della lingua vissuto, i diversi tempi e i diversi mondi sociali che nel tempo hanno dato struttura alle mie/nostre parole.

Quando sono entrata alla scuola elementare, nei nostri paesi, nelle nostre città, tutti, comprese le cosiddette classi colte, parlavano il dialetto. Non esisteva la televisione (cominciava a esistere, ma era oggetto ancora raro); la radio era la sola fonte di ascolto della lingua italiana a disposizione: poco o nulla che potesse interessare un bambino.

Vita sociale: con gli altri bambini, la strada, il cortile: vigeva il dialetto; la parrocchia era per i maschi, le chiacchierate con il prete erano per i più grandi (non c’era nulla di cui parlare prima del tempo del sesso, quando il prete diveniva per i maschi il referente da cui ricevere informazioni improbabili – per le ragazze, nulla, la suora non serviva); va anche detto che, al tempo, non era abitudine degli adulti parlare con i bambini, se non per interrogarli e dare ordini. Solo con la mamma si parlava, in dialetto, naturalmente: la lingua-madre, per l’appunto.

La messa, debitamente frequentata anche dai comunisti, era in latino.

Tutto questo per dire che, a scuola, a sei anni, dopo NON aver frequentato la ancora inesistente scuola materna ci si entrava, qualcuno in lacrime, spesso senza aver mai sentito parlare italiano.

Leggere e scrivere. Bella calligrafia. Pennino e inchiostro (in commercio erano comparse le prime penne biro, ma il loro uso veniva ritenuto diseducativo, dannoso per la formazione alla manualità dello scrivere).

Leggere. La maggior parte delle famiglie non disponeva di una, sia pur limitata, biblioteca domestica. Gli uomini leggevano il giornale, solitamente al bar. Per le donne c’era Famiglia Cristiana, famiglia-cristiana-1950benemerita, va detto; e il bollettino parrocchiale.  C’era, è vero, dal 1909, il (meraviglioso) Corriere dei Piccoli (per pochi eletti), e gli album dei fumetti, malvisti, ma che a poco a poco si imposero. Biblioteche: zero via zero.

Sia come sia: al termine della quinta elementare mi pare che scrivessimo e leggessimo tutti (con qualche eccezione, certo) benissimo. Non erano tollerati errori di grammatica; al massimo qualche ineleganza sintattica.

Un lampo, e mi accorgo: tutto questo non è vero. Lo è e non lo è.

Nella mia classe non c’erano bambini “difficili”, né bambini disabili; erano “altrove”, invisibili. Se c’erano stati, erano spariti.

Dopo la scuola elementare, per me, e poche altre, è iniziata la scuola media, che preludeva alla scuola superiore – vi si accedeva mediante un esame supplementare di ammissione. Ho perso di vista le mie altre compagne. La maggior parte di quelle bambine non ha proseguito la scuola. L’obbligo scolastico finiva con la quinta elementare. E no, non tutti sapevano leggere e scrivere alla fine della quinta. In particolar modo non lo sapevano fare molte bambine, che comunque lo avrebbero presto dimenticato. Non era un problema. Non avrebbero mai dovuto, si pensava allora, scrivere; né leggere un giornale. Quanto al parlare, c’era il dialetto. Sufficiente.

Qualche bambina avrà frequentato il triennio della scuola commerciale; per i maschi c’era anche il triennio professionale: non mi è chiaro che cosa vi si studiasse.

nembo-kidLa lingua. Era quella della mamma, e quella della strada, del cortile, che comprendeva anche le parolacce, certo. Dialettali. Per i maschi.

L’italiano, la lingua della scuola, del giornale, della radio, non comprendeva un parlare men che forbito (o ritenuto tale) e il mio nonno, che ci scriveva da Milano (non c’era il telefono nelle case, ancora), iniziava ogni lettera con la frase di rito, formale:

Cara figlia e cari tutti, la presente per dirvi che noi stiamo bene e così speriamo di voi.”

Il dialetto era la lingua degli affetti, delle emozioni, della quotidianità; l’italiano, la lingua della forma, dello scritto, dell’estraneità.

Ma l’Italia, allora, avanzava: riforma della scuola media, per tutti. Innalzamento dell’obbligo scolastico a quattordici anni. Poi fine. Di fatto.

Sono trascorsi molti anni, e il tutto non pare aver realmente funzionato. La scuola pare esser rimasta, come allora, qualcosa di estraneo alla società, priva di strumenti per farsi carico del mondo in cui è chiamata a produrre cultura, se non per la buona volontà del singolo insegnante.

Quel mondo ruspante, un po’ bullo, di ragazzi e ragazze di strada, che le comunità sapevano contenere, a modo loro, e che non entrava nella scuola, oggi ha inglobato la lingua italiana mentre la scuola, con tutte le sue riforme, si è fatta unicamente invadere senza appartenere: a una società che, perduta una lingua madre, familiare, lingua degli affetti e del privato, anche sociale, non ne ha conquistata una civile. Situazione anomica, che non si rimedia (solo) con il dettato ortografico.

Oggi molti insegnanti non sono messi in grado di svolgere il loro lavoro; molti non lo sanno fare (figli-prodotto di una scuola ormai fragile); e non esiste “aggiornamento” di una competenza che non si possieda. La didattica è importante e le verifiche hanno il loro perché (informazioni di esercizio per l’insegnante e non giudizio sui ragazzi, o almeno non solo), ma non spetta al Governo stabilirle. Gli spetta invece ascoltare, proporre una visione, un progetto, definirne gli obiettivi, fornire gli strumenti di lavoro, e chiedere conto.

Sono solo pensieri in libertà. Nessuno giusto. Nessuno definitivo.

 

18 commenti su “Molti studenti scrivono male…e troppi adulti leggono, e scrivono, nulla.

  1. Guido Sperandio
    febbraio 8, 2017

    Condivido questa tua sensibilità al problema, perchè coinvolge tutta una società, e una civiltà.
    E mi dispiace essere pessimista. Infatti, abituati ormai a risolvere schiacciando un tasto, a trovare l’insalata già lavata pronta tra un po’ anche condita, con l’alibi della fretta (a coprire la verità: la pigrizia mentale) – NON SAPPIAMO PIU’ ASCOLTARE e pretendiamo la sintesi, a prezzo degli incisi, che sono il sale di ogni anche minimo ragionamento. Ed ecco, che l’insulto diventa la via più comoda, sintesi delle sintesi. Come i politici insegnano, e quando dico politici, dico noi, perchè i politici non sono marziani piovuti dal cielo, ma anzi emblematici di una certa collettività.
    Non è certo per legge che si può imporre un certo livello di cultura e quindi dialettica. Senza contare che come dice il proverbio, è l’erba cattiva a scacciare quella buona, e non viceversa – e la zizzania ha ormai invaso il campo da anni, infestando più di una generazione.
    [Mentre scrivo, mi vengono in mente gli amanuensi benedettini che salvavano dai barbari i testi classici e li ricopiavano scrupolosamente per tramandarli… 🙂 Con questo, a scanso di equivoci, non è che sto proponendo un ritorno alla pergamena :-)]

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    • Ivana Daccò
      febbraio 8, 2017

      Per la verità, credo di non essere pessimista come te. E’ vero, il problema è complesso e, mi spiace per i nostri esimi docenti, temo ci voglia altro da un intervento del governo che “ordini” la preparazione scolastica (altra cosa da una cultura vitale e coerente al proprio interno); quanto poi al problema dei ciucchi all’università: temo abbondino anche sull’altro fronte della barricata. Se non proprio i ciucchi, sicuramente abbondano molti dinosauri inconsapevoli di essere estinti.
      E’ indubbio che ci troviamo in un periodo di transizione tale per cui, temo, l’essere in transizione costituirà il nuovo ordine delle cose. Nel mentre, il vecchio ordine culturale, che tuttora, per quanto obsoleto, vige, determina e disastra il futuro dei nostri ragazzi, travolti dall’esito in anomia sociale di tutto questo, ingabbiati in un mondo di vecchi, morente.
      Vedo tuttavia anche giovani che, se scrivono male, possiedono molte maggiori conoscenze di quante ne possedevamo noi alla loro età, impegnati a sviluppare, in corsa, ogni giorno nuovi adattamenti. Poi, dicono le statistiche, sono la classe di età che legge di più.
      Ultimo dato dirimente: ci sopravvivranno, e dunque, alla fine, come sempre è avvenuto, avranno avuto ragione loro.
      Tuttavia, e qui sta anche il mio pessimismo, è certo che stiamo negando loro gli strumenti, in nostro possesso, ancora utili per affrontare la vita, dato che nessuna nuova cultura può svilupparsi dal vuoto.
      Sono ignoranti, in aree importanti, certo. Ma noi siamo carogne emerite, che non si assumono la responsabilità di passare loro il testimone, contenti unicamente del non avere tra i piedi, sui banchi, fior di asini misurati sul metro da noi imposto. Noi che, da loro, dal nostro unico futuro, non accettiamo di imparare (a proposito di ascolto).
      Se dio vuole ci seppelliranno. E avranno il mondo. Speriamo. Perché, se non fosse così, non saranno stati loro a farlo morire.
      Una chiacchierata eccessiva, ingarbugliata e sempre provvisoria. Grazie del tuo commento; è sempre interessante dibattere.

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  2. Guido Sperandio
    febbraio 8, 2017

    Nella mia quotidianità non vedo una contrapposizione tra generazioni, anzi.
    Sì, è un discorso complesso, alla prossima! 🙂

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  3. Francesca
    febbraio 8, 2017

    Ho letto con interesse il tuo commento condividendo il ritratto di una scuola cha ha fatto fatica ad inserirsi in un contesto socioculturale molto arretrato prima e di una scuola che ora fa fatica a stare al passo con il tempo. Credo che l’allarme dato dai professori universitari oggi, non riguardi tanto la non cultura dei loro studenti, è risaputo che in Italia si legga poco, ma voglia evidenziare la difficoltà che i ragazzi hanno nel produrre una scrittura anche solo ortograficamente corretta. Da anni nelle università esiste un corso di italiano per italiani in cui si ricomincia daccapo con lo studio di ortografia, grammatica e logica. Il problema mi sta a cuore avendo due figli in età scolare. Posso affermare che nella scuola primaria ora si scrive troppo poco, le lezioni sono impostate da schede fotocopiate da libri, il dettato è quasi sparito e il corsivo si inizia a scrivere d’un seconda elementare. E fin qui tutto bene se la maestra è presente ed assidua. Mio figlio ha avuto per due anni una maestra che per la metà del tempo era assente per malattie, varie e congedi parentali. Alla fine del terzo anno ha ottenuto il trasferimento con mio grande sollievo, ma l’anno in corso è iniziato nel peggiore dei modi con l’assegnazione della cattedra aduna maestra del sud la quale non si è mai presentata a scuola aspettando l’esito del ricorso al TAR. Ad ora mio figlio ha avuto sette supplenti e forse da domani ne avrà una fino alla fine dell’anno. Ci possiamo sorprendere se in quarta elementare gli errori ricorrenti nei suoi script siano le doppie, le acca messe a sproposito, gli apostrofi. No di certo, il mio timore è che lui è molti altri nelle sue condizioni riuscirà un giorno a scrivere correttamente o si ritroverà nel gruppo di quelli che dovranno una volta all’università, fare i corsi di recupero? E dire che lui legge molto…. . Il sistema scuola non funzione, troppo spesso non riesce a fornire delle competenze basilari, immaginiamoci se può creare cultura!!! Per non parlare dei programmi che hanno ricevuto l’ennesimo colpo di grazia dalla riforma Gelmini. Disimparando l’italiano almeno avessimo imparato l’inglese propugnato dalla scuola delle tre i Inglese internet e impresa di berlusconiana memoria!

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    • Ivana Daccò
      febbraio 8, 2017

      Ciao Francesca. Adesso, poi, dopo la cosiddetta Buona Scuola!E’ tutto vero, quello che scrivi; mi ricordo, i figli a scuola, anche se una situazione inversa, maestra che, fosse come fosse, te la dovevi tenere per cinque anni cinque. Sono stata relativamente fortunata. Poteva andar bene, e anche no, e nel caso del no, cinque anni di relazione con la persona sbagliata sono davvero un disastro. Come lo sono i cambiamenti che non permettono a una relazione utile di formarsi. Perché, sai dove sta, secondo me, il vero dramma? Nel fatto che il bambino derivi, da questi cambiamenti, una forma di squalifica della scuola, che lo può indurre a non dare importanza, a non “innamorarsi” dell’imparare, poiché un bambino impara dalla relazione, non da quanto o cosa gli viene insegnato. I contenuti, non so, credo che li impari ugualmente. Se guardo alla mia esperienza, da sempre deduco la regola grammaticale o sintattica dal fatto che , credo di sapere, come si parla e si scrive, non l’inverso. Sicuramente, al tempo mio, mi hanno ferocemente insegnato grammatica, sintassi, e ossessionata con l’analisi logica ma non credo sia servito a farmi scrivere bene. Sono serviti i libri letti; è servito il fatto che scrivere, chiacchierare sulla carta, mi piaceva. In proposito, mi ritorna sempre in mente una studentessa in tirocinio con me che, avendole io fatto osservare la necessità di correggere la frase “La riforma non soddisfava le esigenze….”, e avendo dovuto, di fronte alla sua incapacità di indivduare l’errore, farle presente, sorridendo, l’opportunità di scrivere “soddisfaceva”, mi sono sentita rispondere che “soddisfaceva” le suonava male. Ecco, secondo me, non si trattava tanto del non conoscere i verbi quanto del non possedere orecchio per la lingua = mancanza di lettura, non amore per la lettura; e per la scrittura.
      Tuo figlio scriverà bene. Siine sicura. Peccato, tuttavia. La scuola dovrebbe essere per lui, in questa importante fase, un’esperienza di crescita, e di apprendimento a superare utili difficoltà, migliore.
      Ciao, e grazie per l’attenzione.
      PS – le tastierine sono un disastro e il facilitatore di scrittura un incubo.Ma in questi tempi di corse, aiutano.

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  4. Francesca
    febbraio 8, 2017

    A proposito chiedo venia per gli errori ( se li vedesse carandini e company…..)alcuni causati dalla scrittura automatica del cellulare ( sic) altri dalla fretta che non mi lascia la libertà di dedicarmi come vorrei alla lettura e alla riflessione

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  5. Alessandra
    febbraio 9, 2017

    Mi viene sempre un po’ da sorridere quando puntano il dito contro i ragazzi, contro i giovani d’oggi che non leggono o non scrivono abbastanza, perché i maggiori strafalcioni io li sento provenire dalla bocca degli adulti, ossia da quelli che a scuola, parecchi decenni fa, avrebbero dovuto avere chissà quale istruzione decorosa. Errori a bizzeffe se ne trovano purtroppo anche nelle riviste, nei libri, negli articoli di giornale. Non parliamo poi di chi parla in televisione, visto che ormai non si contano le figuracce di conduttori, politici, opinionisti vari… A mio avviso la cultura è sempre il prodotto della volontà di ogni singolo individuo di migliorarsi, di approfondire, di andare oltre ciò che offre il percorso formativo. Se non c’è questa volontà, che matura e si rafforza nel tempo, a nulla valgono i provvedimenti esterni, di qualsiasi tipo essi siano.

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  6. dragoval
    febbraio 9, 2017

    La maggior parte di coloro che si interessano alla faccenda ammetterebbe che la lingua inglese versa in cattivo stato, ma è opinione comune che non possiamo far niente in merito attraverso un’azione consapevole. La nostraciviltà è in decadenza e la nostra lingua – così si argomenta – partecipa inevitabilmente del crollo generale. Neconsegue che qualunque sforzo contro gli abusi linguistici è un arcaismo da sentimentali, come preferire lecandele all’elettricità o i calessi agli aeroplani. Sotto queste affermazioni giace la convinzione semicosciente che il
    linguaggio sia un prodotto della natura e non uno strumento che noi foggiamo per i nostri scopi.
    Ora, è chiaro che il declino di una lingua deve avere in definitiva cause di natura politica ed economica: non è semplicemente dovuto al cattivo influsso di questo o quel singolo scrittore. Ma un effetto può diventare una causa,rafforzando la causa originaria e producendo lo stesso effetto in forma più intensa e così via a non finire. Un uomo può cominciare a bere perché si sente un fallito e così fallire sempre di più per il fatto che beve. È più o meno quello che sta accadendo alla lingua inglese. Essa diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la trascuratezza della nostra lingua ci rende più facile avere pensieri stupidi. Il punto è che il processo è reversibile. L’inglese moderno, soprattutto l’inglese scritto, è pieno di cattive abitudini che si diffondono per imitazione e possono essere evitate se ci si prende il disturbo di farlo. Se ci si libera di queste abitudini si può pensare con più chiarezza e pensare con chiarezza è un primo necessario passo verso il rinnovamento della politica: perciò la lotta contro il cattivo inglese non è una frivolezza né preoccupazione esclusiva di chi scrive per professione.
    I

    George Orwell, La politica e la lingua inglese 1946, trad. Umberta Messina

    http://www.archiviocaltari.it/wp-content/uploads/2012/04/orwell_it_politics-and-the-english-language4.pdf

    Nihil novi sub sole , dunque.
    La questione della lingua è sempre , prima di tutto, una questione politica- con diversi aspetti, per diversi scopi, ma comunque riconducibile a dettami, misure, manovre, riforme imposte dall’alto. E il problema della lingua rispecchia, anche nelle sue carenze- soprattutto in quelle, nel taciuto non meno che nel gridato- il carattere della classe politica al potere in un determinato momento storico. La nostra, nei fatti, svaluta la cultura e l’impegno, e propone modelli vincenti che -anzi, proprio perché- hanno aggirato e/o ignorato tutte le regole, prima fra tutte quella dell’istruzione come viatico necessario al cursus honorum – titoli acquisiti in modo bizzarro, acquistati col denaro, o semplicemente non posseduti, a cominciare peraltro dallo stesso Ministro dell’Istruzione. Quanto abbiamo sotto gli occhi, tutti i giorni, è il risultato di una politica scolastica del tutto sconsiderata che nell’ultimo ventennio ha ridotto la scuola pubblica ad un’azienda le cui uniche logiche sono pubblicità, profitto, contenimento della spesa, in cui è vietato bocciare per il terrore dei ricorsi e l’insegnamento è considerato dal Dirigente sempre più in un’ottica di soddisfazione del cliente . Se a questo si aggiunge il continuo bombardamento di dati ed informazioni che spappola letteralmente qualsiasi capacità attentiva, non stupisce che anche per i ragazzi di un quarto superiore la comprensione di un testo di più di dieci righe scritto in archelingua , per loro, costituisca un’impresa improba. E così, si verifica puntualmente la corrispondenza tra povertà lessicale, assenza di idee e di concetti, e tragedia del vuoto pneumatico nelle prove scritte.
    E qui mi fermo, perché la questione è straordinariamente complessa e temo di aver già abusato troppo dell’ospitalità e della pazienza.

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  7. Ivana Daccò
    febbraio 9, 2017

    Non hai abusato di nulla, e ti ringrazio davvero di questo contributo, che condivido pienamente. E del profetico pezzo di Orwell.
    Nel mentre, credo che all’orizzonte ci sia una risalita dei giovani, che non sono certamente una massa priva di pensiero, le cui risorse e capacità in parte non vediamo in quanto non comprese nella nostra cultura obsoleta, inadatta al cambiamento in atto. Forse anche per questo una politica non-capace (composta dai cittadini e rappresentata dai politici) la butta alle ortiche.Buttando, anche, gli strumenti del pensiero, purtroppo.
    Non dispero, tuttavia, che il testimone trovi mani che lo raccolgano. Soprattutto sapendo, come so, che non proveniamo da una cittadinanza colta e consapevole, se non in piccola parte; e che quella piccola parte ha potuto fare molto. E anche ora, tante piccole parti sono in grado di fare la differenza. Solo speranza, forse. Ma non fa male, e può aiutare

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  8. Renza
    febbraio 10, 2017

    Concordo con le osservazioni di Alessandra e Dragoval, la lingua non è solo un problema tecnico, ma sociale e politico, se si è immersi in un brodo culturale in cui parlare correttamente è inutile o deriso ( quasi come nel natio borgo selvaggio….). Purtuttavia, la bomba mediatica dei 600 – che fra qualche giorno sarà dimenticata- dice in maniera assolutistica alcune cose vere. Che i ragazzi ( i politici, i giornalisti e qualche volta anche gli insegnanti…) non sanno parlare bene, che fanno errori e che trascurano l’ attenzione verso il pensiero veicolato dalla lingua. Che tutto ciò dipenda solo dalla scuola primaria e dalla ” evoluzione” della lingua- come sostiene la controparte dei linguisti- è opinabile. L’ evoluzione della lingua è un dato storico, ma a me pare che non debba diventare processo selvaggio, tutto asservito all’ uso e non alla norma. Sarebbe come sostenere che il furto potrebbe essere depennato come reato in virtù dell’ uso diffuso nella società.
    In ogni caso, senza assolutizzare singoli scorci, io direi che diversi linguisti, in un passato recente hanno lavorato di lena per diffondere l’ idea che la grammatica era inutile. Anche De Mauro- e mi dispiace citarlo qui, dove Ivana aveva espresso di lui un giudizio di stima- ha diverse responsabilità che molti hanno dimenticato.
    Infine, per buttarla in letteratura, ho riletto recentemente Martin Eden di Jack London, un romanzo di formazione ( tragica) che in gioventù mi aveva affascinata. La rilettura e il tempo hanno messo in rilievo uno stile forse un po’ demodé ( ma che passione vibra in quelle pagine!) , tuttavia resta l’ atmosfera di quel contesto in cui la cultura, la correttezza linguistica erano stimolo di miglioramento personale e sociale. Il piacere di studiare per conoscere di più. Oggi quella passione e quella volontà si incontrano spesso in coloro che hanno bisogno di imparare la nostra lingua per vivere meglio.

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    • dragoval
      febbraio 10, 2017

      @Ivana Daccò
      Condivido assolutamente il tuo giudizio sui nostri giovani, e sono felice che tu lo abbia espresso con tanta convinzione e chiarezza. Di giovani seri, maturi, consapevoli, profondi ce ne sono anche di più di quanto oseremmo sperare, ed i bravi di oggi conoscono molte più cose e hanno molte più competenze di quante non ne avessimo noi alla loro età, come tu dici giustamente. Gli allievi superano i maestri, e i maestri ne sono felici, perché questo indica che il loro lavoro, il loro sforzo, non è stato vano. Ci sforziamo di piantare molti semi che non sappiamo se e quando germoglieranno; ma veniamo anche ripagati, talvolta,con il dono di una fioritura improvvisa e inattesa (come in alcune prove scritte, acerbe magari in alcuni punti per tono o registro linguistico ma sorprendenti per argomentazione, contenuti e capacità di analisi).Un saluto affettuoso e grato per la tua cortesia 🙂
      @Renza
      Ho letto con molto interesse il tuo contributo, che mi ha offerto molti aspetti su cui riflettere. La conclusione, in particolare, mi ha ricordato l’analogia con quanto accade nella letteratura latina dell’età imperiale, in cui gli autori cominciano ad essere non più italici, ma prima di origine straniera, anche se educati a Roma (gli spagnoli Seneca, Lucano,Quintiliano e Marziale), e poi, magrebini come Apuleio e Agostino, croati come Girolamo o siriani come Ammiano Marcellino, per i quali il latino è, come si dice oggi, L2 :-).

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      • Renza
        febbraio 11, 2017

        Grazie, Dragoval. I tuoi approfondimenti sono sempre preziosi e aprono orizzonti. Bene hai fatto a ricordare i grandi autori per cui il latino era L2 e soprattutto Agostino, super citato in ogni luogo in cui si parli del Tempo, trascurando che era un berbero…

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  9. Ivana Daccò
    febbraio 11, 2017

    I commenti non toccano a me ma, posso dire? Un dibattito ricco di contenuti; che ho riportato, copia-incolla, in un testo di file perché devo pensare bene a tante cose condivise (a proposito, De Mauro non ha invitato mai a alla scrittura sgrammaticata; ha fatto notare che la lingua, materia viva, evolve e cambia: vedi il grande tema del congiuntivo, ad esempio, che si sta perdendo, in italiano, in una società dal presente immanente dove, forse, fatica a mantenere la propria necessità: magari ci sarà occasione, anche perché questo che ho detto, lo dico io, non De Mauro che, solo forse, liberamente interpreto).
    Credo di non aver risposto, singolarmente, ad ogni intervento; e di aver invece preso i contenuti; non so.
    Avrei voglia di ricomporre il tutto ma non credo di riuscirci.
    Mi limito a ringraziare degli apporti, tutti davvero molto interessanti. Perché poi, il bello del dibattere è, alla fine, nel tanto o nel poco, ritrovare le proprie idee modificate, comunque sempre in via temporanea, altrimenti sono guai.

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  10. Guido Sperandio
    febbraio 13, 2017

    Proprio oggi, sul Corriere della Sera è apparsa un’intera pagina pubblicitaria per un canale televisivo, vi campeggia la frase: “Vi auguriamo un’amore che è tutto un programma”.
    UN… APOSTROFATO.
    Non è male se si considera che il committente è un mezzo di comunicazione di massa. Insomma, già la stessa frase è… tutto un programma.
    Tra l’altro, le paginone pubblicitarie del Corriere costano non poco, e prima di uscire in stampa, c’è da supporre che l’annuncio sia passato sotto gli occhi di più persone, possibile che nessuno abbia notato l’errore?
    Ignoranza comune, mezzo gaudio?

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    • Ivana Daccò
      febbraio 13, 2017

      Considera che, se si tratta di una pagina pubblicitaria, non credo che il Corriere abbia messo all’opera il proprio correttore di bozze (ammesso che lo prevedano, ma spero di sì), e temo che i programmi in uso, non semplici file di word, non prevedano il correttore automatico che, quanto meno, segnala; e, diciamolo, ci siamo un po’ abituati al correttore automatico, che qualche volta gli errori li produce.
      Stasera mi sento buona e tollerante.

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      • Guido Sperandio
        febbraio 14, 2017

        Guarda che io ho praticato in pubblicità non per un giorno e so bene come funzionano i meccanismi. Certo che il Corriere come redazione non c’entra, però un annuncio non nasce come un articolo di giornale che scrivi e via, si pubblica. Un annuncio, sempre che non ci sia anche un’agenzia di mezzo, viene “creato”, super esaminato e discusso da più persone con ruoli diversi e coinvolte a vario titolo. Questo annuncio, se non ha seguito questa prassi, sarebbe una vera eccezione. Il che non credo proprio, visto l’onere e quel che costa una pagina del Corriere.

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      • Ivana Daccò
        febbraio 14, 2017

        In ffetti, ci ho provato.Sapendo che non funzionava (sigh!),
        Così va la vita

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