Letture vagabonde, strade del tempo da percorrere

Sherwood Anderson, “L’uomo che diventò donna”, elliot 2019

Traduzione di Gabriele Baldini

“Mio padre aveva un emporio nella nostra città, in Nebraska, una città talmente uguale a mille altre dove sono andato in seguito che è inutile che perdiamo tempo, io e voi, a fare la sciocchezza di tentare di descriverla.”

Un racconto di una quarantina di pagine, la voce di un uomo che narra di sé ragazzo al tempo in cui, da quelle parti – Stato del Nebraska, USA, fine ‘800 inizio ‘900 – si lasciava la famiglia e si iniziava a costruire la propria vita; l’età in cui la famiglia ti mandava fuori, nel mondo, vedi un po’ tu, con quel po’ di risorse possibili, se c’erano: qualche soldo, un mestiere, un sogno. Come sarebbe stato il mondo, là fuori, lo avresti scoperto da te.

“Fatto sta che divenni commesso dell’emporio e, dopo la morte di mio padre, il negozio fu venduto e mia madre prese il ricavato, andò in California da sua sorella e mi diede quattrocento dollari per iniziare la mia strada nel mondo. Non avevo che diciannove anni, allora.”

Un incipit così, e io, non so altri, vengo catturata da quel qualcosa, dal vecchio sogno americano della libertà, di fronte a sé la vastità di un territorio immenso; una famiglia che ti lascia andare, che ti manda fuori, verso la tua vita: compito concluso, bene o male si vedrà, bene o male il futuro sarà nelle tue mani.

Non so voi; che io ne venga catturata è un fatto: dalla normalità di questo prendere la propria strada, quando l’ora sia giunta e magari pure un po’ prima, tanto per ricavarne un pugnetto di tempo per gli errori, per il vagabondare, per il per ora va così poi si vedrà.

È strano, solo oggi mi accorgo che tutto ciò dovrebbe apparirmi incredibile, partendo dalla permanenza, dalla indissolubilità del legame familiare nella cultura cui appartengo. Dove, giovani, si coltivava comunque il sogno; ma dove, per sognare così, occorreva il racconto di un altrove mitizzato, o un vecchio film americano, che sapevamo bene non essere la nostra vita ma che ci permetteva di sognare fingendo fosse normale, possibile anche per noi.

È sicuramente così, sta tutto qui il fascino di questo racconto, e di altri come questo; potendo metterci anche una scrittura, un fraseggio splendido, colloquiale; il piacere di ascoltare un racconto ben narrato, che crea attesa e, nel contempo, tranquillizza: sappiamo, crediamo di sapere, di cosa potrà trattare; parlerà di un altrove e, anche, a noi di noi, di un possibile un po’ sognato un po’ conosciuto; e di panorami, e luoghi e ambienti ignoti; di un modo del tempo e dello spazio in cui vagare.

 È il racconto dell’apprendistato, del tempo dello stupore e della scoperta, quando ancora non c’è l’urgenza di compiere scelte definitive, di dare una stabilità ai propri giorni; il racconto del tempo in cui aspetta un po’, ora assaporerò giorni liberi, nuovi incontri. È il tempo per conoscere, capire. Una meta verrà; poi.

La storia della vita precedente – la famiglia, il primo impiego – si è già risolta nell’incipit.  Ora, vi sarà la strada, vi sarà solitudine e incertezza, anche. E attesa.

Fine inizio secolo; la provincia americana in cui un ragazzo di diciannove anni lascia la propria casa e …

“…decisi di lanciarmi in quella che mi sembrava una grande avventura e divenni per un certo tempo vagabondo, lavorando di quando in quando, se rimanevo senza soldi, ma passando più tempo che potevo bighellonando all’aria aperta e a viaggiare su e giù per il paese all’aria aperta…Feci anche qualche piccolo furto…”

…finisce a lavorare come stalliere, per una scuderia, da ippodromo a ippodromo al seguito di un cavallo: ed ecco la storia, un ritaglio di vita; il tempo in cui si accumulano esperienze e amicizie, profonde perché destinate a sparire.

È il tempo in cui le ore si trascorrono parlando, ascoltando un affabulatore; il tempo in cui, narrandolo poi, potremo fingere ruoli diversi, sto raccontando di me, sono io, sono lui; il tempo in cui l’amicizia ha un sapore dalla sessualità incerta, ammantata di confidenza e identificazione, di non so bene chi sia l’altro, quell’io che ti racconta i suoi, i miei, progetti, gli obiettivi, i sogni: per dopo.

I cavalli, la corsa, la tensione del rettilineo, in dirittura di arrivo, quando solo quello è il momento, e c’è lui, il fantino e lui, il cavallo, lanciati a vincere.

“Tom disse che ogni uomo ha qualcosa dentro di sé capace di comprendere un sentimento di quel tipo. Ma che nessuna donna l’ha mai compreso se non con il cervello. Spesso buttava lì frasi del genere sulle donne, ma vi avviso che, in seguito, ne ha sposata una lo stesso.”

L’amico Tom sarà scrittore, dice – è il suo progetto – e a questo fine accumula pensieri ed esperienze. Il protagonista: ce l’ha un nome? Sono certa di sì, di straforo da qualche parte qualcuno lo pronuncia, mi pare, ma dev’essermi sfuggito: non ha importanza.

I sogni si possono costruire, neppure è necessario crederli.

Le parole scorrono, ed è il suono di una voce nota, come fosse una vecchia conoscenza.

Non avevo mai letto Sherwood Anderson e anche ora, è capitato così, quasi per caso (dove nel “quasi” ci sta tutto ciò che ogni lettore sa: nessun libro è un incontro per caso); una lettura breve, richiamata ora non so da dove, da intermezzare alle due letture in corso, forse dopo ne dirò.

Leggendo, riconosco un profumo di casa. C’è una memoria che, a me, dice Saroyan; dice John Fante.

Interrompo la lettura e vado alla ricerca. Qualcosa sull’autore:

Sherwood Anderson nel 1933 fotografato da Carl Van Vechten. Wikipedia

Sherwood Anderson, U.S.A., 1876 – 1941. Apprezzato soprattutto nel racconto breve; gli appartiene tuttavia anche una produzione di romanzi, e poesie. Una produzione molto vasta, e anche abbastanza tradotta, in Italia, negli anni del dopoguerra e fino agli anni ’70. Autore Einaudi del tempo in cui imperava Fernanda Pivano; uno dei suoi tanti figli; non il maggiore, forse, ma un autore che viene considerato un precursore, una voce, dice Wikipedia, che ha influenzato i grandi: Hemingway, Faulkner, Steinbeck; e non solo (dico io, che non rinuncio a sentire ciò che sento).

Un suo romanzo – e sì, c’è un qualcosa che somiglia a un quasi-ricordo, a un averne sentito parlare – “Riso nero”, ha avuto la traduzione di Cesare Pavese, già nel 1932, per Frassinelli, ed è stato rieditato da Bompiani nel 76 e, ancora, da Einaudi, nel 1991.

Curioso, e tratto da Wikipedia: “Riso nero” pare essere stato il solo grande successo dell’autore e tuttavia segnato, oggi, da una critica per un linguaggio sessista e razzista – ma occorrerà pure far la tara al tempo e al luogo in cui è stato scritto (il romanzo è del 1925).

Leggo, ancora, che l’opera considerata, ancor oggi, la sua più significativa, è la raccolta di racconti “Winesburg, Ohio”: ultima edizione Einaudi 2011, con Prefazione di Vinicio Capossela, traduttore Giuseppe Trevisani. Non me lo perderò, anche se dovrà attendere.

Il racconto di quei giorni prosegue. Ci si sposta, di fiera in fiera, dove il cavallo è iscritto alla corsa di turno; ci sono l’amico, c’è il cavallo affidato a te; e c’è un mondo maschile di cui fa parte, nel tempo libero, l’andare alla ricerca di donne: per tutti ma non per il nostro protagonista, inesperto, timido. C’è la ricerca e la domanda, inespressa, in attesa, su di sé, sul momento in cui vi sarà un rapporto con una donna; e c’è il vivere con altri uomini e tra uomini.

C’è l’amico Tom che se ne va e al suo posto arriva Burt, un collega nero, una brava persona che lo aiuta ma non è più il coetaneo con cui scambiare sogni. Diventeranno amici – per quanto possibile (ed ecco, a proposito di “Riso amaro”; si tratta di questo? Il racconto e il romanzo appartengono allo stesso periodo): se è così, la critica è davvero fuori contesto. Tutto da vedere.

Ma con un negro non si può essere amici intimi quanto con un bianco uguale a noi. È per via di qualche ragione che non si può capire, ma c’è. Si è parlato troppo della differenza tra i bianchi e i negri, e ci sente entrambi in imbarazzo. Comunque è inutile anche provarci, e immagino che sia Burt sia io lo sapessimo bene, e così mi sentivo parecchio solo.”

La storia scorre, c’è tutta la vita – di allora, di sempre – di un adolescente al tempo in cui deve fare l’uomo, tutta una storia di formazione che avverrà attraverso un’esperienza che irrompe e colloca la storia in un altrove, dove quel tempo si chiude.

Non un prima e un dopo, no. C’è un tempo altro. Un’escrescenza del tempo, un bubbone: doloroso, da incidere, e recidere.

Una voce anomala, quella di Anderson. Una voce a sé. Che non ti aspetti.

Ora, non so quando lo leggerò ancora. Presto, ma non subito.

Sono molto contenta di averlo letto. È un racconto davvero unico. Che mi interroga sul resto dell’opera di questo autore.

Al momento, sto rileggendo (non so se ne racconterò, si vedrà) Hannah Arendt, “La banalità del male”: un libro necessario e, oggi, da ricollocare e ripensare.

E sto rileggendo (e credo sarà la prossima recensione) “Lo zen e l‘arte della manutenzione della motocicletta”: ne ho scaricato una copia e-book, la mia copia Adelphi è davvero malconcia, non reggerebbe un’altra lettura e ulteriori miei interventi a margine.

Un marasma, e anche no. È sempre la strada: da percorrere in lungo e in largo attraverso il secolo breve dai tanti sentieri. Qualcosa ne uscirà. Forse.