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Racconti di viaggi, più o meno

Florac, Parco Nazionale delle Cevennes

Eccomi rientrata, dopo tre settimane di vagabondaggi verso il sud della Francia. Il progetto prevedeva un percorso sulle Cevennes, ad annusare il Cammino di Stevenson, la storia dei luoghi, e verdi percorsi di media montagna dove girovagare in tranquillità. Sottotraccia libri, che indicano vie da percorrere, e vie che portano a libri.

Una strada dentro luoghi e dentro storie – la Rivolta dei Camisards, il XVIII secolo è appena iniziato; le guerre di religione, centocinquant’anni prima, che non sono molti e avevano lasciato ferite ancora aperte, odi non sopiti; la Rivolta della Vandea, quando il XVIII secolo sta finendo e con la Rivoluzione francese vecchie ferite si riaprono in nuovi modi.

Cinquant’anni dopo, per Stevenson, i confini tra storia e cronaca sono ancora labili. I territori ricordano. Pagine parlano.

È stato un viaggio interessante e diverso dal progetto, nella differenza con ciò che i giorni, le circostanze e sì, anche le diverse scelte, hanno portato.

Florac, Parco Nazionale delle Cevennes

Con una premessa: tutto bello, tutto interessante ma, per me, una vacanza dovrebbe comprendere un ampio tempo di “otium”, da trascorrere leggendo: tutto ciò che si frappone tra me e il mio libro mi indispone, almeno un po’, a meno che non si tratti di camminare, nel silenzio. Per farmi apprezzare un viaggio occorre dunque trascinarmi a forza fuori dal mio cantuccio: poi, sarò persino grata a chi mi ha forzato.

Sono stati solo tre soli giorni nelle Cevennes, a Florac – un piccolo piacevole paese dal tempo fermo. Belle stradine, tra alte case di pietra, il tutto immerso nel verde, e tra le acque dei torrenti; un piccolo castello che ospita la sede del Parco Nazionale; due librerie di cui una, molto piccola, di un certo interesse; buon cibo, incontri piacevoli, cordialità tranquilla.

Florac è uno di quei luoghi in cui si sente la storia e che, nello stesso tempo, non chiede al visitatore, almeno non subito, di venir esplorato. Sembra dare per assodato che ci si accomodi, che come prima cosa si passeggi. La gente è disponibile a far due chiacchiere, basta chiedere un’informazione e il resto vien da sé. Ti senti chiedere di te, come se, poiché sei là, poiché ti ha incontrato, potesse essere che tu resti, un’ora un giorno un tempo: vale sempre la pena di conoscere gente.

Se, per caso, il tuo interlocutore nota una tua difficoltà a seguire la conversazione, intrisa di accenti e interiezioni locali, fa niente, si prosegue: e va tutto benissimo, in effetti. Alla fine, ci si è parlati davvero. Ci si è conosciuti, si è stati bene in compagnia, senza neppure scambiare una presentazione.

Il “Progetto Cevennes” ha dovuto essere abbandonato dopo soli tre giorni causa il freddo di questo maggio inusuale, nella fortuna che ha consentito di evitare la pioggia ma sotto un cielo stabilmente uggioso che, minacciando possibili diluvi, non rendeva opportune escursioni ad alto rischio lavacro gelato.

Aigues Mortes

Il vantaggio del camper sta tutto qui: si cambia agevolmente percorso; si va un po’ a caso, seguendo il piacere del momento; e dunque, dopo aver variamente girovagato (Arles, Avignone, Nimes) abbiamo optato per la costa, e raggiunto Aigues Mortes; poi Les Saintes Maries de la Mer dove purtroppo non è stato possibile rimanere se non un solo pomeriggio e una notte: vi siamo infatti arrivati alla vigilia del grande raduno dei gitani che, da tutta Europa, si incontrano qui ogni anno, a maggio, per una grande festa. Conseguenza: piazzola disponibile per una sola notte e, fuori campeggio, paese già invaso dai caravan.

È bella la Camargues, un territorio di sabbia e vegetazione incolta; cavalli bianchi che girovagano liberi; un sentore di Spagna.

Poi verso casa, a tappe, con tanta lentezza, niente autostrada: e cosa può capitare di meglio del doversi fermarsi proprio sulla spiaggia tra Nizza e Antibes, a Cagne su Mer, dopo aver ben grattugiato il tetto del camper in un sottopasso ferroviario troppo basso? Dopotutto, un fine settimana in Costa Azzurra non lo si nega a nessuno, specialmente non a chi è riuscito (io) a scardinare l‘oblò sul tetto del camper che illumina e arieggia giusto giusto il letto, nell’unico giorno di pioggia di tutta la vacanza.

Les Saints Maries de la Mer

Ora, sto cercando di recuperare un’esperienza di lettura, e il rapporto che si è creato tra lettura e giorni, tra lettura e esperienze, tra lettura e relazioni; l’esperienza di un libro, in particolare – “Il filo infinito” di Paolo Rumiz (qui)- di cui ho già scritto pochi giorni fa, ma che ha interagito con il tempo e l’esperienza del viaggio in un modo del tutto particolare.

In viaggio, il tema diviene l’incrocio tra leggere vedere e conoscere; diviene un incrociarsi di libri e luoghi ed esperienze, relazioni.

C’è un tempo disponibile per non si sa cosa, dove il leggere incontra talvolta, se il libro è quello giusto, il camminare, il pensare, il fare incontri, il far niente: ecco, il far niente, in una specie di facile e impropria traduzione dell’idea di otium, di per sé impossibile dentro un affastellarsi di parti arriva riparti, allaccia acqua luce gas stacca acqua luce gas, carica acqua scarica acqua e non solo; disordina riordina organizza, guida; il navigatore si è inceppato; questo posto è bellissimo potremmo cambiare itinerario, siamo anche dalle parti di…

Cagnes sur Mer

Infine, solo infine, ci si potrà sdraiare e leggere. Quasi quasi c’è da sperare che piova. Anche se, a quel punto, la pietra di inciampo diverrà il compagno di viaggio disposto a tutti gli ombrelli del mondo pur di uscire, vedere, andare, fotografare, fare quelle cose lì che io capisco e anche no: perché tanta fatica, dico io, ci saranno sicuramente dei libri che mostrano e narrano tutto quel che vuoi vedere.

La vera pietra di inciampo sta tuttavia da un’altra parte: sta nella testa. Sta nel fatto che, nel viaggio, la realtà del tuo mondo ti insegue, neppure molto sotto traccia.

Un tempo, quando non esisteva l’online (chi se lo ricorda più) il viaggio comprendeva quella cosa detta niente giornale, niente notiziari; e anche il telefono, i contatti con il tuo mondo, erano quasi impossibili, diciamo strettamente riservati all’emergenza.

Era bello. Consentiva il distacco? Non saprei più dirlo.

Ho portato con me un pacco di libri, in quantità eccessiva e che risulteranno, in parte, non adatti al momento, al desiderio che si lega a ciò che si sta vivendo, scelti in un tempo e per un tempo diversi. Per fortuna esiste l’e-reader.

Non esiste, in ogni modo, un programma di letture, compresa la lettura-relax,  che prescinda dai luoghi, dall’esperienza che si sta vivendo, dai tempi che conformano i desideri e i bisogni; che prescinda dal legame che, sempre, un libro ha con i giorni e con ciò che ci occupa, con il piacere e con il dispiacere, con l’ansia e la tranquillità; con le domande e le curiosità che quei giorni, tempi, esperienze ti portano.

La lettura non è separabile da un “dove”, da un luogo – e soprattutto non da quel “dove” assoluto che è il mio ubi consistam, che viene con me ovunque io vada e che non mi può lasciare, con i connessi legami alla mia terra, alle mie relazioni, alla mia lingua.

Da mihi ubi consistam, et terram coelumque movebo: non proprio, anche qualora Archimede abbia più o meno detto qualcosa di vagamente simile. Perché non è così. Ci vuol altro che un punto fermo su cui poggiare per muovere cieli e terra, anche se la voglia, ma no, neppure quella, troppa responsabilità.

Neppure quel Dio, in cui molti paiono credere, pare sia disposto a far qualcosa, con la scusa, ben pensata, di lasciare agli umani il libero arbitrio.

La data del rientro è fissata dall’appuntamento elettorale. Dal malessere. Da un sentimento di rischio che incombe sulla nostra terra e sull’Europa. E infatti, ho portato con me, senza neppure cogliere il nesso, Paolo Rumiz.  Ho letto le sue pagine, con tutto ciò che di conflittuale mi hanno portato, mentre trascorrevano dinnanzi a me i territori che hanno veduto guerre di religione, la rivolta dei Camisards; e mentre il rientro doveva coincidere, ha coinciso, con le elezioni europee.

Un’esperienza particolare:

Una visita all’Église Saint-Trophime, ad Arles ha riprodotto quel subbuglio di emozioni contraddittorie tra la bellezza assoluta di quell’architettura romanica, intramezzata da elementi gotici, XXII secolo che, tuttavia, sembra ricordare, mantenere, come una specie di anima nascosta, l’originale perduta costruzione del V secolo: c’è un perdurare di spiritualità che, dentro quelle mura, somiglia a una voce; un sussurro delle pietre.

È il S. Benedetto di Rumiz, Patrono d’Europa che ci parla? O chi per lui. Il tempo dell’origine è stato quello.

Dopodiché, la visita si scontra con macabri reperti, detti “Reliquie”.

Reliquiario contenente gocce di sangue di S. Giovanni Paolo II, Chiesa di S. Trophime ad Arles, Francia

Passi per le spoglie di S. Antonio Abate, ma si onorano qui gruppi di ossa bianche, variamente collocate su altari, non chiedetemi di chi o per che cosa, legate a mazzetto, mi sono venuti alla mente blasfemi asparagi horror, la misura era quella, ed ecco: quello strano sentimento di ammirazione, percezione di una voce dal tempo che  fa nascere la voglia di sedersi e ascoltare un silenzio, si sgretola, travolta da un mondo di superstizione, fatto di ossa improbabili da venerare.

Tuttavia, va bene, possiamo dire che si tratta di una religiosità originaria, dove la fa da padrone un senso buono dell’affidarsi; il senso, perché no, della meraviglia e della favola.

Poi, un ultimo altare distrugge tutto. Ma proprio tutto.

Contiene una teca. Qualcosa come un ostensorio, e un cartello fa sapere che quell’oggetto conserva, perché vengano venerate dai fedeli, “alcune gocce di sangue di San Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005”. Il tutto, donato dal Cardinale Arcivescovo di Cracovia, ed “esposto per la prima volta il 3 aprile del 2016 (…)”

Com’è possibile? Hanno prelevato – la visualizzate la siringa usa e getta? Il prelievo di sangue effettuato, immagino, da una suora infermiera sul Papa Morto? Oppure a Papa vivo, con il suo consenso, in vista del domani? Dell’elevazione agli altari?

Che hanno fatto! Lui, può averlo saputo, immaginato? Consentito?

Si torna a casa, ad assistere a laici bacini smac smac su rosari e crocette.

9 commenti su “Racconti di viaggi, più o meno

  1. Aussie Mazz
    giugno 4, 2019

    Sembra una regione con un suo fascino! A me piacerebbe molto tornare in Francia, magari un po’ più a nord. Grazie per aver condiviso l’esperienza.

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  2. benny
    giugno 5, 2019

    Come sempre mi emoziono un po’ leggendo i tuoi post: c’è un po’ di invidia, ma di quella buona, per la tua facilità di scrittura, per il modo sublime in cui esprimi la stranezza che hai nella testa, e poi c’è la gioia della condivisione, il piacere nel riscoprire che qualcun altro considera il viaggio come un incontro “tra leggere, vedere e conoscere”. Grazie per le tue parole.

    Piace a 1 persona

    • Ivana Daccò
      giugno 5, 2019

      Temo di doverti disilludere. Sono una che scrive con una lentezza esasperante; che inanella migliaia di parole per cancellarne poi, in fase di revisione, due terzi; e che non riesce mai a considerare definitivo un testo se non per sfinimento. Se fare l’editor fose il mio lavoro sarei terribile.
      Un po’ strana, in effetti, devo esserlo anche se non capisco perché. Ma me lo sento dire anche in famiglia (e non proprio, del tutto, come un complimento. Per bene che vada intendono non riposante).
      Dunque: devo davvero ringraziarti 😉

      Piace a 1 persona

      • benny
        giugno 6, 2019

        Ah io intendevo la “stranezza del lettore”: considero un po’ matti tutti i booklover, forse perché amiamo questi desueti oggetti di carta ;). Comunque preferisco di gran lunga le persone un po’ eccentriche: sono le migliori.
        Si vede che c’è del gran lavoro dietro i tuoi post, ma, come nel caso dei trucchi dei migliori funamboli, quella fatica non si nota, si nota solo il virtuosismo della capriola-scrittura. Buone letture!

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  3. Baylee
    giugno 9, 2019

    Ossa legate come asparagi, sto ancora ridendo, cosa non si vede tra le reliquie!😂 A parte questo, hai visitato davvero dei luoghi bellissimi!

    Di Paolo Rumiz non ho mai letto nulla, ma ogni volta che ne leggo, mi viene sempre più voglia di conoscerlo…

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    • Ivana Daccò
      giugno 9, 2019

      Sai, temo proprio non fosse una battuta. Pur rendendomi conto della “blasfemia” (si fa per dire), ti assicuro che lo sembravano propro: lunghezza, bianchezza, forma e spessore degli asparagi bianchi della mia zona, quelli proprio buoni da mangiare con le uova sode, che vengono venduti in mazzetti da un Kg. A partire dalla cinturina di plastica che le legava. Se le avessi vedute fuori contesto, non avrei potuto considerarle altro.
      Spero troverai l’occasione per leggere Rumiz, al momento buono, se ti piacciono le storie di viaggio: ma Rumiz è molto altro e di più. Per me, “Come cavalli che dormono in piedi”, in particolare, seguito da “Trans Europa Express” sono stati due tra i libri più coinvolgenti che ho letto. Libri che fanno pensare. Soprattutto “ripensare”, rompere stereotipi.
      Grazie davvero della tua attenzione.

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  4. Pingback: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto” (J. L. Borges) | la libraia virtuale

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