Una giovane donna nata da rispettabili agiati genitori

Virginia Woolf, “Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose”, Racconti edizioni, 2016. Traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti

A cura di Liliana Rampello

 

 

Avevo già accennato a questo libro, (qui) che Racconti edizioni aveva proposto nel 2016; che mi era vergognosamente sfuggito.

È stata una lunga lettura, pagine che regalano tempo alla vita (e portano a interrompere le ferie: cui torno, credo).

Leggere Virginia Woolf è, sempre, ritrovarsi finalmente scesi dalla ruota del criceto, nella gabbia in cui viviamo e bruciamo il nostro tempo. Lo è ancor più in queste pagine, in cui l’autrice pare dilettarsi nella misura breve, dipingendo scorci di mondo, regalandoci stupore dei sensi; pensieri colti al volo, sorriso, ironia e affetto, per cose, persone, strade, case: per lo stupore della vita.

Sono pagine che allungano i giorni e le ore, conducendo il lettore a vivere il minuto, e poi quello che lo segue, e la varietà delle esperienze, il fuori di noi che diviene un dentro di noi e ci plasma.

La vita scorre nella scioltezza di un linguaggio colloquiale, che fluisce libero – e il lettore si arresta nel cogliere la parola, e il singolo quadro, e l’emozione inattesa; gli oggetti e i riti della quotidianità che all’improvviso prendono vita; nel divagare del pensiero, sorprendendosi a leggere nuovo il mondo e se stessi.

In questa raccolta ho ottenuto la grazia di leggere Virginia Woolf come fosse un primo incontro, insieme al piacere di un ritorno alla casa conosciuta: ai suoi personaggi, al mondo dove lei vive, nel suo fare e nel suo farsi.

Ho trovato i suoi temi nel loro formarsi; il suo sguardo sul suo mondo, sui luoghi, sugli oggetti, sulle stagioni e sul tempo. Ho riconosciuto, guardandole per la prima volta, le persone che incontra, i luoghi, i profumi, i suoni e i rumori: di un mondo che non c’è più ma, non so come, ci appartiene, uguale o diverso che sia. Ed è stato tutto nuovo. Giovane. Lungo tutto il percorso e nel suo maturare.

Ho ritrovato la familiarità dello sguardo di Mrs. Dalloway (ecco, la conosceva dunque bene, fin da prima! Ne conosceva la casa, gli arredi, il modo di disporre i fiori. Conosceva benissimo Mr. Dalloway; e i loro amici).

Sono andata per negozi, seguendo, come un’ombra, Clarissa Dalloway e i suoi pensieri che vagano, rimbalzano sulle cose, richiamati dai sensi. Mi sono, a mia volta, persa nei pensieri dei suoi pensieri.

Sono seguite altre storie, altri tempi. Talvolta dal sapore di fiaba. Dove aleggia un sorriso, venato di ironia e di intelligenza.

Ovunque, in queste pagine, qualcosa ha il sapore di una nuova esperienza e di un ricordo; e sarà così, ne sono certa, anche per il lettore che avvicinerà Virginia Woolf per la prima volta. Che avvicinerà un mondo che non c’è più ma è intriso di eterno, intriso di essere. Di solidità. Di permanenza.

È stato così fin dal primo dei quattro racconti datati 1906 – 1909, mai da lei pubblicati: splendide prime prove di sé, ricerca di una propria voce, di un ritmo, di una coloritura – di una visione e di un fraseggio; esperimenti di un tempo che la vedeva iniziare le sue prime collaborazioni con giornali e riviste; ritratti, paesaggi, finzioni e invenzioni: pensiero.

Virginia si esercita, osserva il suo mondo, amplia il proprio sguardo; sperimenta, vita e scrittura. Scrive, annota, costruisce bozzetti, dà forma a tutto ciò che i suoi sensi toccano, e la sua mente incontra e assorbe.

La sua scrittura sarà, per tutta la vita, il filo d’Arianna che le permetterà di percorrere i suoi anni senza perdere la strada; di costruire il filo continuo della sua opera. Perché, come scrive Liliana Rampello, curatrice di questo libro meraviglioso (e l’aggettivo non è un eccesso), nei suoi scritti, “da qualunque parola si parta, improvvisamente si scoperchia tutto un mondo, e tutto è legato, e lei è così intera, integra, così sempre se stessa, quando scrive, quando pensa, quando legge, quando cammina, quando viaggia, quando conversa, quando ride, scherza e gioca (…)”

Mentre dice che “comunque, è molto divertente provare a scrivere racconti”

È il 20 giugno del 1906. E “Phyllis e Rosamund”, nel primo racconto, sono “giovani donne nate da rispettabili agiati genitori di una qualche importanza; e tutte dovranno affrontare problemi molto simili, e non vi può essere, purtroppo, che scarsa varietà di soluzioni.”

Parte da sé, Virginia. Poi, ecco, occorrerà pensare, capire, inventare (soluzioni?) e conoscere, libri e mondo, e relazioni, e non perdere quel filo, e porsi domande (è davvero conveniente per una ragazza il matrimonio?) percorrere la propria strada fino a sempre; fino a.

Il libro rispetta, nella sua struttura, un ordine cronologico, individuando in queste scritture quattro <tempi di vita>. E di scrittura.

1906 – 1909: Quattro bei racconti, che già prefigurano una voce nuova: tre rimarranno tra le sue carte; uno verrà inviato a una rivista, e respinto.

1917 – 1921: C’è un vuoto: 1909 – 1917. Si fa per dire. Nel mezzo, ci saranno: il matrimonio – e Adeline Virginia Stephen sposerà Leonard Woolf (1912); nel 1917 nascerà la Hogarth Press, la casa editrice di Leonard e Virginia. C’è Bloomsbury. E per Virginia incomincerà la lunga, faticosa, spesso drammatica, stagione del raccolto.

Verrà mai un tempo in cui reggerò la lettura di un mio scritto stampato senza arrossire, senza rabbrividire, senza il bisogno di trovare riparo?”[i]

Lo trovava, credo, in questi felici racconti.

Il 1915 aveva visto la pubblicazione di “La crociera”, il suo primo romanzo; seguiranno “Notte e giorno” (1919), “La stanza di Jacob” (1922).

Undici racconti, in questi quattro anni, perché tutto va annotato, perché occorre preparare gli ingredienti per reinventare il romanzo; esercitare la mente e i sensi. Perché ora i suoi racconti vengono pubblicati; e c’è anche questa cosa, occorre nutrirsi, lavorare, guadagnare. Vivere.

1922 – 1925: Sono in gestazione “La signora Dalloway” (1925), alle spalle, tra gli altri, il racconto, “Mrs. Dalloway in Bond Street” (1923).

“Mrs. Dalloway disse che sarebbe andata lei a prendere i guanti.

Big Ben stava suonando quando scese per strada. Erano le 11 e l’ora incontaminata era fresca come se dovesse essere offerta a dei bambini sulla spiaggia. Ma c’era qualcosa di solenne nel ritmo deliberato dei colpi ripetuti; qualcosa di commovente nel mormorio delle ruote e nello scalpiccio dei passi.

Senza dubbio non tutti erano avviati verso traguardi di felicità (…) Solo per Mrs. Dalloway l’attimo era completo; per Mrs. Dalloway giugno era fresco. Un’infanzia felice – niente può prendere il posto dell’infanzia. Una foglia di menta la riporta indietro: o una tazza con il bordo azzurro.”

Questo racconto sarà pubblicato nello stesso 1925, insieme a “Il vestito nuovo”, e “Antenati”, e “La presentazione”, dove ancora incontreremo Mrs. Dalloway, il suo salotto, le sue feste; e incontreremo Mr. Dalloway (“L’uomo che amava i suoi simili”), e altri, in un intrico di storie e relazioni e personaggi – pochi brevi tratti di penna pronti all’occorrenza; figure familiari, già conosciute, nel profondo.

1926 – 1941: Il 1927 sarà l’anno di pubblicazione di Gita al faro” (1927), il romanzo della famiglia Stephen.

È la lunga grande stagione della piena maturità; degli altri scritti; e ancora dei racconti, che è bello scrivere, che tesaurizzano il pensiero, la fantasia, l’esperienza di vita, le cose e le relazioni: fino a “Tra un atto e l’altro”, l’ultimo romanzo, di cui Virginia Woolf non vedrà la pubblicazione in quello stesso anno di guerra 1941.

Gli ultimi due racconti, “Il simbolo” e “La stazione balneare”, ci viene detto nelle Note Bibliografiche, costituiscono probabilmente gli ultimi lavori di Virginia Woolf, scritti nei primi mesi del 1941. Il testo dattiloscritto, con correzioni autografe, di “Il simbolo” porta la data del 1° marzo: il 28 marzo Virginia Woolf si sarebbe suicidata.”

Lo sappiamo, ogni romanzo di Virginia Woolf – che vi aveva lavorato a fondo, severa con se stessa e con il proprio lavoro, perfezionista; alle prese con il perfezionismo del marito-editore; mentre bisognava anche lavorare per vivere, e scrivere altro, e farlo bene, e metterci sempre tutto di sé – si concludeva con una profonda crisi nervosa; tutto veniva pagato – da lei così serena, ironica, intelligente, impegnata senza deroghe nei propri progetti, nel proprio fare, nelle relazioni della sua vita – con la malattia, nella insostenibile fatica di vivere.

Ogni volta una scommessa. Impossibile continuare a vincere.

E tuttavia, i racconti ci dicono anche di una vita lunga, piena, serena, costruita con i mattoni della concretezza; di una grande assertività; di un forte pensiero delle cose e sì, anche con gioia e allegria. Con ilare maneggio della quotidianità e dei suoi riti.

“Le spille di Slater non hanno punta – hai notato? Disse Miss Craye, voltandosi mentre la rosa cadeva dal vestito di Fanny Wilmot, e Fanny si chinava, con le orecchie piene di musica, per cercare la spilla sul pavimento.

Le parole la colpirono in maniera straordinaria mentre Miss Craye suonava l’ultimo accordo della fuga di Bach. Quindi Miss Craye andava realmente da Slater a comprare le spille (…)”[ii]

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[i] Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 27 marzo 1919. A proposito della scrittura di “Notte e giorno”, finalmente approvata da Leonard: “Credo di essermi arresa all’accusa di gingillarmi con emozioni che non hanno un peso reale. Certo non mi aspetto nemmeno due edizioni. Eppure non posso impedirmi di pensare che essendo la narrativa inglese quello che è, posso misurarmi abbastanza bene, per schiettezza e originalità, con la maggior parte dei contemporanei”

 [ii] Momenti di essere: Le spille di Slater non hanno punta. Incipit.